sabato, Maggio 15

Yemen, qual è il vero piano?

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Beirut – Accolta lo scorso settembre 2014 come un successo e un modello di riferimento dal Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, lo Yemen, lo Stato più povero e popoloso della Penisola Arabica, sembra avere tutto, seppur schiacciato dal peso della crisi politica. E se restasse ancora in questo limbo politico e istituzionale a lungo, in equilibrio tra le interferenze dei poteri stranieri, il ritorno sulla scena dell’ex Presidente Abdo Rabbo Mansour Hadi farebbe saltare in aria il delicatissimo castello di carte yemenita, smascherando le placche della tettonica regionale.

Mentre la maggior parte dei media ‘zoommano’  sullo Yemen – dipingendolo come uno Stato strepitoso – e sul ‘tiro alla fune’ marchiato Occidente tra la fazione dei ribelli Houthi e l’amorfo gruppo di opposizione sunnita,  l’opinione pubblica è ancora una volta al buio. E ciò che si tocca con mano è in realtà più uno stato di crisi, che un vero venirsi incontro. E in tutta onestà, ciò che accadrà in Yemen ridefinirà il Medioriente più di quanto non accadrà con la Siria e l’Iraq.  E dove questi due territori son diventate vittime del fondamentalismo,  col wahabismo in prima linea, lo Yemen si arrenderà, Arabia Saudita in primis.

Insomma, la crisi politica yemenita ha bisogno di essere compresa appieno da un punto di vista regionale e globale. Tre sono le superpotenze entrate in collisione, e accavallatesi in un modo che faranno in modo che il Medioriente e il mondo intero rappresenteranno per sempre il cambiamento. Che lo Yemen sia o non sia a conoscenza di questo, la sua insurrezione del 2011 ha messo in moto una serie di eventi che hanno intaccato l’ascesa e la caduta delle reali potenze che hanno tenuto in piedi il Paese finora: USA, Iran e Arabia Saudita. Ribellandosi a questa impresa, lo Yemen ha sconvolto un delicato equilibrio tra le potenze, spostando fuori asse le diverse ideologie, la stabilità geopolitica e l’ambizione, e perciò costringendo nazioni e fazioni a rivedere l’assetto all’interno della stessa rete.

Per quanto povero e ribelle, sottosviluppato e politicamente imprevedibile, lo Yemen resta un gioiello di un così grande valore che sono ben tre le potenze mondiali a volerlo nelle proprie mani, e tutte disposte a dichiararsi guerra vicendevolmente. Làddove le potenze son riuscite a mantenere lo status quo su Siria e Iraq aderendo alle regole ufficiali, soprattutto per timore che si potesse spiegare una grossa azione militare, lo Yemen ha scelto un’altra linea. Già solo questo, dovrebbe far capire quando questa striscia di terra sia potente da impugnare, come la chiave del regno mediorientale.

Ma cosa sta davvero succedendo? Come si sta muovendo lo Yemen in questo gioco di ruoli politici? Diamo prima di tutto un’occhiata agli eventi recenti per capire come realmente si contenstualizzano in questo quadro. Quando si tratta di Yemen, non bisogna mai dimenticare la prima regola: “niente è mai come sembra”.

 

(Il gioco del)le ombre cinesi

Esattamente fino a settembre scorso, una importante fazione ha avuto il suo tornaconto dallo Yemen, Al Islah. Si tratta di una fazione radicale che rappresenta una copertura per i Fratelli Musulmani oltre che per diverse tribù salafite, e che in varie maniere ha rappresentato l’estensione della famiglia Al Ahmar, la più potente e di spicco in Yemen. I cosidetti ‘re’ dello Yemen – così li chiamano in tanti – hanno governato la Repubblica per mezzo dei loro ricchi protettori sauditi.

Innalzato a atto di contropotere verso il Presidente Ali Abdullah Saleh, gli Al Ahmars hanno cavalcato l’onda rivoluzionaria yemenita per diventare gli incontestati sovrani dell’Arabia Saudita, inimicandosi la loro nemesi politica e religiosa, gli Houthi.

Proprio mentre Al Islah si credeva il vincitore indiscusso dello Yemen, alcuni eventi in Egitto e Arabia Saudita hanno innescato una repulsione improvvisa contro i Fratelli Musulmani – sostenuti da Riyadh nel servire il Medioriente in fatto di interessi, fino a divenire troppo potenti per continuare a mantenere una posizione comoda – cambiando così lo stato delle cose, e rendendo impossibilie agli Houti ritornare indisturbati sulla scena.

