martedì, Ottobre 19

Zhurong è ammartato. Ma di chi è amica la Cina? Nel continuo rimaneggiamento della politica nazionale, sapremo una volta per tutta di chi siamo più amici e dunque più indicati di partenariato commerciale?

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Nei giorni scorsi abbiamo parlato con preoccupazione delle attività spaziali della Repubblica Popolare della Cina. Quando il primo stadio del Lunga Marcia 5B è rientrato nell’atmosfera tuffandosi nell’Oceano Indiano, a nord ovest delle isole Maldive, abbiamo constatato con sollievo che il veicolo non ha fatto danni.

Ora, come è attendibile, si parla di un succeso importante che gli scienziati del vecchio impero del Catai. Il rover Zhurong, trasportato dalla sonda Tianwen-1, ha da poco toccato la superficie di Marte dopo un lungo viaggio iniziato il 23 luglio 2020 dall’isola di Hainan, a sud dello sterminato Paese asiatico.

È la prima volta per la Cina. I piani prevedono che il veicolo rimarrà sulla superficie del pianeta per alcuni giorni. Eseguirà una serie di test per poi esplorare la regione pianeggiante Utopia Planitia dove c’è una forte presenza di rocce e macigni provenienti da vicini crateri meteorici: zona già percorsa il 3 settembre 1976 dal lander sganciato da Viking 2.

Lo diciamo con convinzione: la Cina ha inanellato un altro successo dopo che un braccio meccanico ha piantato la propria bandiera sulla Luna a nord dell’Oceano delle Tempeste, il 15 dicembre 2013, e più recentemente, quando con la sonda Chang’e-4 abbiamo visto la faccia nascosta della Luna, il 3 gennaio 2019. Allora, anche i più scettici hanno dovuto accettare il dato di fatto.

Il risultato tecnologico è straordinario e forse un’informazione fin troppo pilotata ne sta trascurando la valenza. Ma non è nascondendo la polvere sotto il tappeto che si fa concretamente pulizia. Con tutto il rispetto per i network occidentali, naturalmente.

Ora, una chiave di lettura bisogna pur darla. Alcuni chiacchieroni che avevano avuto l’impressione di sistemarsi a vita ai posti di comando della governance spaziale, a quei tempi individuarono nelle ricerche americane e in quelle cinesi un unico segmento che sarebbe dovuto necessariamente passare per l’Italia con la Via della Seta. Purtroppo questi proclami sono serviti solo a dar fiato a bocche che non avevano più parole quando furono pronunciate. Noi ora assistiamo sempre più ad una spaccatura tra due mondi e il nostro Paese, pur con livelli elevatissimi declamati dalla politica e dalla diplomazia, altro non può fare che assistere paciosamente allo spettacolo ed attaccarsi al carro dei vincitori. Al più presto, come avrebbe detto Ennio Flaiano in una delle sue più felici espressioni.

Se così non fosse, oggi sui suoli di Marte girerebbero rover con le effigi di ambedue le potenze quasi come un piccolo naviglio di località turistiche.

Andando un po’ indietro con la memoria –ma questo implica che gli argomenti si siano pur studiati- va rammentato che il programma spaziale cinese iniziò nel 1956 in cooperazione con il Cremlino con lo scopo meno nobile ma sicuramente più fattivo della deterrenza nucleare; quindi con un dislocamento di missili balistici, come la serie dei Dongfeng, strutturati per la difesa missilistica e l’attacco strategico. Il Dong Fang Hong 1 fu poi il primo satellite cinese e fu lanciato solo 14 anni dopo l’inizio del programma, il 24 aprile 1970.

Per aver idea di che cosa fosse, l’oggetto prodotto aveva la forma di un poliedro con 72 facce, un diametro di un metro e un peso di 170 kg. con una radio che trasmise per 26 giorni l’inno della Rivoluzione Culturale. Nessuna idiozia in questo, dal momento che appena nel 2003, la Cina divenne il terzo Paese ad inviare un uomo nello spazio con la missione Shenzhou 5.

Per un po’ si è affermato che fu Qian Xuesen a portare il gene dello spazio a Pechino, quando da scienziato della Nasa fu espulso dagli Stati Uniti con l’accusa di essere comunista durante quella folle ideologia capitanata dal parimenti decerebrato senatore di Wisconsin Joseph McCarthy. Le cose non andarono e non sarebbero potute andare così.

Qian era nato a ad Hangzhou, una città alla foce del fiume Qiantang e nel 1935 si trasferì negli Stati Uniti dove studiò con Theodore von Karman e fu ufficiale dell’esercito statunitense. Personaggio di altissimo calibro scientifico, ma sicuramente non adeguato da solo a costruire un’agenzia spaziale di una potenza mondiale del calibro della Cina.

Pertanto, nonostante questa storia sia volutamente falsa, deve far riflettere sull’inopportunità di condannare o perseguitare a priori degli scienziati che, una volta allontanati possono creare più danni che benefici.

Ora, noi sappiamo che la Cina è una nazione con potenziali enormi. Non abbiamo dubbi che sia necessaria molta cautela nella trasmissione di dati e nella condivisione di riservatezze industriali. E che dobbiamo temere un Paese che non ha rispetto per i diritti umani e che persegue la politica delle rivendicazioni sociali. Anche se nessuno si sente in colpa o fa del moralismo quando queste atrocità portano tutto il mondo a dislocare la le proprie fabbricazioni su quel suolo che così si possono abbattere facilmente i costi dei singoli manufatti.

Resta però un punto che forse dovrebbe far riflettere, visto che molti politici e banchieri scambiano continuamente con gli omologhi cinesi i propri business: e uno di questi è l’ex statista Romano Prodi. Cosa farà il suo fedele nipote Roberto Battiston se raggiungerà le vette spaziali indicate dai più informati giornali di settore? Come si muoverà Bruno Tabacci che ha l’incarico di coordinare la politica spaziale e che sembrerebbe il più simpatizzante dell’ex Presidente di Asi, non eletto in nessun collegio elettorale e non nominato Direttore Generale dell’Esa?

Per cui la domanda che ci poniamo è questa: da che parte si trova concretamente il Bel Paese che Dante definì ‘serva’ e ‘non donna di provincia ma bordello’?

Nel continuo rimaneggiamento della politica nazionale, sapremo una volta per tutta di chi siamo più amici e dunque più indicati di partenariato commerciale?

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