lunedì, Aprile 12

Yucatán, la giustizia parla maya Approvata la legge che riconosce la giustizia ‘tradizionale’ indigena. Diversi i limiti

0

maya yucatan

«Ci sarà pure un giudice a Mérida»: è questo, in estrema sintesi, quel che potrebbero dire i membri delle comunità maya nello Stato dello Yucatán dal prossimo 3 giugno. L’approvazione da parte del Congresso statale di una Legge del Sistema di Giustizia Maya, parte di un pacchetto più ampio che riformerà il Sistema di Giustizia Penale a partire dal prossimo mese, renderà infatti possibile la risoluzione di dispute sorte all’interno dei gruppi indigeni per mezzo del ricorso ad un’autorità da loro stessi eletta, secondo le modalità proprie della loro cultura. Ovviamente, si capisce, i delitti e le pene che potranno ricadere sotto questa peculiare giurisdizione saranno limitati alle necessità di armonizzazione col più ampio sistema legale istituzionale, sia di livello statale che di livello federale. Così, come informa il Deputato Fernando Romero Ávila, «il giudice maya potrà operare in merito a delitti considerati non gravi dal Codice Penale dello Stato, così come definire le infrazioni di carattere amministrativo, avendo facoltà di comminare sanzioni dai 15 giorni ai 6 mesi di lavori a favore della comunità, senza potere per alcun motivo decretare pene detentive». L’istituzionalizzazione del diritto maya ha ricevuto il voto unanime dei 25 deputati, appartenenti a quattro partiti differenti: dal maggioritario (16 Deputati) Partido Revolucionario Institucional (PRI) al Partido Verde Ecologista, che conta un solo rappresentante nell’assemblea.

Nonostante l’innegabile interesse dell’approvazione, non è il primo caso nella Federazione in cui uno Stato decide di tutelare gli usi e i costumi della comunità indigena anche a livello giuridico. Se già la Costituzione federale riconosce la centralità delle popolazioni originarie nella «composizione pluriculturale» della Nazione, negli Stati di ChiapasChihuahuaDurangoNayarit Veracruz è da tempo riconosciuta loro una certa autonomia legislativa. È però nello Stato di Quintana Roo, confinante proprio con quello dello Yucatán, che nel 1997 è stata promulgata una Legge su Diritti, Cultura ed Organizzazione Indigena tale da aver creato una sorta di modello di riferimento in materia. Questo è infatti quanto asserito lo scorso aprile da Manuel González Oropeza, Magistrato del Tribunale Elettorale del Potere Giudiziario della Federazione, per cui «Quintana Roo è un esempio di giustizia indigena, grazie allo siluppo ed all’applicazione della Legge sui Diritti Indigeni nello Stato». Eppure, nonostante le più recenti riforme volte a precisare ulteriormente caratteristiche e competenze dei ‘giudici tradizionali’ preposti ad amministrare una forma di giustizia «alternativa alla via giurisdizionale ordinaria ed allo statuto dei giudici di ordine comune», vanno citate anche le debolezze osservate in questi quattordici anni di applicazione.

Come riportava ‘Sipse.com’ poco meno di due anni fa, nonostante l’obiettivo dichiarato della Legge fosse «dare uguaglianza giuridica» ad un settore della popolazione, quello indigeno, che rappresenta più del 30% dei cittadini dello Stato, «la realtà continua ad essere la stessa di allora, poiché detta Legge, quando si applica, funziona per reati minori come l’abigeato, la frode o la truffa». Per quanto riguarda gli altri tipi di reato, concludeva il quotidiano online in accordo con «ONG, giuristi ed alcuni degli ex legislatori che approvarono la Legge menzionata», la popolazione indigena rimaneva vittima di discriminazione all’interno delle regolari aule di tribunale. Il problema più serio della normativa, dunque, consisteva nella limitatezza della stessa: una caratteristica che, peraltro, abbiamo visto ritrovarsi anche nella recente legge approvata dal Congresso dello Yucatán. Dove, inoltre, i cittadini indigeni costituiscono una percentuale simile della popolazione totale: circa 540.000 abitanti sui quasi due milioni complessivi parlano lingue indigene, secondo l’Istituto Nazionale di Statistica e Geografia (Inegi), e addirittura il 14% di essi non parla lo spagnolo.

