sabato, Aprile 17

Zaatari Camp, quarta città della Giordania field_506ffb1d3dbe2

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Thousands Of Syrian Refugees Seek Shelter In Makeshift Camps In Jordan

 

Amman – Era l’inizio di giugno 2012 quando un gruppo di famiglie in fuga dal conflitto siriano si fermò circa 10 kilometri a nord di Mafraq, nell’omonimo Governatorato. Il villaggio di Zaatari si affacciava direttamente sulla vallata scelta dal gruppo come accampamento: un buon punto, relativamente riparato dal caldo estivo.

Nessuno, probabilmente, credeva che la situazione si sarebbe prolungata più a lungo di qualche settimana.

In breve tempo, invece, il gruppo crebbe, ed il 28 luglio l’UNHCR, l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, lo riorganizzò secondo i propri parametri, identificandolo ufficialmente come il Campo Profughi di Zaatari, situato circa 3 ore a nord della capitale Amman.

Nei successivi 17 mesi il numero di esuli approdati al campo è esponenzialmente cresciuto fino a raggiungere il numero di 144.000 unità registrate, dando così vita al quarto agglomerato popolare del Paese.

Far fronte alla crescita massiccia e costante del Campo è stato estremamente complicato per le istituzioni giordane: ha richiesto un lavoro sinergico e sincronizzato da parte delle Organizzazioni Non Governative aderenti, cresciute in breve tempo fino ad essere 22, attive nei settori più disparati   -c’è la Croce Rossa, la FATR, Save the Children, Medici-Professori-Psicologi senza Frontiere, Unicef, FPA e IOM, oltre, naturalmente, alle forze di sicurezza giordane, solo per citarne alcune.
Un lavoro di squadra necessario per donare una lontana parvenza di normalità a una popolazione stremata.

Il campo è in continua evoluzione, gli aiuti umanitari ed economici seguono flussi regolari, ma naturalmente impongono una forte razionalizzazione legata all’aumento degli ospiti.

L’altitudine sul livello del mare è notevole e rende oggi prioritaria la risistemazione delle famiglie in strutture isolate dal clima esterno.

Il passaggio dalle semplici tende ai prefabbricati sta avvenendo con lentezza durante l’inverno più rigido registrato nell’arco dell’ultimo secolo e mezzo.
La scorsa settimana la tempesta Alexa ha portato da Istanbul a Il Cairo (dove non nevicava da 112 anni) temperature abbondantemente sotto gli zero gradi e imponenti nevicate: Amman, ad esempio, è rimasta paralizzata per quattro giorni con interi quartieri sprovvisti di energia elettrica, Gaza , invece,  è stata sommersa.

Per avere un’idea dell’urgenza del ricambio abitativo, si consideri che all’interno della struttura oltre il 60% della popolazione è composta da donne e bambini.

Si cerca, quindi, di utilizzare le tende per ospitare gli oltre 3.000 negozi, lasciando così ad uso abitativo i 17.000 camper ed i prefabbricati.

Il monitoraggio, le previsioni e gli studi riguardanti la gestione e l’evoluzione del flusso di rifugiati vede le ONG costantemente affiancate dalle Università della regione, nelle quali le facoltà di Storia e Gestione delle Migrazioni sono all’avanguardia e sfruttano al massimo competenze ed idee dei loro studenti, che quotidianamente partecipano a workshops, meeting e preparano accurate relazioni che vengono successivamente distribuite alle direzioni delle varie organizzazioni,  così da aggiornare le metodologie di intervento nella maniera più mirata e razionale possibile.

Il persistere del conflitto, che ha ormai superato il millesimo giorno di scontri, sta costringendo il Governo giordano ad aggiornare al rialzo le stime economiche per mantenere i vari campi in funzione.
Secondo l’ultima relazione dell’UNHCR, nel 2014, per far fronte alla cosiddetta Operazione Siria, saranno necessari 6,5 miliardi di dollari. Pare oggi impensabile che la sola Giordania, Paese di poco più di sette milioni di abitanti, possa farsi carico dell’intera cifra. Lo sforzo della Giordania per garantire asilo ai rifugiati è oggi eccezionale, così come immane è quello compiuto dal Libano, un fazzoletto di terra già provato dai conflitti interni ed esterni, sul quale si sono riversati oltre un milione di siriani.

