sabato, Ottobre 16

Yemen: se entrano gli americani, i russi che fanno?

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10mila morti, milioni di sfollati, 500mila bambini a rischio di morire, secondo i dati UNICEF, causa fame e malattie. Circa due milioni di bambini non frequentano la scuola e sono sempre più quelli che vengono arruolati dalle parti in conflitto e le ragazze date in sposa in giovanissima età (più dei due terzi arriva al matrimonio prima dei 18 anni). Questi sono i frutti di una delle guerre dimenticate che si combattono nel mondo. E’ la guerra nello Yemen. Il conflitto ha conosciuto un’escalation nel marzo del 2015 con l’intervento della coalizione araba a guida saudita a sostegno del Presidente Abde Rabbo Mansour Hadi nella battaglia contro i ribelli sciiti Houthi (sostenuti dall’Iran).

Domenica, nel centro della capitale Sana’a, sotto il controllo degli Houthi dal settembre 2014, migliaia di persone sono scese in piazza per chiedere la fine del conflitto: secondo la tv satellitare ‘al-Jazeera’, i manifestanti alle proteste organizzate dagli Houthi (che appoggiano l’ex Presidente Ali Abdullah Saleh) erano decine di migliaia. I ribelli sciiti occupano anche la maggior parte delle zone settentrionali dello Yemen, dove la coalizione a guida saudita interviene dal 26 marzo di due anni fa.

Le origini del conflitto, con l’avanzata dei ribelli sciiti, vanno ricercate nei mesi successivi alle cosiddette Primavere arabe. Nel 2012, dopo mesi di proteste, Saleh venne costretto a cedere i poteri a Hadi, ma la transizione politica si è rivelata un fallimento, così come sono di fatto falliti diversi round di colloqui di pace con la mediazione delle Nazioni Unite.

Gli Houthi e il Congresso generale del popolo (i fedelissimi dell’ex Presidente) chiedono un accordo su una nuova amministrazione – in rappresentanza di tutte le parti – che guidi il Paese fino a nuove elezioni, mentre i sostenitori di Hadi chiedono che gli Houthi depongano le armi e abbandonino le città occupate dal 2014. Domenica per la prima volta da tempo Saleh (che è stato al potere per 30 anni) si è fatto vedere in pubblico dalla folla riunita a Sana’a.

Meno di 24 ore dopo la manifestazione, il Presidente americano Donald Trump ha annunciato che potrebbe annullare le restrizioni imposte dal suo predecessore Barack Obama al coinvolgimento militare degli Stati Uniti nella guerra in corso nello Yemen. Secondo quanto riportato dal ‘Washington Post’, la Casa Bianca e altre agenzie governative starebbero mettendo a punto una valutazione del conflitto e starebbero prendendo in considerazione la revoca delle restrizioni dell’era Obama al sostegno militare Usa ai Paesi del Golfo impegnati nel conflitto.

Le discussioni sarebbero state innescate da un memo inviato dal Segretario alla Difesa Jim Mattis al consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster, in cui si affermerebbe che «un sostegno limitato» alle operazioni nello Yemen condotte oggi da Arabia saudita ed Emirati arabi uniti aiuterebbe a combattere «una minaccia comune». Secondo un funzionario citato dal ‘Washington Post’, «c’è ancora un grosso disaccordo nel governo». La valutazione del conflitto dovrebbe essere completata nell’arco di un mese.

A questo punto la domanda è: se gli Stati Uniti mettono gli stivali a terra nello Yemen, la Russia starà a guardare o entrerà nel conflitto? E con chi si schiererebbe, se non con gli sciiti Houthi sostenuti dall’Iran? Se così dovesse essere si aprirebbe una nuova area di scontro tra le due potenze. Per fare una analisi della situazione abbiamo parlato con Silvia Colombo, responsabile di ricerca presso lo IAI, esperta di politica mediorientale. Dopo aver conseguito un Master in ‘Near and Middle Eastern Studies’ presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra, Colombo si è specializzata, principalmente, nello studio delle relazione Euro-Mediterranee, dei rapporti transatlantici nella regione e delle dinamiche domestiche e regionali del mondo arabo.

 

Considera sia possibile un intervento russo nel conflitto yemenita?

Ci sono stati molti sforzi, a più riprese, da parte degli attori attivi nel conflitto yemenita, per tirare in ballo la Russia. Occorre, tuttavia, fare alcune specifiche. Lo stesso intervento russo in Siria e in Libia presenta caratteristiche molto diverse, sia riguardo i tempi, sia riguardo le finalità, pertanto, un intervento in Yemen della Russia non è semplicemente un ulteriore tassello di una strategia più ampia, ma dovrebbe, qualora avvenisse, rispondere a determinate e specifiche dinamiche locali dello stesso conflitto yemenita. Per quanto riguarda lo Yemen, non si intravede una prospettiva immediata d’intervento di tipo militare o di supporto ulteriore rispetto a quello che la Russia già sta attuando, come le dichiarazioni, le visite o, anche, un certo tipo di sostegno logistico e diplomatico dato a una delle due parti in causa, ovvero alla parte dei ribelli, i così detti filo-iraniani. Penso che la Russia terrà una posizione abbastanza ambigua. Questa sua posizione potrebbe, però, cambiare dal momento in cui si dovesse registrare un intervento più massiccio degli Stati Uniti. C’è stata un’intensificazione degli attacchi statunitensi, dei loro interventi militari, attraverso lanci di droni contro le postazioni dei terroristi di Al-Qaeda nella penisola arabica e dei ribelli. Qualora l’intervento statunitense dovesse intensificarsi, oltrepassando l’attività dell’intelligence, allora la Russia potrebbe intervenire. Penso, però, che il Cremlino non voglia entrare in un conflitto schierandosi apertamente contro gli Stati Uniti, in quanto si verrebbe a creare una situazione molto difficile da gestire, complicando lo stesso quadro regionale. Dato che i rapporti Russia-USA sono ancora in fase di definizione nell’era Trump, e visto che in Siria, come sappiamo, la Russia con i propri partner sta di fatto conducendo i giochi. Francamente non vedo un imminente interesse russo a farsi coinvolgere in maniera diretta.