E già, un ritorno sulla scena! Se gli Houthi sono stati descritti come una nebulosa milizia di ribelli dispersa sugli altipiani dello Yemen del Nord, è anche vero – e non dimentichiamolo – che i cari “ribelli sciiti”, come li hanno chiamati gli esperti, hanno sempre fatto la storia dello Yemen. Perciò, il loro ritorno sulla scena politica ha più l’aria di essere un vero e proprio ritorno, più che una mossa sorprendente. Non dimentichiamo che prima di diventare una repubblica, lo Yemen  viveva sotto l’egida dello Zaydismo. Gli Houthi sono gli eredi di questa lunga tradizione, sebbene le ambizioni, politicamente parlando, siano certamente democratiche, e la storia tutta legata a questa stirpe. Non si può certo dire che siano comparsi dal nulla.

Ma torniamo al settembre 2014, quando, forti del sostegno di centinaia di migliaia di yemeniti, Zaydisti e Sunniti – gli Houti, sotto la guida di Abdel-Malek Al Houthi – sono insorti per emarginare gli Al Ahmar mettendo le mani su Sana’a, e ponendo così fine de facto al potere del partito islamista Al Islah sulla politica yemenita. Quanto al Presidente Hadi, i suoi colloqui con gli Huthi si sono conclusi in modo disastroso. Hadi, una marionetta politica la cui fedeltà è sempre stata in bilico tra Riyadh e Washington, pendendo a seconda del tasso di cambio più favorevole.

Prima del potere degli Houthi, quindi prima del peso della pressione politica e popolare, Hadi era semplicemente capitolato, scegliendo di rassegnare le dimissioni  piuttosto che di essere mandato via dalla sua stessa insufficienza.

Quattro mesi dopo la lotta degli Houti a Sana’a, cercando di opporsi ai Fratelli Musulmani, il Presidente Hadi ha lasciato il suo ‘trono’, a causa – a suo dire – di differenze ormai insanabili. Da lì a pochi giorni, Hadi e l’ex governo si sono ritrovati agli arresti domiciliari. Lentamente, e non per caso, gli Houti hanno così lavorato per sanare la divisione politica e tribal dello Yemen. Ma se Hadi era pronto a capitolare, l’Arabia Saudita non era certo ancora pronta a gettare tutto alle ortiche. A tutti i costi, Riyadh non poteva certo lasciare che un’altra capitala araba potesse cadere ai piedi del nemico, l’Iran. Senza soccombere a nessun complotto, non si può negare che gli Houti e l’Iran abbiano condiviso legami, nonostante il fatto che entrambi rientrano nella stessa cornice ideologica.

Il gioco iniziale di Riyadh ha miserabilmente fallito – gli Hotui e Al Islah erano fatti per distruggersi a vicenda, lasciando Al Saud libera in una nazione povera – il regno è andato senza scelta nelle mani spacciate di Al Islah, anche se così facendo è ragionevole che si possa riaccendere la scintilla dei Frateli Musulmani e mettere a repentaglio l’equilibrio politico della regione. Contro ogni previsione, UAE (Emirati Arabi Uniti) ed Egitto si sono dichiarati pro Al Saud.

 

Un nuovo sapore di complicazione

E così la fuga di Hadi era stata pianificata, ma non senza il supporto di Regno Unito e StatiUniti. Superprotetto, il Presidente dimissionario è riuscito ad attraversare lo Yemen per raggiungere la sua destinazione finale, Aden, l’ex capital dello Yemen del Sud.

A pochi giorni da un ritorno così appariscente, tutte le capitali occidentali e i Paesi del GCC (Gulf Cooperation Countries) hanno annunciato il ritiro delle loro ambasciate, Sana’a è diventata città fuorilegge, e da quel momento ogni scommessa è andata persa.

Gli Houthi son diventati acerrimi nemici degli sciiti e Hadi ha improvvisamente deciso che le sue dimissioni non erano più valide. Il Presidente yemenita, ex dimissionario, attualmente reintegratosi in tutta autonomia ha dichiarato Aden la nuova temporanea capitale dello Yemen, incitando i diplomatici a ricollocarsi ‘in pompa magna’.

