venerdì, Ottobre 22

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Khalid Bin Mohamed Al Attiyah

Il Ministro degli Esteri del Qatar, Khalid Bin Mohamed Al Attiyah, nel corso della sua visita in Iran degli scorsi giorni, ha dichiarato che Doha e Teheran dovrebbero lavorare congiuntamente ad una soluzione politica del conflitto in Siria, sebbene supportino le due diverse parti in lotta. Khalid Al Attiyah, ha ribadito un concetto condiviso dalla comunità internazionale: la crisi siriana deve essere risolta tramite una soluzione politica largamente condivisa dalle parti.

Se da un lato l’Iran, a supporto del governo di Bashar al Assad, sarebbe per una soluzione diplomatica che ridefinisca lo status quo; il Qatar, aperto sostenitore dei ribelli e dell’opposizione, predilige una soluzione che avvicini le parti al tavolo negoziale e conferisca all’opposizione un ruolo politico determinante. Esiste sicuramente una divergenza fra il punto di vista qatariano e quello iraniano, ma l’obiettivo comune è quello di far cessare un conflitto che fino ad oggi ha causato più di 140 mila morti. Un messaggio, questo, che ancora una volta mette in luce il ruolo da ‘grande mediatore’ che, da diversi anni a questa parte, il Qatar sta cercando di rivestire.

Il Qatar, sta giocando un ruolo chiave nell’intera regione del Medio Oriente, grazie ad una politica estera molto diversificata e portata avanti, finora, con giudizio. Carattere peculiare dello sguardo oltreconfine del Qatar, è quello di presentarsi come un ‘balancing actor’ nel quadro scompaginato di crisi e conflitti in corso all’interno della regione. Doha, in pochi anni, è stata in grado di assicurarsi una moltitudine eterogenea di alleati politici, con interessi contraddittori e obiettivi divergenti. Il Qatar, uno degli stati più piccoli del Golfo con i suoi 12 mila chilometri quadrati, si è guadagnato posizioni diplomatico-strategiche molto rilevanti, in grado di aumentare il suo potenziale di influenza nelle politiche regionali. L’interrogativo è: perché il Qatar, Paese leader nell’esportazione di petrolio e gas idrocarburi, non ha limitato le azioni di politica estera nel contesto economico-commerciale?

Il Paese con il prodotto interno lordo più alto, e il primo esportatore di petrolio, in meno di due decadi è diventato un attore chiave nelle relazioni internazionali del Medio Oriente. È stato coinvolto praticamente in tutti i conflitti della regione, svolgendo ruolo di mediatore e fornendo assistenza umanitaria e sanitaria, e non è strano prevedere un futuro coinvolgimento di Doha anche nelle crisi a venire. La politica diplomatica del piccolo Emirato, è stata giudicata dagli osservatori come molto astuta, al punto da essere ribattezzato la ‘nuova Arabia Saudita’.

Già nei primi anni Novanta, periodo di grande espansione per il Paese, il Qatar si era posto come punto di riferimento e di accoglienza per i profughi provenienti dalle zone di conflitto del Mali, di Gaza e del Libano. Il coinvolgimento umanitario in questi paesi, per altro, continua ancora oggi. La Croce Rossa del Qatar è largamente impegnata nei territori coinvolti dai conflitti. Non mancano, però, i legittimi sospetti riguardanti l’uso dell’impegno umanitario come contraltare di un supporto decisamente più ‘tecnico’ dei ribelli, attraverso finanziamento e fornitura di armi.

Anche l’uso del network mediatico di Al Jazeera, emittente nata in Qatar nel 1996 con l’obiettivo di ‘dare voce a chi non l’aveva’, è stato spesso giudicato poco trasparente. La popolarità acquisita a velocità esponenziale, in quando unico punto di informazione sul mondo arabo 24 ore su 24, ha permesso all’emittente di diventare un esempio del successo della diplomazia pubblica del Qatar. Il canale in lingua inglese, aperto nel 2006, ha segnato la svolta. L’ambizione del piccolo emirato del Golfo di uscire al di fuori dell’ombra dell’Arabia Saudita, si è così realizzata.

Il delicato equilibrio che il Qatar sta cercando di mantenere fra il suo ruolo nel Golfo, e la sua influenza politica all’esterno, potrebbe subire degli scossoni. Quello che manca alla politica estera del Qatar, è una strategia futura coerente. Oggi, i meccanismi che sembrano guidare le scelte politiche e diplomatiche di Doha, sono di tipo più reattivo che partecipativo. Ci si può infatti aspettare un prossimo coinvolgimento in qualità di ‘negoziatore e mediatore’, ma in qualunque crisi dovesse scoppiare nell’area. Una simile posizione di neutralità, altalenando fra amicizie e legami dissonanti, potrebbe essere difficile da mantenere sul lungo periodo.

Sia la diplomazia del Qatar, che la sua politica estera, dovranno affrontare delle sfide. Un profilo di politica estera che non si basa su una strategia politica coerente, soffre di una discrepanza fra azioni e immagine. Nonostante il coinvolgimento durante le Primavere Arabe, in Libia e in Egitto, oppure nel processo di dialogo con gruppi fondamentalisti come Hezbollah e i Taliban, si ravvisa un’incertezza nella gestione delle questioni interne di sicurezza e stabilità.

Sicuramente, in misura superiore ad altri paesi del Golfo, il Qatar è più protetto e sicuro dalle minacce esterne. L’esercito nazionale, infatti, è di dimensioni molto ridotte e composto per più della metà da immigrati. La sicurezza interna del Qatar, più che dal preposto apparato nazionale, è garantita dalla presenza di potenze straniere ‘amiche’ come Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Il territorio del Qatar ospita una delle più grandi basi americane nella regione, la base area di Al Udeid, strategica per la sua collocazione geografica.

Se da un lato, l’amicizia con Washington garantisce a Doha una considerevole sicurezza, dall’altro potrebbe rappresentare un rischio nei confronti di quelle frange islamiche più fondamentaliste e radicali. Al momento, gruppi radicali non sembrano particolarmente attivi nell’Emirato, ma è nota l’interconnessione e la porosità delle strutture islamiche di questo tipo. L’unico attentato suicida di matrice fondamentalista nel paese, risale al 2005, dopodichè non si è registrato nulla di rilevante in questo senso. Non si tratta di una minaccia diretta oggi, ma è un elemento da non trascurare.

Il prossimo decennio, sarà decisivo per quanto riguarda l’immagine del Qatar all’estero. Nel 2022, l’Emirato ospiterà la Coppa del Mondo, momento culminante di un processo di visibilità e credibilità all’interno del mondo arabo, così come al di fuori. E, forse, dovrà decidere quale linea politico-strategica tenere. 

 

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