mercoledì, Agosto 4

Xylella: prosegua la ricerca Salento, le associazioni chiedono all'Ue di rinegoziare promuovendo alternative al taglio

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Ma il disseccamento non è provocato solo da Xylella e anzi molti studiosi (come alcuni ricercatori delle università di Foggia, Basilicata e Caserta) ritengono che il batterio sia solo una delle concause”, puntualizza Battaglia. Insieme a Xylella, a indebolire le piante ci sarebbero infatti altri agenti patogeni, quali funghi (in particolare tre specie di tracheomicotici rilevate in tutte le piante campionate) e cattive pratiche agricole. Peacelink ha inviato studi in proposito all’Efsa (autorità europea per la sicurezza alimentare), che ha risposto sottolineando la necessità di ulteriori verifiche. “Secondo i dati ministeriali, Xylella è stato trovato solo nell’1,8% degli alberi infetti esaminati”, afferma Battaglia, “ed è un numero davvero irrisorio. Ci sono sperimentazioni in corso, ispirate a cure di successo portate avanti da alcuni agricoltori, le quali già da mesi danno ottimi risultati: tali cure andrebbero intensificate. In attesa che la Comunità europea finanzi un progetto più ampio, ce ne sono altri già in atto, come quello di Marco Scortichini (Consiglio per la ricerca in agricoltura di Caserta) e quello della Copagri con le università di Foggia e del Salento. Chiediamo che la Commissione rinegozi le decisioni prese finora, auspicando che il Presidente della Regione, Michele Emiliano, si faccia portavoce delle nostre idee: ci sono tante alternative al taglio delle piante”.

La proposta di Peacelink e di alcune associazioni prevede una cura particolare degli alberi, mirata all’innalzamento delle difese immunitarie degli esemplari attraverso pratiche agricole non invasive e biologiche. Alcuni dei suggerimenti per il contenimento riguardano ad esempio l’uso di reti per evitare che un insetto come la sputacchina vada da un albero all’altro, o l’utilizzo di sostanze biologiche utili a evitare il propagarsi del batterio. “Non abbiamo fatto altro che divulgare saperi persi”, sostiene Ivano Gioffreda, referente del comitato Spazi popolari e dell’associazione Popolo dell’Ulivo, “curando le piante come le curavano i nostri avi, dunque stando attenti al periodo di potatura e alla cura della terra. Ma recentemente abbiamo fatto alcune analisi del terreno e ci è venuto da piangere: la flora batterica è completamente distrutta e ci sono metalli pesanti in eccesso, a causa di 50 anni di agrochimica, con cui i terreni si sono impoveriti. L’ulivo si sta ammalando come altre piante in tutta Italia, dove sono presenti gli stessi danni”. L’idea è eliminare tutto ciò che è chimico e utilizzare soprattutto materiali organici. “Ad oggi in alcuni ulivi il batterio c’è, ma su altri no, dunque perché seccano le altre piante?”, si chiede Gioffreda. “Alcune presentano il batterio, ma appaiono sanissime. Al momento non si conoscono ancora gli esiti dei test di patogenicità, però sappiamo che esistono funghi molto pericolosi. Quindi abbiamo agito sulle analisi del terreno, che ha bisogno di essere rigenerato, perché gli alberi, se vivono in un contesto ricco di sostanza organica, possono reagire e avere forza per difendersi dai batteri. L’ulivo ha duemila anni di storia nel Salento: ne ha viste di cotte e di crude, come la brusca nel Settecento. E spesso osservando da vicino gli ulivi apparentemente secchi ci accorgiamo che sotto la corteccia vivono ancora”.

Per Gioffreda alcuni dei provvedimenti adottati finora sono discutibili: “I nostri nonni dicevano che l’albero non si capitozza (ossia non si taglia/abbassa) mai e avevano buone ragioni. Qui addirittura molti sono stati capitozzati durante il periodo estivo, quando la pianta è in vegetazione, contribuendo a provocarne la disidratazione. Infine, per molti agricoltori gli ulivi non rappresentano più una pianta da reddito, perciò parte di questi alberi versa ora in stato di abbandono. Sono in grado di produrre un olio spettacolare, ma sono piante grandi con olive piccole e gli uliveti così fatti hanno costi ben maggiori rispetto ad altre varietà. La situazione in Salento è critica: noi ci stiamo impegnando a valorizzare il nostro prodotto e stiamo portando avanti progetti coinvolgendo la nostra università”. Il 4 settembre l’associazione di Gioffreda (che si definisce un pentito dell’agrochimica: “Provengo dall’agricoltura convenzionale, so che a molti contadini i veleni sono stati imposti”) parteciperà a un incontro volto alla creazione di un manifesto, comprendente le indicazioni per la cura degli alberi e per la valorizzazione del prodotto realizzato con l’agricoltura naturale. Uno dei presupposti di tale documento sarà la convinzione che per le piante la prima medicina sia la terra, un po’ come per gli esseri umani lo è il cibo.

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