giovedì, Dicembre 9

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Viktor Yanukovich

Viktor Yanukovyč è caduto. Quello che, fino a venerdì, sembrava il dominus indiscusso dei sanguinosi sviluppi politici ucraini, è stato destituito sabato dal Parlamento ed è oggi un uomo in fuga. Il Ministro degli Interni provvisorio, Arsen Avakov, ha infatti comunicato l’apertura di un’indagine sulle stragi avvenute durante le proteste della Piazza dell’Indipendenza, per cui sarebbe stato emesso un mandato d’arresto per l’ex Presidente ed i suoi alleati. Secondo le informazioni diffuse dallo stesso titolare del Dicastero, Yanukovyč sarebbe stato visto domenica in Crimea, zona filo-russa. In precedenza, aveva rilasciato dalla città di Kharkiv un filmato in cui denunciava le attuali autorità ucraine come «banditi», sostenendo di essere ancora il Presidente legittimo e di voler difendere i propri sodali da «ingiuste persecuzioni».

Nel frattempo, proprio in seguito alla destituzione di Yanukovyč, una delle prime dichiarazioni del Presidente provvisorio Oleksandr Turčinov è stata una richiesta d’aiuto per evitare il tracollo finanziario del Paese. Col pacchetto di aiuti russo da 15 miliardi di dollari in sospeso, sono stati Unione Europea e Stati Uniti a farsi avanti per collaborare coi nuovi dirigenti ucraini. Sono 35 i miliardi di dollari di cui l’Ucraina avrà bisogno nei prossimi due anni e per il cui reperimento Bruxelles starebbe pensando ad una conferenza di donatori, da organizzarsi con Stati Uniti, Canada, Cina, Turchia e Giappone. Inoltre, mentre l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE Catherine Ashton si è già recata a Kiev per incontrare i nuovi dirigenti, tra cui l’ex Primo Ministro Julija Tymošenko, i Governi di Francia e Germania sostengono la necessità di un intervento del Fondo Monetario Internazionale.

Diversa la posizione del Cremlino, che, pur mantenendo contatti con la NATO nel monitorare la situazione dell’Ucraina, non sembra allentare la pressione legata ai rifornimenti energetici. Il Ministro dell’Economia russo Aleksei Uliukaev non ha infatti usato mezzi termini in un’intervista al quotidiano tedesco ‘Handelsblatt’: «Noi diciamo all’Ucraina: avete il diritto, ovviamente, di scegliere la vostra strada, ma in questo caso saremo costretti ad aumentare le tariffe sulle importazioni». In effetti, se funzionari di Gazprom hanno assicurato a ‘Reuters’ che non è intenzione dell’azienda aumentare il prezzo del gas per l’Ucraina, è anche vero che hanno aggiunto un eloquente «ma non è Gazprom a decidere». Né, come si diceva, il Governo russo sembra disposto a dare il via libera al già da tempo promesso pacchetto di aiuti finanziari: la condizione del Presidente Vladimir Putin era di aver prima chiarezza sulle nuove autorità ucraine, e le autorità attuali non convincono Mosca. «In poche parole, non c’è nessuno con cui parlare lì. Ci sono grossi dubbi sulla legittimità di un’intera serie di organi di potere ora in funzione lì», le parole del Primo Ministro Dmitrij Medvedev.

Peraltro, con la fine delle Olimpiadi Invernali di Sochi, sembra essere finita (se mai era iniziata) la pax olimpica russa. Il Presidente Putin non aveva infatti terminato di dire che, con l’evento sportivo, era stata offerta al mondo l’immagine di una Russia «aperta, moderna e multiforme» che un tribunale di Mosca condannava a pene dai due anni e mezzo ai quattro anni sette partecipanti a manifestazioni del 2012 contro lo stesso Presidente. La polizia ha inoltre posto in stato di fermo oltre un centinaio di cittadini presenti in sala per richiedere il rilascio dei detenuti e gridare «vergogna» in relazione agli eventi in Ucraina. Tra questi, anche le componenti del gruppo Pussy Riot Maria Aliokhina e Nadia Tolokonnikovarilasciate proprio nei giorni di distensione precedenti le Olimpiadi Invernali.

Mentre in lo ‘zar’, dunque, riafferma il proprio potere in Russia, l’Egitto si appresta alla nomina del nuovo ‘faraone’. Le dimissioni del Governo guidato da Hazem al-Beblawi sembrano infatti agevolare la volata alla Presidenza del Comandante in capo delle Forze Armate, ‘Abd al-Fattāh al-Sīsī. Non è stato dato un motivo chiaro per il passo indietro di al-Beblawi, che, su invito del Presidente provvisorio Adli Mansur, rimarrà comunque in carica sino all’elezione di un nuovo Primo Ministro. Tuttavia, mentre la giustificazione ufficiosa sembra essere quella delle continue proteste che agitano il Paese, le ragioni che trapelano dai funzionari governativi riguarderebbero la contestuale decadenza di al-Sīsī come Ministro della Difesa e la conseguente possibilità di lanciare ufficialmente la propria candidatura: un passo molto simile alla sua precedente nomina a Maresciallo di Campo, la più alta carica militare, generalmente riservata agli ufficiali prossimi al ritiro dai ranghi.

I militari non saranno invece artefici di una transizione di potere in Thailandia, almeno secondo le dichiarazioni del Comandante in Capo del Regio Esercito Thailandese, il Generale Prayuth Chan-ocha. In un’apparizione televisiva, l’ufficiale ha sostenuto che, a differenza delle sommosse del 2010 – quando l’esercito intervenne contro i manifestanti – quelle attuali presentano un quadro molto confuso per la presenza di un numero maggiore di gruppi coinvolti. A differenza di suo fratello, destituito proprio dai militari, l’attuale Primo Ministro Yingluck Shinawatra sembra dunque meno insidiata da possibili colpi di stato. A dimostrarlo, la pervicacia con cui rifiuta di abbandonare l’incarico («le dimissioni sono la risposta? E se si crea un vuoto di potere?» le ragioni addotte dal Primo Ministro) nonostante da una settimana si rechi nella capitale Bangkok solo saltuariamente.

