martedì, Ottobre 26

Welfare, no beneficenza ma obbligo morale

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È impensabile che un miliardario o un politico dica a proposito dei più poveri, malati o vulnerabili: «Che mangino brioche. La loro situazione non mi riguarda». Nelle democrazie occidentali, il popolo possiede ancora un po’ di potere. Gode ancora del diritto di voto. E anche se gli esempi di Francia, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti e altri Paesi occidentali hanno dimostrato che eleggere e destituire i singoli politici, alternando centro-destra e centro-sinistra, non cambia necessariamente le politiche economiche e gli approcci al governo, ma piuttosto le facce dei propri governanti, i politici continuano a nutrire interesse per i ruoli pubblici da loro ricoperti. Certo, il collegamento tra lavori privati altamente remunerativi e cariche elettive molto influenti garantisce un reddito sicuro per i politici; che devono comunque prestare attenzione alla retorica. I più esperti scelgono le parole assennatamente e si esprimono con misura, anche quando ricorrono a elementi shock per attirare l’attenzione mediatica con dichiarazioni provocatorie.

Ricordare ai comuni mortali che un giorno moriranno non ne accresce la popolarità. Lo stesso vale anche in altri casi. Pertanto, anziché dire: «I poveri, i deboli, i malati e i vulnerabili dovrebbero cavarsela da soli», oppure «Perché devo pagare le tasse per aiutare i meno fortunati? La loro povertà non è un mio problema», un genio della comunicazione politica, l’ex Presidente americano Ronald Reagan, ha utilizzato l’immagine della Regina del Welfare alla guida di una Cadillac, nella sua campagna del 1976 per la nomina presidenziale dei Repubblicani. In un’apparizione pubblica, ha dichiarato: «A Chicago, hanno trovato una donna che detiene un record. Ha usato 80 nomi, 30 indirizzi, 15 numeri di telefono diversi per ottenere buoni pasto, previdenza sociale, assegni per i veterani per quattro inesistenti mariti veterani deceduti, oltre ai sussidi pubblici. Il suo reddito esentasse ammontava a $150.000 all’anno».

Ronald Reagan può non aver coniato il termine Regina del Welfare, ma la sua osservazione è passata alla storia ed è diventata parte del dibattito sul Welfare, delle problematiche in materia di povertà, giustizia sociale e disuguaglianza in America. Alcuni sostengono che la Regina del Welfare non sia mai esistita, che fosse un personaggio inventato da Reagan. Anche se sembra che sia realmente esistita: nel 1970, una donna di Chicago, di nome Linda Taylor, è stata giudicata colpevole di fatti analoghi a quelli riferiti da Reagan nel suo discorso.

In ogni caso, non è importante sapere se Linda Taylor fosse o meno la Regina del Welfare cui si riferiva Reagan. Il problema è che questa storia è stata usata come strumento retorico. Il colonnista del ‘New York Times’ e premio Nobel per l’economia, Paul Krugman, spesso rileva che le affermazioni di Reagan altro non erano che l’applicazione della strategia di polarizzazione razziale, dato che gli afro-americani erano, alla sua epoca, spesso considerati dipendenti dal Welfare. Ovviamente, il fatto che Linda Taylor fosse afro-americana corrobora in qualche modo le argomentazioni di Krugman. Ma non è abbastanza per dimostrare il presunto razzismo di Ronald Reagan. Tuttavia, nei suoi discorsi emergono prove di qualcos’altro.

L’iper-semplificazione, il ricorso a un solo remoto aneddoto e la generalizzazione sono sinonimo di demagogia. E la demagogia è ampiamente presente in politica. La storia di Linda Taylor non offre molte prove della frode al sistema del Welfare, in generale, come tendenza sociale o problema negli Stati uniti. Offre qualcos’altro, qualcosa di molto più efficacie per i politici, ma privo di significato per la vera politica o amministrazione pubblica: l’effetto drammatico.

Un articolo della CNN di John Blake, dal titolo ‘Il ritorno della Regina del Welfare’ offre più risposte in merito a quello che mi piace definire una ‘rappresentazione fuorviante del Welfare di Reagan’. In questo articolo, John Blake riporta la seguente dichiarazione di Craig R. Smith, ex autore di discorsi per il Presidente Gerald Ford ed ex scrittore consulente per il Presidente George H.W. Bush, in merito alla storia della Regina del Welfare raccontata da Ronald Reagan: «Appare come una buona storia perché in linea con la percezione popolare del mondo reale». Smith aggiunge: «Come in qualsiasi buona mitologia, c’è bisogno di eroi e di malvagi e nella storia della Regina del Welfare c’era un malvagio che stava approfittando del sistema».

