mercoledì, Agosto 4

Xylella: prosegua la ricerca Salento, le associazioni chiedono all'Ue di rinegoziare promuovendo alternative al taglio

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Danni nel mio uliveto? No, è sanissimo”, conclude l’agricoltore. “Non ne faccio un dramma, ma l’area intorno alla mia terra è già infetta: penso però che basti curare le piante per far sì che reagiscano. Laddove colpite, abbiamo dato indicazione di tagliare solo la chioma secca e ha funzionato, mentre le eradicazioni fatte altrove nel 2014 non hanno risolto nulla. Quindi alberi secchi qui non ce ne sono. Semmai, il problema è che la ricerca sia bloccata. Al momento tutte le piante vengono analizzate a Bari, anche quelle trovate in Toscana e Liguria, presso l’istituto privato Basile Caramia di Locorotondo. Ma gli interessi in gioco sono tanti, del resto la presenza degli ulivi, tra le altre cose, impedisce la speculazione sul territorio”.

Dal punto di vista strettamente scientifico, intanto, la correlazione tra Xylella e disseccamento è data per certa. “Secondo la letteratura scientifica tutte le piante sintomatiche, almeno quelle dei primi focolai analizzati, presentavano tale batterio”, sottolinea Nicola Sante Iacobellis, fitobatteriologo e ordinario di Patologia vegetale presso la facoltà di Agraria dell’università della Basilicata, “così come alcuni funghi potenzialmente patogeni, ma considerati debolmente virulenti e poco aggressivi (sebbene questo aspetto meriti ulteriori accertamenti), a differenza di Zeuzera pyrina, un insetto xilofago ugualmente presente e responsabile di un disseccamento”.

Secondo Iacobellis, allo stato attuale i metodi di lotta ufficiali contro i batteri e contro Xylella in particolare sono perlopiù preventivi, e comprendono l’uso di materiale vegetale di propagazione sano e di insetticidi per la lotta ai vettori. “Si tratta di un patogeno inusuale”, spiega, “perché impiega molto tempo per manifestarsi: certo, i metodi naturali (compresi quelli agronomici e di gestione del suolo) possono essere importanti per un’espressione più o meno elevata della malattia. So che alcuni agricoltori nella zona del Salento hanno adottato pratiche di tipo naturale (inteso come tradizionale) e mi auguro che siano efficaci: ma al momento mancano i connotati scientifici, e, per giunta, mi è giunta voce che piante trattate con questi metodi tradizionali, ritenute fuori pericolo, con il tempo abbiano ripresentato gli stessi sintomi. L’eradicazione è dunque uno strumento, per quanto spiacevole, a cui si è guardato tenendo conto del fatto che Xylella è un patogeno da quarantena: l’intervento di eradicazione è dunque lo strumento da adottare doverosamente e al più presto. Sono importanti, però, anche i modi e i tempi in cui questa viene effettuata: ci sono molti aspetti da valutare in tale frangente. Ma il taglio delle piante malate, e vi sono gli strumenti diagnostici per accertare ciò, è un punto di partenza e non di arrivo”.

Il caso del Salento, comunque, resta particolare: “Quel tipo di ulivicoltura è diversa da quella del resto della Puglia”, nota Iacobellis, “perché prevede misure agronomiche peculiari, come potature ogni quattro-cinque anni e una gestione del suolo con poche lavorazioni, cosa che favorisce il vettore, e, si ritiene, uso di diserbanti e poco o niente apporto di materiale organico. Tutto ciò contribuisce a rendere difficile la vita microbica del terreno, con possibili conseguenze sulla difesa delle piante dalle malattie. Non è banale ciò che in questi casi accade a livello microbiologico nella terra e nelle radici”. Secondo lo studioso, negli ultimi 10-15 anni sono aumentate notevolmente le conoscenze in materia di interazioni microbi-piante, anche in relazione alla sanità di queste ultime, ed è quindi plausibile che una buona coltivazione possa aiutare le piante a difendersi da batteri e patogeni. Ciò indipendentemente dalla necessità di poter disporre anche di altri mezzi di lotta di tipo naturale (biologico) e non. Ecco perché le attività di ricerca devono essere al più presto implementate: Iacobellis aggiunge che “purtroppo la ricerca e la formazione sono l’ultimo dei pensieri di chi governa. Insieme a conoscenza e innovazione dovrebbero invece essere al primo posto: chi non conosce non può gestire niente. Dovremmo evitare di fare come i nostri avi, che andavano avanti sulla base di valutazioni empiriche. Nel caso di Xylella, come possiamo intervenire senza prima conoscere tutte o almeno buona parte delle delle sue principali caratteristiche biologiche ed ecologiche?

 

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