mercoledì, Maggio 12

Zimbabwe: la nuova dirigenza cerca di rientrare nel Commonwealth Con Marco Di Liddo (Ce.S.I.) analizziamo la strategia dello Zimbabwe post-Mugabe

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Lo Zimbabwe, ex-colonia britannica indipendente dal 1965 (inizialmente sotto il nome di Rhodesia e sotto un violento regime di apartheid), era stato espulso dal Commonwealth nel 2002 a causa delle violazioni dei Diritti Umani perpetrate dal Presidente Robert Mugabe, in carica dal 1980. le politiche di Mugabe contro gli ex-coloni bianchi portarono ad una riforma agraria che li privò di tutte le proprietà destinate alla produzione rurale (il che diede il via ad una grave crisi economica nel Paese); l’opera repressiva di Mugabe, però, non toccò solo i bianchi, bensì colpì tutti gli oppositori politici del partito al potere, lo ZANU (Zimbabwe African National Union: Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe). A causa soprattutto delle politiche repressive di Mugabe, lo Zimbabwe fu sospeso dal Commonwealth delle Nazioni, di cui faceva parte in quanto ex-colonia britannica, nel 2002; nel 2003 uscì definitivamente dell’organizzazione.

Con il recente cambio al vertice, che ha visto la destituzione di Mugabe e l’ascesa del nuovo Presidente, Emmerson Mnangawa, il Paese sembrerebbe aver preso una nuova strada. Nonostante Mnangawa sia stato per lungo tempo uno dei più stretti collaboratori di Mugabe, la svolta è evidente: una delle prime misure annunciate dal nuovo presidente, per rilanciare l’economia del Paese, è stata una nuova riforma agraria che permetta ai bianchi di tornare a coltivare le terre di cui erano stati privati negli anni ’80; inoltre, ed è questa la notizia più interessante sul piano internazionale, lo Zimbabwe ha fatto richiesta per tornare a far parte del Commonwealth. Si tratta di un chiaro segno che ad Harare si pensa ad una nuova fase nei rapporti internazionali del Paese.

A questo punto, bisognerà vedere quale sarà la reazione dell’Inghilterra, principale rappresentante dell’organizzazione, e degli altri Paesi membri (è certo che verranno fatte delle richieste sul piano dei Diritti Umani), oltre che della Cina, attualmente il principale investitore in Zimbabwe: a Pechino saranno felici della nuova relazione tra Harare e Londra?

Per tentare di fare chiarezza sulla questione, abbiamo parlato con Marco Di Liddo, analista del Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) ed esperto di politica africana.

 

Quali furono le ragioni dell’uscita dello Zimbabwe dal Commonwealth?

Lo Zimbabwe fu sospeso a più riprese dal Commonwealth sostanzialmente a causa delle scellerate decisioni politiche di Robert Mugabe; non dobbiamo dimenticare che Mugabe è stato uno dei dittatori, non solo più feroci di tutta l’Africa, ma anche difficilmente inquadrabili, caratterizzato da uscite piuttosto estemporanee, delle scelte politiche ed economiche a volte bizzarre. Lo Zimbabwe fu sospeso dal Commonwealth per la prima volta nel 2002 perché il Commonwealth voleva mandare un messaggio molto forte a Mugabe a causa, appunto, delle continue violazioni dei diritti umani che il dittatore perpetrava in maniera incontrollata; questo è andato avanti per tutta la durata del suo mandato da Presidente, cioè per trentasette anni.

Quale è la situazione politica, economica e sociale in Zimbabwe oggi?

Il Paese si è liberato del giogo di Mugabe da pochi mesi, dal novembre 2017, e si trova ancora in una fase di transizione politica. Purtroppo lo Zimbabwe non ha né una tradizione democratica, né una tradizione di alternanza della classe dirigente al potere. Sostanzialmente, dal punto di vista politico, sia la popolazione dello Zimbabwe, sia gli osservatori internazionali, hanno paura che il nuovo Presidente, Emmerson Mnangawa, conosciuto soprattutto con il soprannome “il Coccodrillo” e a lungo vice di Mugabe stesso, prima di essere messo in disparte, provi ad affermare la propria persona esattamente come aveva fatto il suo predecessore; a differenza di Mugabe, però, il nuovo Presidente dovrebbe tenere un corso di politica estera ed interna leggermente diverso: una leggera apertura alle opposizioni e, soprattutto, un piano economico che rilanci la produttività di un Paese che ha tantissime risorse, sia minerarie che agricole, che non è mai riuscito a sfruttare a causa di alcune scelte di politica estera di Mugabe. Questo desiderio di ritornare nel Commonwealth rappresenta,, da un lato, un tentativo di riallacciare dei rapporti strutturali con realtà importanti, come quelle legate alla Gran Bretagna, dall’altro vuole mandare un messaggio al mondo e questo messaggio è che lo Zimbabwe è aperto a collaborazioni trasversali, non solo con realtà che le sono storicamente prossime, come il Sudafrica che, anche per ragioni geografiche, si pone come interlocutore privilegiato. La maggior parte della diaspora dello Zimbabwe, infatti, vive e lavora in Sudafrica e anche i rapporti culturali tra i due Paesi sono molto forti: anche lo Zimbabwe ha vissuto un regime di apartheid, anche lo Zimbabwe se ne è liberato ma, rispetto al Sudafrica e al messaggio di Nelson Mandela, i politici dello Zimbabwe hanno avuto una politica più estremista e decisamente più critica nei confronti del potere bianco, tanto è vero che parte dell’Estrema Sinistra sudafricana, quella che ruota attorno agli Economic Freedom Fighters (Combattenti della Libertà Economica) di Julius Malema, si rifà in maniera abbastanza evidente allo ZANU dello Zimbabwe e all’insegnamento di Mugabe.

Un altro aspetto fondamentale nella situazione attuale, è la presenza della Cina, Paese che ha con lo Zimbabwe un rapporto privilegiato in termini di commerci, soprattutto di materie prime e di land-grabbing: si dice addirittura che coloro che hanno organizzato il Colpo di Stato che ha destituito Mugabe avessero fatto dei colloqui preparatori in Cina per essere sicuri di avere l’appoggio del Governo di Pechino. Lo Zimbabwe, in questo momento, non si può permettere di avere un buon rapporto soltanto con Pechino, perché le politiche economiche di Pechino in Africa sono politiche piuttosto predatorie e non promuovono lo sviluppo di un mercato locale, quindi c’è anche bisogno di intrattenere nuove relazioni con Paesi come la Gran Bretagna, con realtà come l’Unione Europea, in grado di sostenere questo Paese attraverso prestiti, aiuti e quant’altro. La situazione sociale, tra l’altro, è ancora piuttosto precaria e rispecchia anche l’incertezza economica di un Paese che deve recuperare parecchio e che non è certo in una situazione delle migliori.

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