Così Aden ha riacquistato nuova linfa vitale. Vent’anni dopo la perdita dello status di capitale, Aden è di nuovo sulla mappa, in pirma linea contro la spinta gravitazionale iraniana. E qui torna il piano di Riyadh – per quattro anni in una transizione rivoluzionaria, lo Yemen è ora la bestia politica. Al Saud non governa più incontrastata sulla Penisola, lo Yemen e le fazioni Yemenite hanno imparato che esiste una realtà dietro la tela intessuta dagli Al Saud.

Lo Yemen ha una scelta, e proprio lì si cela ciò che l’Arabia Saudita non ha saputo cogliere. Lo stato yemenita non è più un satellite saudita. Pochi mesi lontano dalle ombre soffocanti degli Al Saud son bastati a ispirare lo Yemen, quello Yemen indipendente, quello Yemen dove il fondamentalismo religioso non deve essere più tollerato, uno Yemen in cui Riyadh non detta più il futuro.

Ed eccoci a capo, con gli Houthi a Nord e Hadi a Sud. Un Presidente senza una presidenza: Hadi è solo un politico senza una fazione, mentre le linee di combattimento hanno  pianificato il GPC (General People’s Congress) intorno al fondatore, l’ex Presidente Saleh, unendo così il suo destino a quello degli Houti, nuovo alleato contro l’Arabia Saudita.

Ad Aden, Hadi porta avanti coalizioni politiche amorfe composte da Al Islah e altre fazioni tribali. La speranza di Riyadh è quella di arrivare alla disintegrazione degli Houti e alla morte politica dell’ex Presidente Saleh. Ma non tutti vogliono sia così, e non tutti vogliono che gli Houthi e Saleh spariscano giusto ora.

Se da un lato, a Washington non sta bene che gli Houthi governino in Yemen, dall’altro non è da escludersi che Houthi e Saleh possano azionare un’azione respingente verso Al Saud, causando così l’autodistruzione del potere teocratico nella regione. Con tutti i suoi petrodollari, l’Arabia Saudita si sta districando da questa situazione. Tormentata da un cancro che essa stessa aveva creato per sostenere la sua espansione – il terrorismo islamico – si trova ora stretta in un angolo dall’Iran. Dal Levante al Golfo, l’ombra iraniana ha asciugato il sole di Al Saud.

Washington comprende bene che il suo alleato storico ben presto potrebbe diventare il suo più grande peso, perciò inizia a fare previsioni per il futuro, ma con le mani in tasca per il momento.

Il quadro è il seguente: l’Iran vuole tagliare il Medioriente fuori dall’Arabia Saudita, e per fare questa mossa ha bisogno dello Yemen. Con una maggioranza zaidita nella sua popolazione, lo Yemen del Nord si conferma alleato numero uno dell’Iran versus l’Arabia Saudita. E sebbene questo gioiello potrebbe rappresentare uno strumento invincibile, Teheran comprende bene che avrà filo da torcere nel far valere la sua influenza su uno Yemen a maggioranza sunnita, a Sud.

Ciò che vuole prima di tutto l’America è mettere al sicuro i suoi interessi finanziari e militari in territorio yemenita, non cadendo in un lungo conflitto che potrebbe vedere l’ascesa di nuovi giocatori, complicando così la già di per sé difficile danza politica. Per il bene delle sue recenti aperture diplomatiche verso l’Iran, e in vista di una negoziazione per un’alleanza sostenibile con una delle regioni più potenti, Washington spingerà plausibilmente per una tregua, chiedendo la divisione dello Yemen, o riunendo in federazione lo Yemen, con una ridisposizione da Nord a Sud. Gli Houthi governerebbero nello Yemen del Nord, ritirando i confini sanciti nel 1990, e Al Islah siederebbe sul trono dello Yemen del Sud. L’Arabia è il vero perdente qui. Ma Al Saudi vuole vedere fuori sia gli Houthi, sia Saleh. E anche se tutto questo andrebbe in scena nel panorama della comunità internazionale, e l’UNSC si è dichiarato giocatore (United Nations Security Council) minacciando di perseguire legalmente e di bloccare le ricorse, queste parole tutto sono meno che minacce rivolte con l’intento di equilibrare il terreno delle trattative.

In sostanza, Washington vuole fare un affare. Qualsiasi cosa verrà fuori da questo quadro, sia che sia dichiarata guerra o no, Riyadh avrà perso ancora. Il regno non avrà indietro il suo Yemen. In breve: giocandosi la carta del terrore e prefigurandosi il futuro senza ripercussione alcuna, l’Arabia Saudita non farà altro che mandare in frantumi il suo impero.

 

Traduzione di Silvia Velardi

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