martedì, Giugno 15

Zingaretti: molta tattica, manca la strategia Il segretario e il suo ideologo avrebbero deciso per uno slam che spariglia i propositi degli oppositori interni

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Spietato, nei confronti del Partito Democratico, l’ormai ex segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti: «Mi vergogno», sillaba, «che nel PD, da venti giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni».

Un partito, è la sostanza del durissimo j’accuse zingarettiano, fermo: «impantanato per mesi a causa in una guerriglia quotidiana». Così a insaputa dei più stretti collaboratori, Zingaretti via Facebook annuncia di aver fatto la sua parte: «Spero che ora il PD torni a parlare dei problemi del Paese e a impegnarsi per risolverli. A tutte e tutti, militanti, iscritti ed elettori un immenso abbraccio e grazie».

Un momento: davvero un fulmine a ciel sereno? Al di là della ‘scena’ (le dimissioni), non mancano i ‘retroscena’. Il gran consigliere di Zingaretti, Goffredo Bettini non lo ammetterà neppure sotto tortura, ancora una volta è indicato da presunti ben informati come il regista di un piano di sapore machiavellico.
Si racconta che Bettini sia stato impressionato dagli ultimi sondaggi, che fanno precipitare il PD al 14%, mentre il Movimento 5 Stelle, grazie alla possibile leadership di Giuseppe Conte guadagnano 6 punti: 22 per cento. Bye bye alla linea Zingaretti-Bettini, «Conte punto di riferimento del fronte progressista».
Il segretario e il suo ideologo avrebbero deciso per uno slam che spariglia i propositi degli oppositori interni: Base Riformista di Andrea Marcucci e Lorenzo Guerini stringe un’alleanza tattica con la sinistra di Matteo Orfini; e insieme cercano un’intesa con la corrente del vice-segretario Andrea Orlando per collocare come vice segretaria, l’ex renziana Alessia Morani.
Si immagini la scena. L’inquieto Bettini contatta Zingaretti: se continui così, all’assemblea di metà marzo, ci sarà un gioco al massacro, e fatalmente il segretario farà da capro espiatorio. Ecco che per lasciare a bocca asciutta i tanti già pronti con le loro banderillas, Zingaretti si dimette. Ha davvero gettato la spugna? Certo, dopo le durissime parole riservate al suo partito, è difficile che possa tornare sui suoi passi. Come sia, i Marcucci e gli Zanda, i Delrio e gli Orfini, i Bonaccini e i Nardella, si trovano, al momento, con le unghie spuntate. E’ un coro di ‘ripensaci!‘, ‘Non ci lasciare!’, detto certo a denti stretti. Ed è quello a cui, si dice, punta Bettini: trasformare l’assemblea in arena per il crucifige in un luogo dove si invoca che il dimissionario torni sui suoi passi.
E la coerenza? Si può ricordare che lo stesso Bettini anni fa non è stato per nulla tenero con il suo partito: riferendosi al PD romano, lo aveva definito un’’associazione per delinquere’. In quel partito era, in quel partito è.
Certo, per fare questo clamoroso giro di valzer occorrerebbe una vera e propria torcida in favore di Zingaretti; solo così le dimissioni potrebbero essere ritirate. Solo così Zingaretti si potrebbe presentare al congresso sicuro che nessuno può più contestare l’alleanza con i Cinque Stelle alle elezioni amministrative di ottobre.

Sulla carta un ottimo piano. Nella realtà? I ‘big’ del partito sono già al lavoro per le contromosse. E’ una ridda di ipotesi e possibili candidature; quasi tutte cortine fumogene.
Una partita, quella per la segreteria del PD, che si gioca in contemporanea con quella per il controllo effettivo del M5S: Beppe Grillo è impegnato nel sottrarre a Davide Casaleggio la leadership del Movimento. Conte serve a questo, e a bilanciare la rete che ha elaborato in tutti questi mesi Luigi Di Maio; quanto ai dissidenti, si troverà il modo di recuperarne una buona parte.

Quanto al Governo, ci penserà Mario Draghi con i ‘suoi’ ministri, a togliere le castagne dal fuoco.
Per il PD (ma il discorso vale per tutti gli altri partiti), resta comunque il problema di fondo: la formazione di una classe politica degna di questo nome. Il demenziale slogan ‘Uno vale uno’ rivela sempre più i suoi limiti e la sua inconsistenza. Da ultimo se ne rende interprete il segretario della CGIL Maurizio Landini: «Sa cos’è che mi ha colpito in questi ultimi giorni? La frase di Zingaretti, nella quale dice di vergognarsi del suo partito perché invece di discutere dei problemi del Paese, si occupa di poltrone e di incarichi. Si capisce davvero come sia urgente un processo di rigenerazione e ricostruzione della politica, non solo della sinistra politica».
Meglio non si potrebbe dire. Il problema è però il ‘che fare?’.

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