Anche gli altri Paesi della regione si trovano alle prese con l’emergenza profughi: l’Iraq, un Paese compromesso dalle enormi difficoltà del dopoguerra, conta circa duecentomila rifugiati; altri centocinquantamila siriani sono giunti in Egitto e nel resto del Nord Africa, mentre mezzo milione di profughi ha varcato la frontiera della Turchia, lasciata sola ad arginare il problema dietro l’accordo UE firmato pochi giorni fa riguardante il rimpatrio entro i suoi confini di chi avesse tentato di varcarla.

Zaatari Camp è situato a soli otto chilometri dalla frontiera siriana, ma nonostante ciò solo in pochi arrivano direttamente da quella porzione di confine, per via dell’intensità degli scontri oltrebarriera che ne rende estremamente pericoloso l’attraversamento.

La maggior parte dei profughi è costretta ad affrontare un viaggio lungo anche una settimana, all’interno dei camion utilizzati per il trasporto di generi umanitari, solitamente risparmiati dagli attacchi. Questi seguono la rotta verso Est fino ad entrare in Iraq, dove si trovano i punti di snodo nei quali i ‘viaggiatori’ cambiano automezzo in direzione Mafraq.

Una volta arrivati al campo, lo shock causato dal viaggio è forte e persistente, aggravato dai boati provenienti da oltreconfine, chiaramente distinguibili sopratutto durante la notte quando gli scontri s’intensificano.
Le battaglie per il controllo delle autostrade, infatti, sono continue e causano estremi disagi anche alla popolazione giordana obbligata a dispendiosi viaggi aerei per mantenere gli scambi commerciali con Beirut, distante da Amman solo qualche ora d’auto.

Giunti al campo, i profughi iniziano le procedure burocratiche consistenti nell’identificazione, nella registrazione ed infine nell’assegnazione di un alloggio se non si hanno familiari residenti nel Paese; in quel caso, i parenti vengono contattati per conoscere la loro intenzione a ospitare i richiedenti asilo.
Altri ancora decidono di stanziarsi in quelle enormi aree suburbane che sono le periferie cittadine, lungo le vecchie rotte dei profughi palestinesi.

In caso d’insediamento nel campo le regole sono chiare: l’eventuale spostamento all’esterno deve essere autorizzato dalla Direzione e può durare un massimo di 3 giorni, a scadenze regolari.

Queste differenti situazioni  e necessità sono alla base dei mercati neri di recente creazione, nati come conseguenza del comune disagio vissuto nelle periferie giordane, già di per se abbastanza povere.
Tutti sanno, infatti, che il grande uliveto ai confini di Zaatari, che tra l’altro rappresenta buona parte del sostentamento economico del villaggio, è il punto di snodo per eccellenza dei nuoviSmuggler‘, i trafficanti di merci e servizi: da lì si acquista un passaggio sicuro al di fuori del campo se non si possono avere permessi, lì si acquistano i carburanti extra per alimentare stufe e cucinotti (che all’interno delle tende è tassativamente vietato utilizzare per ragioni di sicurezza), lì si può concordare un matrimonio, che per le numerosissime vedove ed orfane resta l’unica possibilità di una nuova vita all’esterno del campo.

Un triste episodio è risuonato questi giorni nei principali media dopo un’indagine finanziata dall’Arij (Arab Reporters for Investigative Journalism), che ha portato alla luce un sistema corruttivo documentato fra alcuni membri dei servizi di sicurezza giordani interni al campo. Riguarda una ragazza siriana ventottenne di nome Nasreen, giunta in un ospedale pubblico di Amman in una condizione avanzata di travaglio e necessitante un intervento di parto cesareo. Al marito della giovane sarebbero stati estorti 200 jd (circa 200 euro) per evitarle l’intervento nelle tende mediche del campo e trasportarla alla clinica nella capitale viaggiando per un’intera notte nascosta in un camion per il rifornimento dell’acqua.
Altri evasioni di questo tipo sono documentate nel dossier ma questo resta l’episodio chiave che ha determinato un’indagine interna di cui tutta la popolazione aspetta la chiusura con ansia.

 

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