mercoledì, Maggio 19

Zhang Zhijun e la visita "storica" a Taiwan field_506ffb1d3dbe2

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«I giapponesi sono come una malattia della pelle, ma i comunisti sono come una malattia del cuore.» Questa celebre frase pronunciata da Chiang Kai-shek, il leader della Repubblica di Cina (RDC) dal 1927 e avversario politico di Mao Zedong, si rivelò profetica. Chiang Kai-shek era convinto che la Cina, invasa dai giapponesi, dovesse debellare la minaccia interna dei ‘rossi’ prima di poter lanciare una campagna militare contro le truppe del Tenno. Le circostanze lo costrinsero però ad allearsi temporaneamente con i comunisti per sconfiggere l’imperialismo giapponese.

Dopo la capitolazione di Tokyo nel 1945, Chiang Kai-shek sembrò, per un beve periodo, l’unico uomo in grado di guidare la Cina verso un futuro di prosperità e indipendenza. Invece, contro ogni aspettativa il governo autoritario del Guomindang crollò sotto la divampante pressione dei comunisti che, in una sanguinosa guerra civile che devastò il paese dal 1945 al 1949, conquistarono città dopo città, fino a costringere Chiang Kai-shek e il governo della Repubblica di Cina a ritirarsi a Taiwan. Dal quel fatidico anno, la Repubblica di Cina a Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese (RPC) nella Cina continentale di fatto coesistono, anche se non si riconoscono diplomaticamente. Entrambe si considerano l’unico vero governo di tutta la Cina.

Dal suo esilio taiwanese Chiang Kai-shek continuò a credere che un giorno avrebbe riconquistato la Cina continentale e sconfitto i comunisti. Era convinto che il comunismo fosse un’ideologia disumana ed estranea alla Cina, e che il popolo cinese si sarebbe ribellato contro la tirannia di Mao. Ciò, però, non avvenne, e Chiang Kai-shek morì a Taipei nel 1975, ormai rassegnato al fatto che non avrebbe più rivisto la sua terra natia. A lui successe il figlio Chiang Ching-kuo, il quale abbandonò i piani di rinconquista militare della Cina continentale. «I Tre Principi del Popolo uniranno la Cina,» divenne lo slogan ufficiale, che si riferiva ai principi enunciati da Sun Yat-sen, il fondatore della Repubblica di Cina.

Nel frattempo, dopo la morte di Mao Zedong, le redini del potere a Pechino erano state prese da Deng Xiaoping. Il nuovo leader fece della riunificazione pacifica della Cina continentale e di Taiwan uno dei suoi obiettivi principali. Egli creò la famosa formula di ‘un Paese, due sistemi‘, promettendo a Taiwan che essa avrebbe mantenuto il suo sistema capitalistico, un governo autonomo, e anche le proprie forze armate, a patto che entrasse formalmente a far parte della Repubblica Popolare Cinese e che la politica estera divenisse competenza del governo centrale. Chiang Ching-kuo rispose con la  politica dei ‘tre no‘: nessun contatto, nessuna comunicazione, nessun compromesso.

Ma, di nuovo, le circostanze spinsero i leader della Repubblica di Cina a modificare le proprie posizioni intransigenti. Nel 1987 il governo permise ai propri cittadini di viaggiare nella Cina continentale. Nello stesso anno la legge marziale, che era rimasta in vigore a Taiwan per più di 38 anni, fu revocata. Nel 1991 il governo dichiarò la fine del ‘periodo di ribellione comunista‘, un decreto emanato dal governo della RDC durante la guerra civile. Iniziò un’epoca di disgelo fra i due lati dello Stretto. Dato che essi, però, non si riconoscono diplomaticamente, si poneva la questione di quali canali utilizzare affinché Pechino e Taipei potessero interagire. Per risolvere il problema nel 1991 la RDC istituì il Consiglio per gli Affari Continentali (Mainland Affairs Council, MAC), un’organizzazione semiufficiale che si occupa dei rapporti con la Cina continentale. La RPC, a sua volta, creò l’Ufficio Affari Taiwanesi (Taiwan Affairs Office, TAO). Lo scopo sia del governo del Guomindang sia di quello comunista era di portare avanti il dialogo che avrebbe in futuro condotto alla riunificazione di quella che essi considerano una nazione divisa.

