venerdì, dicembre 14

Yemen, la chance di Stoccolma Più di 57.000 persone sono morte in guerra, molte di più sono rimaste vittime di fame ed epidemie

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Prima di decollare dall’Oman in direzione di Stoccolma, Mohammad Abdul Salam, capo della delegazione dei ribelli Houthi, ha inviato un messaggio ai suoi via Twitter: «state attenti a qualsiasi tentativo di escalation militare sul campo».  A Sanaa, in Yemen, il resto della sua delegazione stava per imbarcarsi su un aereo messo a disposizione dal Kuwait: poteva ancora accadere il peggio. Meno male che a bordo di quel volo, per evitare sorprese dell’ultimo minuto, c’era l’inviato dell’Onu Martin Griffiths.

Le aspettative non erano alte: il convoglio del predecessore di Griffiths, Ismail Ould Cheikh Ahmed, l’ultima volta era stato accolto dagli Houthi con raffiche di mitra. Ieri, però, la staffetta aerea ha funzionato: questa mattina la delegazione dei ribelli yemeniti, in guerra dal 2015 contro la coalizione a guida saudita, si trovava a Stoccolma dove nei prossimi giorni si terranno i colloqui di pace. Poco dopo l’arrivo degli Houthi nella capitale svedese è sbarcata anche la delegazione saudita.

Portare le due parti l’una di fronte all’alta non è stato facile: l’Onu ci aveva già provato a settembre in Svizzera. Ma gli Houthi all’ultimo minuto avevano rifiutato di lasciare Sanaa.

Sono decine di migliaia i morti di questa guerra che vede contrapposti gli Houthi, sostenuti dall’Iran, e una coalizione a guida saudita della quale fanno parte anche gli Emirati e l’Egitto. Più di 57.000 persone, secondo un recente report di Associated Press, sono morte in guerra, molte di più sono rimaste vittime di fame ed epidemie.

Uno dei principali porti del paese sul Mar Rosso, quello di Hodeidah, è teatro di scontri da diversi mesi: insieme alle armi da qui arrivavano anche cibo e medicine per le zone controllate dagli Houthi, prima fra tutte la capitale Sanaa. Adesso, sotto i bombardamenti dell’aviazione saudita, dal porto non passa più niente. Uno degli obiettivi dei colloqui di pace a Stoccolma è un accordo per la riapertura dell’aeroporto di Sanaa, messo sotto embargo dalla coalizione saudita. È da qui che si spera possano passare gli aiuti umanitari nei prossimi mesi.

Quanto ad Hodeidah, la questione è troppo scottante per essere affrontata in prima battuta. Il porto sul Mar Rosso è diventato l’epicentro della guerra: lunedì, mentre l’inviato dell’Onu atterrava a Sanaa, ad Hodeidah gli scontri erano ancora in corso.

A Stoccolma è probabile che per ora si parli di altro, per esempio di soldi e salari: gli Houthi vogliono che il governo dello Yemen, quello sostenuto dall’Arabia Saudita e riconosciuto dalla comunità internazionale, paghi lo stipendio dei suoi impiegati civili a Sanaa.

Ufficialmente, a portare al tavolo del negoziato le due parti è stato un complesso accordo per lo scambio di prigionieri. All’inizio di questa settimana, come garanzia, cinquanta feriti dei ribelli Houthi hanno ricevuto il permesso di imbarcarsi su un volo diretto in Oman per ricevere cure mediche.  Nei prossimi giorni verranno rilasciati circa 1.500 ribelli e 2.000 soldati prigionieri degli Houthi, tra cui il fratello del presidente dello Yemen Abd Rabbih Mansur Hadi. Un nome che ha sicuramente avuto un peso.

Diverse nubi si stanno addensando all’orizzonte: le sanzioni americane all’Iran rischiano di mettere a repentaglio gli aiuti che Teheran sta inviando agli Houthi. Sul fronte opposto, una settimana fa il Senato statunitense ha votato in maggioranza una mozione per mettere fine al supporto americano alla coalizione a guida saudita. A gennaio, quando alla Camera i democratici avranno la maggioranza, la proposta del Senato rischia di andare in porto.

Nel frattempo, altri problemi stanno emergendo sul campo. Per combattere gli Houthi l’Arabia Saudita e gli Emirati hanno stretto un patto con il diavolo: un’alleanza con il partito Al Islah, ramo yemenita della Fratellanza Musulmana, ufficialmente considerata da entrambi i paesi un’organizzazione terrorista. Il patto ha cominciato a mostrare le prime crepe: a metà ottobre circolava la notizia che gli Emirati avrebbero assoldato squadre di mercenari americani e israeliani per decapitare la leadership di Al Islah. Peccato che ad Aden, dove è insediato il governo sostenuto dalla coalizione saudita, il controllo del territorio sia in mano alle tribù legate alla Fratellanza Musulmana. A fine novembre il principe ereditario  Mohammed bin Zayed Al Nahyanministro della difesa di Abu Dhabi, è corso ai ripari e ha incontrato i leader di Al Islah nel tentativo di calmare le acque: per ora ad Aden la situazione regge. Nessuno, però, sa ancora per quanto.

In Svezia di Al Islah non si parlerà. Al tavolo dei negoziati di Stoccolma il partito, il secondo più votato in Yemen, ha un solo rappresentante: un dettaglio che in futuro potrebbe creare nuove fratture in un paese dove Stati e organizzazioni seguono ciascuno la propria agenda politica. Il tutto senza curarsi di morte, fame ed epidemie.

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