Un ostacolo, quello linguistico, certo non di poco conto. A maggior ragione se riguarda quella parte di popolazione che, come avevamo già avuto modo di osservare su queste pagine, è fondamentalmente la più povera del Paese («i più poveri dei poveri del Paese», come riportava nel 2011 la Banca Mondiale). E, in Messico, l’intreccio fra povertà ed ingiustizia è appunto tutt’altro che raro, anche nelle aule giudiziarie. Come segnalava solo l’anno scorso Manuel Fuentes, già Presidente dell’Associazione Nazionale degli Avvocati Democratici, l’origine etnica ed il livello socioeconomico degli imputati hanno un ruolo evidente nelle decisioni dei giudici messicani, spesso caratterizzate dall’uso di due pesi e due misure. Col problema che, come se già questa sorta di emarginazione sociale non fosse di per sé discutibile, proprio quest’ultima tende a sua volta ad aggravare una criticità ben più estesa, quella del narcotraffico. Helen Clark, amministratrice del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, in un’intervista a ‘El Universal’ è stata infatti molto chiara in proposito: «La violenza colpisce nei livelli di povertà ed influisce sulla crescita dei Paesi, vediamo che nelle comunità emarginate c’è maggior violenza, ed è sempre in queste che più giovani partecipano o vengono reclutati dal crimine organizzato».

Se, poi, le istituzioni vengono a mancare a livello più generale, il quadro non può che complicarsi. Ad esempio, quattro anni fa, in piena Guerra della droga, proprio le comunità indigene dello Stato di Quintana Roo si trovarono a dover scendere a patti coi cartelli del narcotraffico. All’epoca, l’esperto di questioni indigene Hermelindo Be Cituk affermava che «ci sono comunità indigene che stanno seminando marijuana, non per colpa loro, bensì perché il Governo li ha dimenticati» e che «i giovani che non hanno opportunità di crescita né professionale, né lavorativa, sono facili prede di questa delinquenza». Ad oggi, la situazione sembra essere significativamente cambiata: come informava Riccardo Carcano Casali in un precedente articolole comunità indigene stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante nel contrasto al fenomeno del narcotraffico. Fenomeno che, se nella penisola dello Yucatán riguarda soprattutto lo Stato di Quintana Roo anche a causa della sua rilevanza turistica internazionale, non è comunque sconosciuto neanche nello Stato omonimo, che, tra il 2012 e il 2013, ha comunque investito quasi 15 milioni di pesos (circa 845.000 euro) nella lotta allo spaccio di stupefacenti.

In chiusura d’analisi, ci si può perciò chiedere non solo se le concessioni in materia giudiziaria alle comunità maya siano da considerarsi, nella loro definizione, una significativa apertura o un provvedimento molto timido: rapportandosi la situazione degli stessi gruppi indigeni a problemi di più ampia scala, è necessario considerare la misura in relazione alla situazione federale. In un’epoca in cui il concetto di sovranità statale sta attraversando un profondo ripensamento, il contesto messicano offre un’ulteriore ragione di indagine per il modo in cui il narcotraffico sta ponendo in dubbio il controllo territoriale degli enti statali e federali. Non si tratta unicamente della sfida lanciata dai cartelli: come si è osservato a più riprese, la questione riguarda ormai anche e soprattutto la risposta spontanea delle comunità locali a fronte delle carenze istituzionali. Poiché questo genere di risposta, nella penisola dello Yucatán, riguarda in particolar modo le comunità indigene, è insomma lecito chiedersi se la recente emulazione da parte del Congresso di Mérida di quanto già fatto diciassette anni fa da quello di Cancún risponda ad effettive necessità attuali o se sia solo un passo dovuto, tardivo ed ormai insufficiente.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->