mercoledì, Maggio 12

Yalta, settant’anni e sentirli  

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Quando si dice che il destino ha più fantasia di noi. Come quello strano scherzo di riportare la Crimea sotto i riflettori a settant’anni esatti dalla conferenza di Yalta. Facile coglierne differenze e costanti rispetto ad allora: mentre nel febbraio del 1945 si decideva il futuro assetto dell’Europa, oggi è in quella stessa penisola che si mette in discussione il precario equilibrio politico del Continente. Mentre l’Italia, settant’anni fa come oggi, guardava e continua a guardare da lontano, ma alla ricerca di un ruolo internazionale.

Corsi e ricorsi, vecchi paradossi e nuove spinte. Come quella volontà del governo italiano, ufficializzata proprio in queste ore,  di rilanciare la candidatura per un seggio non permanente in Consiglio di Sicurezza dell’Onu per il biennio 2017-18. O come la decisione del tutto calcolata del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di fissare la prima missione all’estero nella città di Berlino.

I fatti ed i personaggi di allora si incastrano come anelli di una catena agli eventi di oggi. Punita per quel disegno di guerra in alleanza con la Germania nazista, Roma settant’anni fa si giocò la possibilità di un posto a sedere tra i grandi della Terra, precludendosi anche uno scranno in seno al nuovo organismo internazionale, le Nazioni Unite,  che proprio in Crimea muoveva i suoi primi passi.

Fu allora che maturò ai vertici del governo italiano la convinzione della necessità di non restare tagliati fuori dal contesto occidentale. Per anni il presidente Alcide De Gasperi ed il ministro Carlo Sforza si mossero con la costante preoccupazione di far uscire l’Italia dalla condizione di ex nemico e di paese sconfitto. Perché solo sedendo al tavolo di una conferenza internazionale, con pari diritti e doveri rispetto agli altri Paesi, le ombre del passato non avrebbero più condizionato il ruolo ed il peso specifico della penisola.  

Gli ostacoli non furono certamente pochi. Dopo l’ingresso alla Nato nel 1949, l’Italia dovette subire per lunghi anni contrarietà e veti della comunità internazionale per aderire alle Nazioni Unite. Non da ultimi i memorabili cinque voti contrari che la delegazione sovietica all’Onu pose sul tavolo dal 1947 al 1952. Finchè, nel 1955 si arrivò all’ingresso italiano al Palazzo di Vetro. Una vittoria che, nonostante la fragilità del Paese, diede finalmente al governo italiano il diritto di non imbarazzo.

Ma vivere di rendita è un’aspirazione che solo i governi stabili e forti possono permettersi. Se la foto emblematica di Yalta fosse stata scattata oggi, ad esempio, la trama davanti Palazzo Livadija, la residenza estiva degli zar dove Winston Churchill, Franklin Delano Roosevelt e Iosif Stalin si incontrarono dal 4 all’11 febbraio del 1945, sarebbe non solo diversa, ma addirittura beffarda.  Settant’anni fa l’unico legame tra Washington, Londra e Mosca era la comune alleanza contro Berlino e Roma, mentre oggi, ironia della sorte, non c’è flash in Europa e nel mondo che non immortali la Germania seduta in prima fila e l’Italia al balcone, a guardare.

In questi anni il mondo non è solo cambiato, ma si è addirittura ribaltato. Dai “Tre Grandi” si è passati ai “Cinque” del Consiglio di Sicurezza, e poi ancora ai forum degli “Otto” o dei “Venti” delle principali potenze del pianeta e dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali.

Oggi la foto di Yalta non è solo sbiadita e superata dagli eventi, ma addirittura stravolta. Innanzitutto per l’assenza di un leader internazionale, Europa compresa, che affanna nel salvaguardare gli equilibri raggiunti e nel proporre soluzioni più al passo con i tempi e le emergenze di oggi: terrorismo e secessioni in primis. In secondo luogo perché quella debolezza inglese che si è palesemente manifestata negli ultimi tempi ha avuto come effetto quello di spostare continuamente il fulcro delle questioni internazionali dal braccio americano a quello russo. Con l’effetto di acuire vecchie rivalità e conflitti da seconda Guerra Fredda. Infine, perché oggi Stati Uniti, Russia e Germania difficilmente potrebbero mettere in cornice una foto senza aver prima aggiunto una quarta poltrona: quella del leader cinese Li Kequiang.

Se si guarda ai tabulati telefonici internazionali, o alle relazioni preferenziali del governo italiano con i colleghi stranieri si noterà come Berlino, Washington, Pechino e Mosca siano le “linee bollenti” della politica estera mondiale. Dall’Ucraina alla Libia, dalla Siria all’Iran, dalla Grecia al terrorismo nel Mediterraneo. Non c’è una sola di queste sfide attuali che non si giochi prima al tavolino dei “Quattro Grandi”.

E’ questo ciò che insegna Yalta dopo settant’anni: ci ricorda una grande cooperazione tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, ma anche le ragioni della fragilità di quell’apparente sintonia, così come di un’Europa che è rimasta “spartita” anziché unirsi politicamente, o, infine, del fatto che dalle debolezze di alcune nazioni nascono le leadership di nuovi attori globali. E’ l’esempio della Germania e della Cina.  E’ questo ciò che rimane ben chiaro dello scatto di Palazzo Livadija. E di cui il governo italiano sembra averne colto l’essenza.

Ghiotte le occasioni del premier Matteo Renzi di confermare a Pechino, nel giugno scorso, la prima grande missione fuori dall’Unione europea e dal Mediterraneo. Così come ben concertata la decisione di Mattarella di scegliere Angela Merkel come primo leader europeo a cui stringere la mano. Un segno ancora più evidente se si pensa che la missione è stata calendarizzata addirittura prima della visita ufficiale alle istituzioni europee.

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