Ma, nel frattempo, Taiwan iniziò un processo di democratizzazione che culminò nelle elezioni presidenziali del 1996. Il tramonto della dittatura ha portato alla legalizzazione di quei gruppi di opposizione al regime del Guomindang che sostengono che Taiwan non è parte della Cina ma è una nazione indipendente. Con la fine dell’indottrinamento ufficiale da parte delle autorità, le giovani generazioni di taiwanesi hanno smesso di vedere Taiwan come parte della Cina. Secondo un recente studio il 60% degli abitanti di Taiwan si definisce taiwanese. Nel 1992, invece, meno del 20% si definiva taiwanese, mentre quasi il 50% si definiva sia taiwanese che cinese, e più del 20% si definiva solo cinese.

Il costante declino dell’identificazione dei taiwanesi con la Cina ha allarmato Pechino. Nel 2005, il governo comunista ha promulgato la famosa ‘Legge Antisecessione, la quale legalizza l’uso della forza nel caso in cui Taiwan dovesse formalmente dichiarare di non essere parte della Cina. Il documento dichiara che lo scopo della RPC è di raggiungere l’unificazione pacifica con Taiwan, ma che se ciò non dovesse essere possibile a causa dei movimenti ‘secessionisti’, allora Pechino invaderebbe l’sola.

I rapporti con la Cina continentale sono al centro dell’intero sistema politico taiwanese. Mentre il Guomindang e i partiti della coalizione pan-azzurra sono a favore di una futura riunificazione con la Cina, il PDP (Partito Democratico Popolare) e la coalizione pan-verde vogliono una formale dichiarazione d’indipendenza di Taiwan.

Ma Ying-jeou, l’attuale presidente della RDC e segretario del Guomindang, vinse le elezioni del 2008 e del 2012 promettendo di migliorare i rapporti con la Cina sia dal punto di vista economico che politico. Negli ultimi anni, il governo ha istituito i primi voli diretti da e per la Cina dal 1949, ha permesso ad un numero crescente di turisti cinesi di visitare l’isola, e nel 2010 ha firmato con le autorità di Pechino l’Accordo di Cooperazione Economica, che ha liberalizzato alcuni settori economici dei due lati dello Stretto, portando ad un boom delle esportazioni di imprese taiwanesi verso la Cina.

Nel febbraio di quest’anno Wang Yuqi, il ministro del MAC, si recò nella Cina continentale per una visita storica, la prima a cui parteciparono alti funzionari delle due parti dopo la guerra civile del 1949. Durante il suo soggiorno, Wang Yuqi invitò Zhang Zhijun, direttore del TAO, a visitare Taiwan.

Ma il riavvicinamento della Cina e Taiwan ha creato tensioni nell’isola, culminate nel Movimento dei Girasoli, un moto popolare di protesta contro gli accordi di liberalizzazione fra i due lati dello Stretto. Molti taiwanesi, infatti, temono che il Guomindang stia facendo il gioco di Pechino, portando Taiwan in una situazione nella quale preservare la propria indipendenza di fatto sarà impossibile.

Il 25 giugno Zhang Zhijun ha accolto l’invito ricevuto e ha visitato Taiwan per discutere del futuro dei rapporti bilaterali e «rafforzare la fiducia reciproca». Inizialmente era previsto che Zhang Zhijun viaggiasse in diverse parti dell’isola, intrattenendosi con «esperti, studenti, agricoltori, pescatori, membri delle minoranze etniche, membri di gruppi religiosi, imprenditori e donne della Cina continetale che hanno sposato taiwanesi».Secondo ‘China Daily‘, organo di stato della RPC, il fatto che Zhang cercasse il dialogo con taiwanesi di vari strati sociali e gruppi rifletteva «l’attenzione della Cina continentale nei confronti dell’opinione pubblica dell’isola e il desiderio di rassicurare la popolazione».

Il ‘China Times‘, testata taiwanese di orientamento pan-azzurro, ha definito la visita di Zhang Zhijun «un’espressione di buona volontà, sincerità, razionalità e pragmatismo.» Ma una gran parte della popolazione taiwanese era di opinione diversa. All’arrivo di Zhang all’aeroporto di Taoyuan, vicino Taipei, membri dell’Unione Solidarietà di Taiwan (UST), un partito opposto all’unificazione di Taiwan con la Cina, si sono radunati nell’edificio, scandendo slogan come «Zhang Zhijun, tornatene in Cina!» e «Il futuro di Taiwan verrà deciso dai taiwanesi».

