martedì, Giugno 15

Zero Hours Contract: questo è il business babe! Il contratto a zero ore va alla grande a Londra. Ne parliamo con un esperto

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LondraMentre i politici italiani stanno discutendo temi quali il precariato, l’articolo 18, il TFR, Trattamento di Fine Rapporto, e il salario minimo, nel Regno Unito gli espatriati Italiani sono disposti a tutto pur di poter dire ‘Io ho un lavoro’. A giugno di questo anno i dati rilevati dal ISTAT – Istituto Nazionale di Statitstica -, lanciavano ‘l’allarme disoccupazione’ in Italia. Il tasso dei senza lavoro la scorsa estate ha raggiunto il picco massimo che oltrepassava i dodici punti percentuali.

A causa della crisi trovare una qualsiasi occupazione in Italia sembrava essere una impresa titanica. Un fatto certo è che la fuga dall’Italia è iniziata molto tempo prima e si è fortemente intensificata proprio all’inizio di questo anno. La meta preferita degli italiani che scappano per rifarsi una vita è stata, e sembra essere ancora, Londra. Nella capitale inglese trovare una qualsiasi occupazione non è una impresa impossibile. Da qualche parte si dovrà anche iniziare e soprattutto gli stranieri venuti dai Paesi mediterranei risultano essere i più disposti a ricominciare da Zero. Zero come le ore scritte e garantite nel contratto di lavoro.

Abbinare la dicitura zero ore ad un contratto lavorativo, che prevede almeno una sola ora di lavoro garantita, sembra essere l’ossimo perfetto. Sembra impossibile ma è la dura realtà che si prospetta per i candidati che si propongono per cosiddetti lavori non qualificati nella city. Camerieri, donne delle pulizie, commesse e talvolta receptionist sono le occupazione più gettonate dalle imprese per proporre un contratto pagato al minimo di legge, ossia sei pounds e cinquanta pence l’ora, senza alcuna garanzia di continuità lavorativa e talvolta senza ferie e malattia pagata.

In Italia si chiama lavoro precario a tempo indeterminato, qui a Londra potrebbe essere definito precariato giornaliero. Nel contratto a zero ore viene riportato, nero su bianco, l’opzione per cui il datore di lavoro potrebbe non chiamarti per mesi o licenziarti in tronco e senza giusta causa. Nel contratto è menzionata poi, a pie’ pagina, una clausola con la seguente dicitura: «Io sottoscritto firmatario mi impegno a lavorare per l’azienda X per il totale delle ore che il manager mi proporrà settimanalmente». Tradotto praticamente ciò significa che il lavoratore firmatario del contratto potrebbe lavorare anche per più di sessanta ore a settimana senza il ‘lusso’ di poter stare a casa un giorno per malattia e non avere il timore che il datore di lavoro possa decidere di non richiamarlo più a lavoro.

Statisticamente parlando i lavoratori che maggiormente accettano di rinunciare ai diritti di base sono gli emigrati a Londra che provengono dall’area Europea del Mediterraneo. A rivelarlo è un funzionario di un Job Centre – ossia una agenzia lavorativa – con sede a Londra, che rilascia a L’Indro una intervista scegliendo però di non rivelare la sua vera identità.

 

Quanti contratti a Zero ore fai firmare al mese?

La media è veramente altissima. Solo la scorsa settimana ho fatto firmare cento persone e nonostante abbia spiegato loro che la paga è il minimo e i diritti sono praticamente inesistenti, la maggior parte dei firmatari sembrava contenta. Alcuni mi hanno persino ringraziato

Secondo te perché così tante persone scelgono il Contratto a ore zero?

Devo ammettere che molti parlano un inglese davvero pessimo. La maggioranza delle persone che hanno firmato hanno cercato di farmi capire che nei loro Paesi d’origine a volte, dopo aver lavorato per settimane o addirittura per mesi, non sono stati retribuiti.

Quindi secondo te accettano perché sanno che qui si lavora molto e poi si viene sicuramente pagati?

Si questo è esattamente il punto. La paga è ‘da fame’ ma lavorando sodo e accettando più ore possibili si riesce ad accumulare un salario decente per, non dico vivere, ma almeno sopravvivere in una città come Londra.

Secondo te quali potrebbero essere altre motivazioni che spingono le persone a lavorare così tanto avendo un compenso così misero?

“Iniziamo con il dire che chi accetta lo fa perché nel proprio Paese d’origine non trova assolutamente nulla. Molti poi considerano questo lavoro come un inizio, un nuovo inizio. Moltissimi, soprattutto chi parla un inglese ‘decente’ e ha una laurea, abbandona dopo una media di sei mesi.

Da quali paesi provengono i candidati per i contratti a zero ore?

In ‘pole position’ ci sono i mediterranei. Gli Italiani sono numerossissimi. A dire la verità mi sono sorpreso perchè la maggioranza degli italiani mostrano nel curriculum più di una laurea e tantissime internship in aziende internazionali.

Altri Paesi oltre l’Italia?

Sicuramente la Spagna e la Grecia e persino la Francia.

Qualcuno si è mai ribellato a queste condizioni contrattuali?

Non che io sappia. Il fatto  è che chi accetta queste condizioni non ha molte altre scelte e, soprattutto, lavorare e guadagnare soldi per potersi permettere di vivere in una città come Londra è essenziale. In più per ribellarti devi conoscere le regole e, chi firma di solito non le conosce.

Questa pratica non è illegale?

No affatto. E’ tutto perfettamente legale. Quando si firma un contratto privato o si accettano le condizioni o non si firma. Dal momento che si decide di accettare il lavoro gli svantaggi sono ben speigati e la firma sancisce l’accordo.

Il datore di lavoro può anche chiedere sessanta ore settimanali di lavoro. C’è davvero chi accetta tutto questo senza alcuna rimostranza?

Più di quanti tu pensi. ‘It’s business babe. It’s only Business’ – È Business tesoro. È solo Business.

 

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