venerdì, Agosto 6

Whistleblowing: “fischiettando” contro la corruzione

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Se dovessimo misurare la fiducia nelle Istituzioni, tenendo conto della corruzione che dilaga senza un freno, avremmo un risultato sconcertante. C’è chi lo ha fatto. E’ solo di qualche giorno fa l’annuncio del Corruption Perception Index 2014 di Transparency International. L’Italia è al 69esimo posto su 174 Paesi. Non c’è molto da sorprendersi, né tantomeno da rallegrarsi. Come sappiamo in Italia una legge anticorruzione esiste, è la legge Severino sulle «Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione». Nel testo, all’art. 1 comma 51 (che introduce l’art. 54-bis nel Dlgs 165/2001) si legge che «il pubblico dipendente che denuncia all’autorità giudiziaria o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia».

Con la legge n. 114/2014 l’A.N.AC. è divenuta una dei destinatari di degnazione di whisleblower. Quindi potrebbe essere lo stesso dipendente pubblico ad attivare il controllo statale, nel caso in cui viene a conoscenza di un illecito. Per questa via si tenta anche di innalzare il livello della cultura della legalità. Questo strumento ha un nome e un cognome: il Whistleblowing. Di matrice anglosassone, è un modello di controllo partecipativo che potrebbe essere molto utile, un aiuto consistente di supporto al controllo nazionale. Letteralmente il “whistleblower”  è colui che segnala l’illecito (soffiatore nel fischietto), non farebbe altro che mettere in pratica un dovere civico. Purtroppo in Italia questo tipo di azione è generalmente considerata una “spiata”, concezione del tutto autoctona. Ce lo conferma anche Nicoletta Parisi, consigliere dell’A.NAC. “Questo comportamento viene spesso considerato un atto di delazione; è una connotazione che non tiene conto dei principi espressi dalla nostra Costituzione e dalle leggi leggi che ne danno applicazione, che obbligano il pubblico ufficiale a denunciare il fatto d’illegalità. Noi abbiano una Costituzione molto moderna che ci fornisce un principio, che non è mai stato traslato nel nostro ordinamento. Eppure a livello internazionale il contrasto a fatti d’illegalità per effetto della collaborazione che proviene da chi lavora all’interno della struttura – pubblica o privata che sia –   viene considerato un aiuto fondamentale contro le condotte di corruzione: ci chiedono un impegno sul piano normativo in questo senso la Convenzione delle NU del 2003, la Convenzione OCSE del 1997, il Consiglio d’Europa con le proprie raccomandazioni adottate dall’organo di controllo denominato “GRECO“, continua la Parisi.

Nel modello anglosassone, tipicamente negli Stati Uniti, il whistleblower è tanto valorizzato da ottenere, a seguito della segnalazione accertata come fondata, anche un compenso pecuniario, pur ricevendo la sanzione penale conseguente se penalmente coinvolto nella condotta illecita. Peraltro anche in altri Paesi europei, questo tipo d’istituto non è accolto in modo diffuso. “Non c’è scritto da nessuna parte, nemmeno nelle regole internazionali, quale deve essere lo statuto riguardante il whistleblower. Ciascun ordinamento nazionale, nell’ambito della propria sovranità stabilisce come tutelarlo. Noi abbiamo deciso, con la legge Severino, di proteggerlo tramite uno statuto di riservatezza, così da metterlo al riparo da procedimenti disciplinari indebiti”, ci spiega Nicoletta Parisi. Quello che dobbiamo sottolineare è che questo istituto, in Italia, è previsto, appunto dalla “legge Severino”, soltanto per le Pubbliche Amministrazioni, mentre nessuna disposizione di portata generale è oggi contemplata in relazione alle imprese private”.

“In America danno delle ricompense esose. Loro fanno un ragionamento prettamente economico”, afferma Giorgio Fraschini, collaboratore di Transparency International Italia. “Forse nei Paesi come il nostro serve un incentivo – continua – Ma se paghi qualcuno per fare qualcosa non torni più indietro. In Italia non esiste questa cultura, è la natura, non esporsi quando non devi. In Europa ci siamo arrivati negli ultimi anni perché l’Unione e il Greco stanno spingendo in questo senso”. Nel nostro sistema “la giurisprudenza, nell’accertare la responsabilità o meno dell’impresa, insieme a quella del funzionario, ha dichiarato che il whistleblowing è un sistema che dovrebbe aiutare il radicamento della cultura d’impresa in senso etico e quindi in realtà, tramite la giurisprudenza e i modelli organizzativi fatti, il whistleblowing dovrebbe essere presente anche nelle imprese private. Non c’è una legge che lo prevede. E’ una guide line che ci viene fornita dalla giurisprudenza. Se l’impresa fa passare il messaggio che è fiduciosa nei comportamenti eticamente corretti, e chi denuncerà atti di illegalità verrà protetto”, sottolinea la Parisi. “Il legislatore ha percepito la diffidenza del pubblico dipendente verso la pubblica amministrazione, ecco perché ha inserito l’Anac come destinatario della segnalazione. Il whistleblower, secondo l’interpretazione di Anac, non è l’anonimo che segnala, ma è la persona che alla luce del sole compie la segnalazione e in cambio riceve la riservatezza all’interno dell’impresa, come nella PA”.

Il problema naturalmente è anche se l’illecito riguarda un singolo o tutto il corpo dirigenziale, “in quei contesti dove c’è un Management coinvolto nell’illecito la segnalazione interna è problematica. In alcuni casi avrebbe sicuramente aiutato. E’ l’azienda stessa o l’amministrazione che ha l’interesse ad isolare questa persona. Tendenzialmente dovrebbe segnalare internamente, perché le aziende o gli enti sono i soggetti che potrebbero affrontare meglio la questione”, ci spiega Fraschini.

Ma in questo panorama come si sta comportando il governo Renzi? “La Presidenza del Consiglio, con la quale stiamo lavorando proprio sul whistleblower in maniera molto positiva, ha introdotto nello scorso mese di agosto un proprio sistema di whistleblowing interno per la gestione di segnalazioni di illeciti di propri dipendenti, con una tecnologia che è in grado di dividere, dal momento in cui la segnalazione arriva, il nome del segnalante dai fatti, cosicché essi’ abbiano due percorsi diversi. Sta anche emergendo la volontà di avviare una collaborazione fra istituzioni pubbliche che, utilizzando la stessa tecnologia, possano comunicare reciprocamente più facilmente, anche abbassando i costi che un sistema di tutela del whistleblower necessariamente comporta. In questo momento trovo che ci sia una reale volontà del nostro Governo di mettere a regime la tutela del dipendente pubblico che segnala. Resta da verificare se il Parlamento abbia la stessa volontà, manifestandola per esempio tramite l’approvazione di una normativa che in via generale, anche per il settore privato, stabilisca l’obbligo di creare un canale di segnalazione di fatti di illegalità’ che si riproducono all’interno dell’ambiente di lavoro. La logica sottesa è quella di prevenire le condotte illecite, evitando che esse si radichino nell’entrata, “facendo pulizia” prima che si debba intervenire con un procedimento giudiziario”, conclude Nicoletta Parisi.

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