E di militari si continua a parlare nei rapporti tra Italia e India. Il nuovo Ministro degli Esteri Federica Mogherini trova infatti una gradita sorpresa al proprio insediamento: senza addurre spiegazioni a proposito, il Procuratore Generale Ghoolam Vahanvati ha informato la Corte Suprema di non voler agire contro i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone nel quadro della contestata SUA Act, la legge antipirateria. I capi d’accusa, tuttavia, potrebbero essere presentati da un’altra istituzione, l’Agenzia di Investigazione Nazionale, qualora la Corte Suprema decidesse di affidare loro un’inchiesta sull’omicidio dei pescatori Ajesh Pinky Selestian Valentine in vista della prossima udienza: un’ipotesi cui la difesa dei militari italiani si è già opposta.

Rapporti difficili, per New Delhi, anche con la Cinail cui Ministero degli Esteri ha cercato di smorzare le polemiche accese dal nazionalista hindu Narendra Modi, tra i maggiori candidati al ruolo di Primo Ministro alle prossime elezioni. Modi aveva infatti sostenuto che la disputa sulla regione frontaliera dell’Arunchal Pradesh dovesse essere risolta definitivamente a favore dell’India, ribadendo peraltro l’opinione espressa dallo stesso Presidente indiano Pranab Mukherjee durante una visita alla zona lo scorso novembre. «Si tratta di un problema complesso e delicato, non può essere risolto da uno o due giri di negoziati», la posizione espressa da Pechino, «ciò che importa è che Cina e India abbiano entrambe espresso a più riprese la loro determinazione e desiderio di risolvere pacificamente la disputa attraverso trattative, dialogo e consultazioni». Il Governo cinese ha invece mostrato minor sopportazione per la possibile nomina di un Coordinatore Speciale per gli Affari Tibetani da parte della Casa Bianca: «la Cina non ha mai riconosciuto, né mai riconoscerà il cosiddetto inviato speciale USA per il problema del Tibet» ha dichiarato sempre il Ministero degli Esteri di Pechino, sottolineando di opporsi «risolutamente ad ogni Paese straniero che voglia usare il cosiddetto problema del Tibet per interferire con gli affari interni della Cina».

Una simile posizione ha assunto, in altro campo, la Presidente brasiliana Dilma Rousseff, che ha oggi stretto un accordo con l’Unione Europea per l’installazione di cavi di rete sottomarini tra Lisbona Fortalezaobiettivo del progetto da 185 milioni di dollari è infatti affrancarsi dall’attuale dipendenza dalle infrastrutture statunitensi dopo che, lo scorso anno, le dichiarazioni di Edward Snowden avevano rivelato che Washington spiava le comunicazioni della stessa Rousseff. «Dobbiamo rispettare la privacy, i diritti umani e la sovranità delle nazioni. Non vogliamo che gli affari vengano spiati», ha dichiarato la Presidente brasiliana in una conferenza congiunta coi Presidenti della Commissione Europea e del Consiglio Europeo.

Un guanto di sfida a Washington sui diritti civili arriva anche dall’Uganda, benché in senso opposto. Tra gli applausi dei propri ufficiali, il Presidente Yoweri Museveni ha infatti firmato una legge che imporrà dure pene sull’omosessualità, nonostante le critiche ricevute dai sostenitori finanziari del Paese ed un chiaro avvertimento da parte degli Stati Uniti sulla possibilità di deterioramento dei rapporti bilaterali. «Un passo indietro per tutti gli ugandesi», ha dichiarato una settimana fa il Presidente statunitense Barack Obama, a cui ha oggi replicato Museveni: «è in corso un tentativo di imperialismo sociale, di imporre valori sociali. Siamo spiacenti di vedere voi occidentali vivere nel modo in cui vivete, ma non veniamo a dirvi nulla». Gli Stati Uniti sono uno dei maggiori donatori per l’Uganda, con oltre 400 milioni di dollari all’anno, ma, secondo alcuni analisti, l’indignazione per la legge potrebbe passare in secondo piano rispetto all’utilità strategica dell’alleato ugandese.

Stati Uniti che, nel fine settimana, hanno intanto ricevuto l’attesa notizia dell’arresto di Joaquín Guzmán, detto ‘el Chapo’, Capo del Cartello di Sinaloa. Considerato responsabile per l’80% del traffico di droga nelle metropoli statunitensi, Guzmán è stato arrestato all’alba di sabato nella città costiera di Mazatlán a seguito di operazioni congiunte fra agenzie statunitensi e messicane. Ora diverse corti degli Stati Uniti cercheranno di ottenere l’estradizione sulla base di più imputazioni, benché l’Ambasciatore messicano Eduardo Medina Mora abbia già sostenuto che Guzmán sarà processato, con tutta probabilità, in Messico.

Sempre in America Latina, mentre la situazione venezuelana continua a rimanere difficile e a preoccupare gli altri Governi della regione, in Ecuador si è assistito ad una débâcle per l’Allianza PAIS, il movimento del Presidente Rafael Correa (già stretto alleato del Presidente venezuelano Hugo Chávez). Le elezioni municipali di questa domenica hanno infatti consegnato le tre maggiori città del Paese, Guayaquil, Cuenca e la capitale Quito, a candidati dell’opposizione. Guayaquil, in realtà, era già governata da un’amministrazione di colore opposto a quello dell’Esecutivo nazionale.

 

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