Qualora intervenisse, su schiererebbe con gli Houthi filo-iraniani?

Si schiererebbe certamente da parte dei ribelli filo-iraniani. Sarebbe, però, un errore interpretare un ipotetico intervento russo esclusivamente come una risposta a un’intensificazione del coinvolgimento americano. Credo, che la Russia abbia tutto l’interesse a evitare di essere vista come l’antagonista degli USA in Medioriente, in questo momento, anche se di fatto, come sappiamo, in Siria questa è un po’ la divisione dei ruoli. Il Cremlino si schiererebbe dalla parte dei ribelli in quanto, in questi ultimi anni in cui l’escalation del conflitto è diventata più marcata, la Russia ha espresso una chiara preferenza per questa parte in gioco, sebbene continui a mantenere questa posizione abbastanza ambigua. Le parti in causa, fondamentalmente, sono Arabia Saudita e Iran. La Russia, sin dall’inizio dell’intervento militare della coalizione con a capo i sauditi, è stata molto critica nei confronti di questo intervento militare, e nei confronti dell’Arabia Saudita in particolare, assumendo, di conseguenza, una posizione a favore dello schieramento opposto, ovvero quello dei ribelli filo-iraniani.

Lo Yemen potrebbe rappresentare, per la Russia, un campo di battaglia dove poter rinforzare la sua capacità d’influenza ed il suo soft power a livello internazionale?

Non credo. Lo Yemen è un terreno molto difficile. L’Arabia Saudita conosce molto bene questo Paese, in quanto fa parte della stessa area geografica. Lo conoscono bene, anche, tutti gli altri attori che fanno parte della colazione con a capo i sauditi, o quegli attori che si trovano più ad est, come, appunto, l’Iran. Lo Yemen è, quindi, un terreno molto difficile che la Russia fatica a conoscere, appoggiandosi all’Iran, come in Siria, dove l’asse Russia-Iran a favore di Bashar al-Assad fa si che la Russia giochi un ruolo molto importante, anche dal punto di vista diplomatico. In Yemen non penso che la Russia aspiri a divenire un attore troppo visibile, o troppo attivo, proprio perché è un terreno molto difficile e scivoloso. Il Cremlino è già operativo in Siria, sta crescendo la sua presenza e visibilità anche nel Nord Africa, in particolare in Libia, in Egitto, il suo intervento nello Yemen rispecchierebbe soltanto la necessità di mantenere comunque una presenza, non attiva, nel Paese, laddove, un domani, si potrebbero definire una serie di equilibri in cui la Russia vorrà avere una voce in capitolo. Lo Yemen, però, non è di certo il teatro principale di azione russo, anche perché la questione del soft power, o comunque della ridefinizione del ruolo regionale della Russia ormai non è più una novità. La Russia ha fatto grandi passi avanti negli ultimi anni, sfruttando i conflitti presenti in Medio Oriente, e lo Yemen non è, di certo, quello più semplice da inserire in questo quadro.

Le diverse disponibilità di risorse naturali tra Siria e Yemen possono influire su questo scarso interesse della Russia nell’intervenire in Yemen?

No, non è un fattore determinante. Per quanto riguarda la Libia, l’arma economica dei porti e delle raffinerie per la produzione del grezzo è, ormai, l’elemento centrale del conflitto fra le due parti. In Siria non ci sono risorse naturali di grande importanza, anche se lo Stato Islamico trae la propria linfa vitale dallo sfruttamento di qualsiasi tipo di risorse in Iraq e in Siria. Per quanto riguarda lo Yemen non c’è nessun tipo di collegamento tra risorse naturali e intervento nel conflitto. Le risorse naturali non rappresentano il principale motore delle azioni di politica estera della Russia in Medio Oriente. Il Cremlino è un attore che si muove seguendo una scala molto più ampia, in quanto non c’è un bisogno delle risorse siriane o yemenite per poter avere il controllo nella regione.

Qualora intervenisse, come cambierebbero gli equilibri interni del Paese yemenita?

E’ difficile parlare di equilibri interni al Paese. Ci sono stati dei tentativi di negoziato da parte della Nazioni Unite poi falliti, alcune voci parlavano di incontri, più o meno segreti, tra i generali sauditi e alcune parti dell’opposizione yemenita, mentre altre voci ritraevano per l’Oman un possibile ruolo di pacificatore nel quadro regionale. E’ molto difficile capire dove stia andando a parare il conflitto in Yemen. Le due parti principali, Arabia Saudita ed Iran, si stanno contendendo una sfera di potere nella regione e una sorta di ‘collegamento’ che va dalla regione del Golfo sino al Mediterraneo, passando, appunto, per l’Iraq e la Siria. Per quanto riguarda un cambiamento portato dal posizionamento russo o da un maggior intervento russo nel conflitto, non mi sembra qualcosa di particolarmente rilevate da sottolineare, proprio perché tutto il quadro politico del Paese, presente o futuro, è estremamente incerto. Si parla, prima di tutto, di un conflitto e di una crisi umanitaria. Possiamo, quindi, dire che qualunque attore intervenga -con bombardamenti, con droni, o con un sostegno militare o logistico a favore delle parti in causa- andrà semplicemente ad acuire il conflitto e la catastrofe umanitaria conseguente. Questo è, purtroppo, un aspetto con cui dobbiamo fare i conti in questi mesi.

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