Questa mitologia continua a essere usata dai principali politici. Gli stessi elementi di retorica sono spesso impiegati in diversi Paesi in tutto il mondo, in particolare in Europa, dove il sistema dello stato sociale potrebbe essere agli ultimi anni di vita.

In Francia, nella campagna elettorale del 2007, il candidato alla Presidenza Nicolas Sarkozy, ha utilizzato una strategia analoga, fondata sulla stessa idea di una mitologia di mele marce che abusavano dello stato sociale, evitando di lavorare; e, anche se è difficile crederlo, preferendo la povertà e la dipendenza dallo stato a un lavoro onesto e all’indipendenza. Ha proposto una soluzione altamente discutibile. Secondo lui, i francesi dovevano lavorare più ore. La sua retorica era fondata sull’idea che coloro che vivevano in povertà e che dovevano affidarsi ai finanziamenti pubblici per sopravvivere dovevano semplicemente lavorare più ore e più duramente. Nel Paese della settimana da trentacinque ore lavorative, Sarkozy ha proposto ai francesi di lavorare più a lungo, in modo da guadagnare di più mediante gli esoneri contributivi sulle ore di straordinario. Questo è divenuto realtà con il neo-eletto Presidente Sarkozy nel 2007. Lo slogan usato era ‘Lavora di più per guadagnare di più’. Ma, considerata inefficace e costosa, la misura che faceva parte della Legge in favore del lavoro, dell’occupazione e del potere d’acquisto (Loi en faveur du travail, de l’emploi et du pouvoir d’achat) è stata annullata nel 2012.

A parte questa legge e la sua inefficacia, la retorica che Sarkozy ha utilizzato nel proporla, come candidato alla presidenza, faceva parte di una più ampia strategia elettorale, fondata sul presupposto che i francesi non lavoravano abbastanza e che, anziché affidarsi allo stato sociale, il Paese doveva contare sulle proprie forze. Questo presupposto non è poi così lontano da quello di Emanuel Macron, l’attuale ministro dell’economia del Paese, che ha presentato un disegno di legge volto a deregolamentare il mercato del lavoro in larga misura. Una delle principali reazioni alle sue idee è che se la risposta alla povertà fosse il maggior lavoro, con l’attuale fenomeno dei lavoratori poveri, la deregolamentazione del mercato del lavoro condurrebbe solo allo sfruttamento dei lavoratori, in quanto il problema principale sono i bassi salari e la mancanza di tutela del lavoro, non l’implicita pigrizia dei poveri e indigenti. Ciononostante, Sarkozy, un rinomato liberale, Reagan, Macron, e molti altri come loro hanno portato avanti la stessa idea che la fine della povertà può avvenire solo lavorando di più. Ma allora qual è la soluzione per coloro che lavorano duramente per stipendi bassissimi, che attraversano lunghissime distanze per recarsi a lavoro, che non hanno più tempo per accudire i propri figli, per riposarsi o dedicarsi ad attività sociali; e come risolvere il problema della mancanza di fondi per soddisfare i loro bisogni di base alla fine del mese? Come li può aiutare del lavoro extra? E, con l’attuale crisi economica, caratterizzata dalla mancanza di crescita economica, è sensato credere che ci sia abbastanza lavoro per tutti e che sono le persone che devono cercarlo?

Il mondo sta affrontando un grave problema di ridistribuzione del reddito. I ricchi stanno diventando sempre più ricchi, la classe media è sotto pressione e i poveri non stanno salendo la scala sociale, anzi stanno diventando ancora più poveri. Il modello economico americano che ha ispirato molti in tutto il mondo, tra cui Sarkozy, ci offre una prospettiva unica di ciò che sta effettivamente avvenendo nel nostro mondo. La Federazione Americana del Lavoro-Congresso delle Organizzazioni Industriali (AFL–CIO) ha riferito che nel 2013 il «rapporto salariale CEO-lavoratore era 331:1 e il rapporto salariale CEO-lavoratore con stipendio minimo era 774:1». Questo significa che un dirigente guadagna, in media, 331 volte di più rispetto al lavoratore medio americano. Oggi, l’America si sta muovendo, a velocità considerevole, verso l’oligarchia. Ogni giorno, l’idea che l’1 per cento degli americani controlli le risorse dell’America e abbia un importante potere decisionale nella vita pubblica americana diventa sempre più reale ed esiste una correlazione diretta tra uguaglianza e democrazia.

