lunedì, Ottobre 18

Xí Jìnpíng e il nuovo Impero Cinese Il crescente potere del Presidente Xí e le prospettive cinesi

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Il riferimento esplicito al nome di Xí, dunque, lo mette a fianco dei due principali personaggi politici della storia della Repubblica Popolare Cinese: Máo e Dèng; il fondatore e il riformatore. In entrambi i casi, è possibile rintracciare analogie e differenze.

Se Máo è stato un Presidente estremamente ideologico, spinto dalla sua necessità di rifondare il Paese dalle fondamenta ad ogni costo, Xí risulta più pragmatico e, in questo, si avvicina maggiormente a Dèng. D’altro canto, se il pragmatismo di Dèng era tutto finalizzato a garantire la crescita economica alla Repubblica, , avvicinandosi a Máo, ha un disegno più ambizioso e punta a ridare alla Cina il posto che spetta ad un grande Paese. In quest’ottica, Máo è stato il fondatore e Dèng ha messo le premesse per la crescita della Cina; a Xí il compito di far tornare il Paese ai fasti dell’Impero.

Il riferimento che Xí, nel corso del suo discorso, ha fatto all’idea di ‘Sogno Cinese’ (l’espressione, non a caso, è molto simile a ‘Sogno Americano’) ha lo scopo di rendere il modello del Socialismo cinese attraente agli occhi del mondo: si tratta di una chiara volontà di proiettare il modello cinese all’esterno.

A questa volontà di proiettare all’esterno un’immagine attraente del modello cinese, corrisponde lo sforzo, richiesto dal Presidente Xí, per una riforma del PCC: se la Cina vuole presentare il proprio modello socio-economico-politico come un’alternativa valida al modello statunitense, infatti, è necessario che il Partito (che rappresenta quasi un’ombra dello Stato) sia più efficiente e, soprattutto, che riesca ad estirpare la corruzione che si annida nei propri meccanismi.

La ‘Nuova Era‘ di Xí, insomma, si configurerebbe come il ritorno ad una visione, in un certo senso, ‘imperiale’, il ritorno ad un ‘Regno di Mezzo’ che torni ad essere l’ago della bilancia, questa volta non più ponendosi tra le steppe occidentali e le isole orientali, come in passato, bensì tra l’Europa e l’America.

Di certo, la dimostrazione di forza ed unità manifestata al XIX Congresso del PCC, che ha fatto ipotizzare a molti che Xí abbia intenzione di restare in carica anche oltre la scadenza del suo secondo mandato (2022), presenta anche dei rischi. Già nelle rappresentazioni fotografiche dell’evento si nota come la figura di Xí sia totalmente predominante rispetto al resto dei membri del Comitato Centrale, cosa che non si vedeva dai tempi di Máo. Come evidenziato da Ugo Tramballi, dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), esiste il rischio del ritorno ad un accentramento del potere e di notevoli passi indietro nel campo dei Diritti Civili.

Inoltre, il ricorrente riferimento, nel discorso di Xí, a delle Forze Armate cinesi potenti e in grado di affrontare grandi sfide, potrebbe destare alcune preoccupazioni. Nel corso della Storia, quasi ogni volta che una grande potenza in ascesa (in questo caso la Cina) ha incrociato il proprio passo con una grande potenza in declino (gli USA), si è finiti per avere un conflitto armato: in una prospettiva di mercato globale, l’interesse ad un conflitto armato non dovrebbe essere allettante per nessuno ma le fasi di passaggio di potere, inevitabilmente, tendono a far crescere pericolose tensioni. I prossimi cinque anni di Presidenza Xí saranno fondamentali per capire quale direzione prenderà il nuovo ‘Impero di Mezzo’.

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