lunedì, Ottobre 18

Zimbabwe: prove di colpo di Stato Dietro le movimentazioni dell'Esercito c'è la partita per la successione, che vede in campo USA, Gran Bretagna e Cina

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Movimenti di truppe,  confusione e voci contrastanti di colpo di Stato, poi, in nottata, l’assicurazione che il Presidente, il 93enne Robert Mugabe, è da considerare al sicuro e che l’Esercito non ha inteso prendere il potere. Di fatto, quel che è accaduto in Zimbabwe, ha tutta l’aria di un tentativo non riuscito, forse solo per ora, di un colpo di Stato, forse soltanto una prova generale con scopi intimidatori. La motivazione: la lotta per la successione di un presidente da quasi 40 al potere, una questione sulla quale c’è il forte interesse di Stati Uniti e Cina.

Andiamo per ordine.
Una settimana fa, Robert Mugabe, al potere dal 1980, avevasollevato dall’incarico’, in pratica ‘licenziato’, il suo vicepresidente, Emmerson Mnangagwa, con l’accusa di slealtà e ‘scarsa onestà’ che Mnangagwa avrebbe dimostrato nell’assolvere i suoi compiti. Mugabe aveva nominato Mnangagwa nel ruolo di suo vice nel 2014, dopo aver licenziato l’ex vicepresidente Joice Mujuru, accusato di voler rovesciare il suo Governo. Nei giorni immediatamente successivi, Mnangagwa, forse riparato in Sudafrica per timore di essere ucciso, ha fatto sapere di essere intenzionato a tornare da Presidente: «Tornerò per guidarvi», aveva dichiarato. Mnangagwa potrebbe riunire l’opposizione a Mugabe, una realtà molto frammentata il cui peso tra la popolazione è difficile da definire, ma che di certo gode del supporto di un pezzo di comunità internazionale occidentale, che lo ritiene in grado di garantire stabilità al Paese e il mantenimento degli equilibri e degli interessi strutturati in questi ultimi decenni.
Il licenziamento di Mnangagwa è stato chiaramente motivato dall’intenzione del vecchio Presidente di procedere alla successione passando lo scettro del comando alla moglie, Grace Mugabe. Figura tutt’altro che popolare e men che meno stimata dalla comunità internazionale, figura che garantisce, però, il mantenimento del potere ben saldo in mano alla potente famiglia Mugabe e a quelle potenzeCina in primis in affari con la famiglia Mugabe.
Mnangagwa, veterano delle guerre di liberazione dello Zimbabwe degli anni ’70, gode dell’appoggio dei vertici dell’Esercito, che considerano la sua rimozione parte di una purga di figure del periodo dell’indipendenza mirato a spianare la strada a Grace. E questo si è visto bene lo scorso lunedì 13 novembre quando, a una settimana dalla destituzione del vicepresidente, il capo delle forze armate, Constantino Chiwenga, ha intimato al Presidente Robert Mugabe -senza nominarlo- di fermare l’epurazione. «Se si tratterà di proteggere la nostra rivoluzione, l’Esercito non esiterà a intervenire», ha minacciato il generale, criticando le ‘zuffe’ fra politici, la ‘carenza di contanti e l’aumento dei prezzi’ dei beni di uso comune e ha sostenuto «che negli ultimi cinque anni non vi è stato alcun sensato sviluppo» del Paese.

Ieri, a meno di 24 ore da queste minacce, tank e soldati su blindati sono usciti dalla caserma Inkomo e si sono diretti verso il centro della capitale, Harare, fino a circondare la sede della Tv di Stato, ‘Zbc’. Gran Bretagna e Stati Uniti hanno chiuso le loro sedi diplomatiche e avvisato i loro cittadini nel Paese di stare al riparo. Movimenti di mezzi e soldati sono stati visti nei sobborghi della capitale e anche nei pressi del compound della Guardia presidenziale, che ospita il battaglione incaricato di proteggere il Presidente. Qualche ora di confusione, poi il partito di Governo, il Zanu-Pf, ha accusato il capo dell’Esercito dicondotta sovversiva’ per aver contestato il Presidente Mugabe sulla destituzione del vicepresidente, e dichiarato in un comunicato che le critiche di Constantino Chiwenga sono «chiaramente calcolate per disturbare la pace nazionale…e suggeriscono una condotta sovversiva da parte sua, perchè dirette a istigare l’insurrezione». L’ala giovanile del Zanu-Pf, che si riconosce nella guida di Grace, ha accusato Chiwenga di tradimento e fatto sapere che «Non consentiremo ad un organo dello Stato di sovvertire la stessa Costituzione che lo riconosce».
All’alba, i militari hanno smentito il colpo di Stato, parlando alla tv statale ‘Zbc’, e hanno detto che il Presidente Robert Mugabe è al sicuro. «Non è una presa di potere dell’Esercito sul Governo», ha detto un generale leggendo la dichiarazione. «Vogliamo assicurare che sua eccellenza il Presidente e la sua famiglia siano al sicuro e che la sua sicurezza sia garantita», ha aggiunto, sostenendo che i militari stanno dando la caccia «ai criminali» che circondano il Presidente.
Insomma: colpo di Stato per il momento rientrato, anzi, più una dimostrazione di muscoli, qualcosa di molto simile a una minaccia funzionale a prestarsi anche come una prova generale. La dichiarazione che i militari danno la caccia ‘ai criminali’ che circondano il Presidente lascia pensare che l’Esercito abbia tutte le intenzioni di lavorare, forte di appoggi internazionali, perché il successore di Mugabe non sia sua moglie, in pratica confermando la dichiarazione di lunedi del capo di stato maggiore Chiwenga.
La prontezza della risposta americana e inglese può far ritenere che i due Paesi avessero informazioni preventive in merito a queste movimentazioni militari.

La spiegazione di quanto sta accadendo in Zimbabwe, già colonia britannica con il nome di Rhodesia, sta tutto nella partita per la successione del ‘vecchio leone’, Robert Mugabe, al comando da quando il Paese ha conquistato l’indipendenza. E’ una partita che vede in campo da una parte gli Stati Uniti, dall’altra la Cina. Washington sogna di riprendere il controllo affidandolo successivamente al suo alleato europeo, la Gran Bretagna. La Cina non vuole gettare alle ortiche i miliardi di dollari spesi per sostenere il regime durante l’embargo occidentale e gli investimenti fatti.
Gli americani hanno individuato in
Emmerson Mnangagwa il loro uomo,  i cinesi puntano su Grace Mugabe. Quel che si sta consumando in queste ore è uno scontro sulla testa del Paese attorno al 93enne padre-padrone tra Stati Uniti e Gran Bretagna da una parte, dall’altra la Cina.

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