Secondo quanto riportato dai media locali, alcuni manifestanti sono stati minacciati e assaliti da membri delle triadi, organizzazioni di tipo mafioso, tradizionalmente opposte all’indipendentismo taiwanese e vicine sia al Guomindang che alla Cina comunista.

Al di fuori dell’aeroporto, gruppi filocinesi hanno affisso manifesti con messaggi quali «I compatrioti ai due lati dello Stretto sono cinesi,» e «Taiwan è parte inalienabile della Cina».

La sera precedente, alcuni attivisti, fra cui esponenti del Movimento dei Girasoli, avevano prenotato due camere al Novotel, un hotel a cinque stelle vicino all’aeroporto, per organizzare delle azioni di protesta contro Zhang Zhijun. Ma la mattina del 25 lo staff dell’albergo ha forzato la porta di una delle camere, chiedendo agli attivisti di lasciare l’albergo per ‘motivi di sicurezza’. L’hotel ha poi dichiarato che solo una persona si era registrata e che le attività degli attivisti mettevano a repentaglio la sicurezza e la tranquillità degli altri ospiti. Inoltre, gli attivisti si erano ripetutamente rifiutati di mostrare le loro carte di identità su richiesta del personale.

Gli attivisti, a loro volta, hanno accusato l’albergo e la polizia di avere violato il loro diritto di protestare pacificamente. «A causa dell’incontro fra Zhang e Wang siamo stati privati della nostra libertà per più di 10 ore,» ha detto Lai Zhongqiang, l’attivista che aveva prenotato le due camere a proprio nome e che è stato rilasciato dalla polizia solo alle 19:00 del 25 giugno. «Quante libertà e quanti diritti umani dovranno ancora essere sacrificati per Zhang o per far contenta Pechino?».

L’intera visita di Zhang Zhijun è stata contrassegnata da simili episodi di protesta. Il 27 giugno, durante la sua visita nella città portuale di Kaohsiung, manifestanti hanno gettato vernice bianca e imitazioni di banconote verso la sua macchina, imbrattando alcune guardie di sicurezza. Nell’arena di Kaoshiung Zhang ha tenuto un importante incontro con Chen Ju, il sindaco della città e membro del PDP.  Con questo gesto Zhang voleva dimostrare come Pechino desideri dialogare anche con i partiti taiwanesi tradizionalmente indipendentisti e anticinesi. «Ho detto al direttore Zhang che al suo arrivo in areoporto probabilmente si sarà reso conto della diversità di opinioni e delle protesteha dichiarato Chen Ju dopo l’incontro. «Gli ho detto che questa è una parte normale della democrazia taiwanese. Sono contento che egli lo abbia accettato».

Nonostante la propaganda ufficiale, Zhang Zhijun non ha infatti potuto ignorare il sentimento popolare anticinese che si è scatenato dovunque egli si sia recato. Benché all’inizio la sua visita dovesse essere un’occasione di dialogo con la gente comune, alla fine Zhang ha preferito cancellare i tre appuntamenti finali del suo tour.

«Sappiamo che i taiwanesi danno grande importanza al sistema sociale e allo stile di vita che hanno scelto» ha detto Zhang in modo diplomatico dopo il suo colloquio con Chen Ju. «La Cina continentale rispetta il sistema sociale, i valori, le idee e gli stili di vita dei taiwanesi».

Ma è difficile pensare che queste parole possano placare gli animi della popolazione nell’isola. La democrazia taiwanese, il frutto di anni di lotte, è un bene prezioso che i cittadini non vogliono mettere a rischio. Ben lungi dall’essere il tour trionfale che le autorità della Repubblica Popolare avevano auspicato, la visita di Zhang ha messo in luce le contraddizioni dei rapporti bilaterali e il desiderio di una gran parte del popolo taiwanese di mantenere la propria indipendenza e unicità contro il volere dei politici di Pechino di fare dell’isola una provincia della Cina comunista. Anche se nessuno può sapere cosa Zhang Zhijun abbia detto ai suoi superiori dopo il suo ritorno, di sicuro avrà compreso come, a differenza di ciò che sostiene la propaganda ufficiale cinese, i ‘compatrioti’ di Taiwan non siano unanimemente desiderosi di ritornare nel grembo della madre patria.

 

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