sabato, Maggio 8

Yemen: genesi di una guerra dimenticata

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L’Arabia Saudita è scesa in guerra nello Yemen molto prima che la grande coalizione con i suoi attuali alleati decidesse di entrare in una delle Nazioni più povere del sud Arabia, lo scorso 25 marzo 2015. E la sfortuna dello Yemen è iniziata nello stesso momento in cui la sua gente si è ribellata alla servitù istituzionalizzata, alcune decadi fa, nel 1962. Gli yemeniti non potevano sospettare che la rivendicazione di un autogoverno contro l’Imamato li avrebbe portati alla  schiavitù. Quando il Pan-Arabismo è diventato un gigante contro le monarchie nel Grande Medio Oriente, si è assistito a una nuova alba sulle ceneri del defunto imperialismo, e l’Arabia Saudita ha trovato nello Yemen la pietra angolare per il proprio ambizioso futuro egemonico. Parallelamente, lo Yemen portava con sé i semi della distruzione del regno, una sorta di bomba ad orologeria geopolitica.

Oggi lo Yemen è uno Stato fallito, Riyadh l’ha reso così. La sfortuna dello Yemen è la sua azzoppante povertà, e le sue istituzioni corrotte sono il prodotto di decadi di colonialismo latente.

Durante un’intervista con il Shafaqna Institute for Middle Eastern Studies, l’analista politico Hussain Mousavi ha fatto notare che: «La storia istituzionale dello Yemen post-Imamato è stata fraintesa. Anche se lo Yemen si autodefinisce una Repubblica, i poteri politici restano radicati nel tribalismo e nel nepotismo, entrambe caratteristiche delle monarchie arabe, e per vederlo attraverso una lente ‘repubblicana’ manca la realpolitik. Lo Yemen da sempre ha funzionato come una monarchia tribale, dove il potere reale è stato detenuto dalle tribù, e non dalla gente, un assetto che è ‘stranamente’ simile a quello di Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Qatar e addirittura Giordania, ed è sempre stata una Nazione propensa alla repubblica, per prevenire ogni  reale ambizione politica populista».

L’Arabia Saudita vuole riuscire a governare tutta l’Arabia, ma questo avverrà solo quando anche il turbolento Yemen, un gioiello geostrategico, si sottometterà alla corona di al-Saud. L’Arabia Saudita ne ha bisogno, se vuole raggiungere il controllo completo -sociopolitico, delle risorse naturali, geo-militare, economico e naturalmente di supremazia religiosa- dell’areA. Il successo di Riyadh dipende dalla sua abilità di portare lo Yemen in ginocchio. L’unico programma del regno è stato di tipo coloniale, imperiale. Lo Yemen non è mai stato concepito come una democrazia. Nonostante ciò il Paese ha provato a reinventarsi come una repubblica nel mare delle monarchie assolute, ma le istituzioni sono ormai così gravemente infiltrate di feudalesimo politico ed economico, che l’obiettivo repubblicano resta un miraggio istituzionale nascosto dietro la realtà del tribalismo.

Il presente dello Yemen sta nella comprensione del suo passato, e in quelle dinamiche che sono state messe in moto molto tempo fa. Con una simmetria alla quale non manca una certa poetica, sembra che la vera liberazione dello Yemen dai ceppi del feudalesimo, come imposto dall’imperialismo saudita, possa passare solo attraverso gli Houthis, una tribù dello Yemen del nord, la cui storia è connessa a quella dell’Imamato.

Partiamo dal 1918. L’ex glorioso e potente Impero Ottomano stava esalando gli ultimi respiri. A causa delle tensioni interne e delle guerre che hanno eroso l’Impero, gli ottomani si ritirarono dallo Yemen, un territorio che non si era mai arreso, né piegato alla volontà del Sultano. Anche se sulla carta figurava come colonia, lo Yemen non era mai stato esattamente un vassallo leale… una realtà che gli ottomani impararono ad accettare per preservare la supremazia geopolitica nella zona. Dato che lo Yemen non poteva essere conquistato, gli ottomani strinsero allora un’alleanza con gli Imam yemeniti, assicurandosi, così, che l’Arabia fosse preservata dall’influenza di un’altra superpotenza: la Persia -l’attuale Iran.

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