lunedì, Settembre 20

‘Zero in condotta’: operazioni SAR e ruolo delle ONG

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Già nel Bilancio 2016 comunicato dalla Commissione europea, sono stati aumentati i fondi destinati alle due operazioni (45 milioni di euro) con un’azione potenziata ed estesa a un raggio di 138 miglia marine dalla Sicilia. In un dossier del Senato italiano relativo alla gestione dei salvataggi in mare, è affermata la necessità di «chiarire se l’aumento della dotazione di risorse e mezzi a giudizio della Commissione europea sarebbe di per sé sufficiente a consentire a Frontex di svolgere quella che nella comunicazione viene qualificata come “duplice funzione di sorveglianza delle frontiere e di aiuto al salvataggio dei migranti in mare”, anche in assenza di un esplicito mandato dell’Agenzia». Si tratterebbe, in questo caso, di modificare parzialmente l’assetto giuridico di Frontex «nel senso di rafforzarne i compiti in materia di rimpatrio», secondo gli auspici della stessa Commissione. In tale direzione, il Regolamento (UE) 656/2014 , lo stesso che attribuisce all’Italia il ruolo esclusivo di «Stato membro ospitante», comprende tra i doveri dell’Agenzia la capacità di «affrontare situazioni di ricerca e soccorso che possono sorgere durante un’operazione di sorveglianza di frontiera in mare» e «garantire a protezione dei diritti fondamentali degli immigrati prevenendo la loro espulsione in un Paese dove potrebbero essere oggetto di persecuzioni o in pericolo di morte (principio di non respingimento)».  Ferma restando la dichiarata attenzione per i diritti umani (con un aumento del 2,5% delle risorse stanziate a tale scopo), lo scorso marzo Fabrice Leggeri, Direttore esecutivo di Frontex, ha ribadito davanti al Parlamento europeo (Commissione Libertà Civili) che l’Agenzia organizza l’identificazione e la riammissione di chi emigra nel massimo rispetto possibile della loro dignità, ma non può essere l’equivalente di un’ ‘agenzia di viaggi’. Peraltro, tra le risorse impiegate da «Mare Nostrum» secondo una specifica strategia di intervento umanitario, si era fatto largo utilizzo di personale civile.

Come ha evidenziato nel saggio Polizia della frontiera  (Derive Approdi, 2015) il giurista e sociologo Giuseppe Campesi, Frontex, nata prima che esistesse l’Unione Europea e fuori dall’ambito comunitario, «non è una polizia europea, è un’agenzia di cooperazione poliziesca. È una differenza sostanziale. Non esiste una polizia europea, un poliziotto europeo, Frontex è un’agenzia chiamata a coordinare l’azione delle forze di sicurezza nazionali». L’ «Accordo di Schengen», firmato nel 1985 da Benelux, Germania e Francia, conteneva una precisa argomentazione: «per eliminare i controlli alle frontiere interne tra i Paesi membri era necessario sviluppare forme di cooperazione per controllare più strettamente la nuova frontiera comune esterna. Un salto, sul piano geopolitico, decisivo».

Essendo questa un po’ l’ ‘anima’ di Frontex, appariranno forse più chiare le divergenze di strategia che operano nelle aree in cui è stato ritagliato il Mediterraneo. Non a caso, le critiche all’operato delle ONG espresse dall’Agenzia nel Rapporto Risk Analysis 2017 (pp. 32.33), rinforzate senza troppe remore da Leggeri («Le ong non collaborano»), già nel marzo scorso hanno portato l’attenzione mediatica sulle indagini aperte da 3 Procure italiane (Palermo, Catania e Trapani).

In questo scenario di competenze parzialmente sovrapposte e obiettivi differenziati, avremmo un grosso ‘buco’ con l’omissione delle operazioni di search and rescue compiute dagli attori non governativi.  Sempre in base al Rapporto 2016 della Guardia Costiera italiana, l’attività di soccorso in mare connessa ai flussi prestata delle ONG copre, da sola, il 26% del totale.

Nelle diverse aree SAR, le ONG intervengono in interazione con le autorità competenti, come appunto la Guardia Costiera italiana. Tuttavia, una collaborazione attiva con le polizie e gli eserciti del Paesi membri dell’Unione non rientra nella loro mission .  Una delle ragioni principali sottostanti al rifiuto di firmare il «Codice di Condotta» è la natura stessa di tale provvedimento. In particolare, perché dovrebbero valere, per una nave battente bandiera di uno Stato terzo, i divieti (ad esempio, quello di ingresso in acque libiche) previsti dallo Stato italiano in acque internazionali, ossia fuori dalla sua giurisdizione? Tale incompetenza si trasmette anche all’obbligo previsto per le navi non governative di far salire a bordo gli ufficiali italiani di polizia giudiziaria (uno dei punti più contestati) per indagini sul traffico di migranti, oltre al citato divieto di ingresso in acque libiche o di trasferimento di persone su altre navi, anche quando tale operazione sia essenziale a salvare vite umane. Quanto alla disciplina dell’accesso ai porti, i giuristi dell’ASGI rilevano che «Né i trattati internazionali in materia né la prassi internazionale indicano in alcun modo l’esistenza di una competenza normativa dello Stato del porto relativamente alla navigazione di navi che abbiano svolto attività di ricerca e soccorso in alto mare e richiedano l’accesso al porto».

Frattanto, le inchieste aperte dalle Procure italiane restano trattativa riservata.

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