sabato, Ottobre 16

Yemen: tra catastrofe umanitaria e armi non convenzionali field_506ffbaa4a8d4

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Lo Yemen offre di se l’immagine di un Paese devastato, a soli cinque mesi dal conflitto tra i ribelli sciiti Houti e lealisti dell’ex presidente, Ali Abdullah Saleh, contro la coalizione a guida saudita sostenuta dagli Emirati arabi uniti.

Incessanti proseguono gli appelli rivolti dalle Organizzazioni umanitarie  ai governi d’Europa e agli Stati Uniti d’America perché cessino il rifornimento di armi, probabilmente utilizzate dalla coalizione araba nel corso di attacchi aerei e via terra, sferrati anche contro la popolazione civile yemenita. Una inchiesta di reported.ly a firma del giornalista investigativo irlandese Malachy Browne,  ripresa e pubblicata da ‘L’Indro’ nella traduzione di Marco Barberi, ha documentato il ritrovamento di bombe inesplose fabbricate in Italia. Ordigni del tipo: MK82, MK83, MK84, e BLU 109, con regolare autorizzazione governativa, sarebbero state vendute agli Emirati arabi direttamente dalla RWM Italia S.p.A., fabbrica appartenente al gruppo tedesco Rheinmetall AG.

Preoccupante il bilancio in termini di vittime fornito dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), insieme alle Nazioni Unite (ONU). Secondo cifre segnalate da strutture sanitarie yemenite, e comunicate dal portavoce dell’OMS, Tarik Jasarevic, nel corso della conferenza stampa tenutasi a Ginevra il mese scorso, da marzo a fine luglio ci sono stati 3.984 morti e 19,347 feriti, per un totale di 23.331 tra morti e feriti, di circa la metà rappresentato da civili.

Una emergenza umanitaria, che va di pari passo ad un’economia sull’orlo del collasso, stando all’analisi del ‘The Economist’.  La mancanza di alimenti base come grano, e riso, il difficile accesso all’acqua potabile e la scarsità di carburanti, pone a rischio carestia milioni di yemeniti. Nell’ambito del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, l’UNICEF segnala, che  1,2 milioni di bambini, più di uno su dieci, soffrono di malnutrizione acuta, e 500.000 sono gravemente malnutriti, mentre un milione sarebbero gli sfollati a causa dei combattimenti in Yemen.

Associazioni in difesa dei diritti civili come ‘Amnesty International’, accusano di ‘crimini di guerra’ sia le forze della coalizione a guida saudita, sia i Paesi loro alleati sulla base di un dettagliato rapporto pubblicato a fine agosto dal titolo: ‘Nessun luogo è sicuro per i civili: attacchi dal cielo e da terra nello Yemen’. Per ‘Amnesty International’, gli attacchi indiscriminati che provocano morti e feriti tra i civili costituirebbero crimini di guerra tali da giustificare la richiesta fatta al ‘Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite’ perché istituisca una commissione internazionale d’inchiesta.

Sul piano del traffico di armi dall’Italia all’Arabia saudita, e il sospetto di uso di armi non convenzionali abbiamo intervistato Fernando Termentini, Ufficiale dell’Arma del Genio dell’Esercito per 40 anni, oggi in quiescenza. Termentini, inoltre, ha partecipato a missioni di Peace Keeping in Somalia, Bosnia, Mozanbico e quale esperto proprio nel settore della bonifica dei campi minati e degli ordigni esplosivi in Kuwait, Bosnia, Pakistan per l’Afghanistan in occasione della Operation Salam. Una volta congedato ha fornito consulenza nel settore della bonifica ad ONG ed alle Nazioni Unite.

 

Generale, fino a che punto si può parlare di ‘crimini di guerra’ se i paesi coinvlti in un conflitto non risultano firmatari della convenzione sul non uso di armi non convenzionali?

Attenzione non  parlerei di armi non convenzionali. Le MK82 e le MK84 sono bombe di aereo a caduta libera caricate con esplosivo convenzionale e quindi assolutamente non catalogabili come arma non convenzionale che nell’esatto significato della parola secondo le convenzioni internazionali, definiscono le  armi chimiche o nucleari. Per quanto attiene poi alla legittimità di porre domande non credo che possa essere a nessuno impedito di farlo,  ma se i Governi non rispondono è perché per i motivi sopradetti la domanda uso di armi non convenzionali è priva di contenuto oggettivo.

Paesi come la Germania e la Svezia, quest’anno hanno deciso di bloccare la vendita di armi alla coalizione araba. In base alla sua esperienza quale potrebbe essere stato l’impatto decisionale tale da spingere le aziende di armamenti italiane, invece, (Rwm Italia e Rheinmetall Ag), insieme al Governo ad una strategia diversa nonostante il capitolare controverso della guerra?

RWM Italia S.p.A. è una società del gruppo Rheinmetall Defence che ha incorporato le attività e le linee produttive del ramo Difesa della storica società S.E.I. Società Esplosivi Industriali S.p.A., fondata nel 1933. Guarda caso  la capostipite del gruppo è tedesca per cui se materiale militare e sottolineo il se è arrivato a Paesi arabi evidentemente la casa madre o non ha esercitato il dovuto controllo o ha disatteso gli impegni presi dal Governo. Peraltro il Presidente della RWM Italia,  almeno dal nome,  è un tedesco, tale Norbert SCHULZE.

Ciò premesso non posso dare risposte in base alla mia esperienza diretta sul coinvolgimento dello Stato che sicuramente non agevola esportazioni non autorizzate. Se le aziende aggirano gli ostacoli esportando componentistica che non può essere definita all’origine destinata a costruire materiale bellico difficilmente i controlli. Peraltro non mi risulta che gli Emirati Arabi non possano importare materiale bellico o componentistica per materiale bellico. Se l’esportazione è infatti accompagnata ad esempio da un certificato ‘End of use’, che parla di Dubai quello che poi gli Emirati ne fanno è una loro responsabilità che non può essere imputata all’Italia.

A tale riguardo rammenterei che quanto denunciato dal giornalista  Malachy Browne ricorda un passato riconducibile agli anni ’90  quando Ditte italiane esportavano in maniera poco trasparente mine anti persona e mine anticarro. La Valsella di Montechiari (molto vicina a Ghedi) e la Tecnovar di Bari esportavano pezzi per poi assemblarli rispettivamente a Singapore ed in Egitto da dove partiva il prodotto finito a esempio verso l’Iraq di Saddam.

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