In una società in cui i pochi ricchi guadagnano più di tutti gli altri, il potere tende a spostarsi nelle mani dei pochi ricchi, per diverse ragioni, di cui ne citerò solo due. Primo, i ricchi possono facilmente esercitare pressioni per difendere i propri interessi, in quanto hanno le risorse finanziarie per farlo. Secondo, i ricchi possono finanziare con maggiore facilità i conglomerati mediatici, spingendo l’opinione pubblica a credere a bugie come quella delle Regine del Welfare a bordo delle Cadillac, oppure il mito che i ricchi sono soffocati da imposte elevatissime; mentre, in realtà, le frodi relative ai sussidi non rappresentano un grave problema per il Paese e i ricchi non pagano neppure la propria quota di imposte, in America. Ma questo tipo di influenza va più a fondo di quanto si possa pensare. Gli americani più ricchi finanziano quotidiani, gruppi di esperti e addirittura film che promuovono la loro visione della società e del welfare. Con disparità di reddito come quelle che dominano l’America oggi, non sorprende che termini come stato sociale e redistribuzione del reddito siano considerati parole tabù in America e che si faccia poca distinzione, nell’opinione pubblica americana, tra i difensori di un’economia gestita assennatamente che crea uguaglianza e che aiuta a prendersi cura dei poveri e i bisognosi, e che vengano spesso erroneamente etichettati come comunisti.

L’idea di prendere da ciascuno in base alle proprie possibilità e dare a ciascuno in base alle sue necessità non è una cattiva idea, come invece sostenuto da Reagan e da altri. La ridistribuzione del reddito è uno strumento di tutela e di generazione della crescita per una società nel suo complesso, compresi gli oligarchi stessi. Grazie a questo principio, il denaro è speso nelle strade, negli ospedali e nelle scuole. Senza la ridistribuzione del reddito e senza un’efficace tassazione, in particolare mediante la tassazione progressiva, gli oligarchi dovrebbero guidare le proprie limousine su strade dissestate, essere protetti da agenti di polizia sottopagati e inclini alla corruzione contro ladri poveri, arrabbiati e affamati. In un simile contesto, se la limousine di un oligarca incappasse in un incidente, quest’ultimo rischierebbe la propria vita, curato in un ospedale miseramente finanziato da personale medico sottopagato e oberato di lavoro, dato che non si trovano ovunque ospedali privati profumatamente finanziati, che solo in pochi si possono permettere, e aspettare l’elisoccorso potrebbe costargli la vita. Non è un’esagerazione. Esistono paesi dove questa è un’eventualità comune per i ricchi che vivono in posti poveri. Le tasse, il servizio pubblico e il welfare proteggono tutti, ricchi e poveri senza distinzioni.

È naturale che alcune persone nascono ricche, mentre altre nascono povere. L’obiettivo della ridistribuzione del reddito è di creare una società equilibrata in cui la nascita o gli eventi della vita – perdita di lavoro o malattia, ad esempio – non determinano il futuro di una persona. Al tempo stesso, consentire la creazione di un’oligarchia è una condanna a morte per la democrazia. È necessario che lo stato compia uno sforzo di bilanciamento, affinché i pochi non determinino quello che succede ai molti.

Non è semplice neanche essere dall’altra parte, tra i beneficiari del Welfare. Infatti, significa dipendere da un burocrate governativo che adotta delle decisioni fondamentali per la propria vita; fare costantemente una lunghissima fila aspettando il proprio turno per timbrare i documenti necessari, solo per spostarsi poi in un’altra interminabile fila; vivere nel timore di una nuova legge che limiti i propri diritti; entrare con vergogna nell’ufficio di collocamento o dei servizi sociali, con il capo chino per evitare le occhiate pietose o sospettose; dover svelare dettagli della propria vita privata a perfetti estranei che rappresentano lo Stato. Non è nella natura dell’essere umano accettare facilmente tali condizioni di vita. Certamente, la Regina del Welfare può anche essere esistita, ma non era niente più che un aneddoto. Altre regine del Welfare potrebbero vivere ancora tra di noi, ma si tratta di pure anomalie.

Robert Kennedy era un uomo ricco, ma non concepiva il Welfare negli stessi termini di Ronald Reagan. Decenni fa, ha dichiarato: «Il Welfare stesso ha contribuito a dividere il nostro popolo, ad allontanarci gli uni dagli altri. In parte, questa separazione deriva dal comprensibile risentimento del contribuente, che assiste impotente all’aumento dei beneficiari del Welfare e delle proprie imposte sulle proprietà immobiliari. Ma regna ancora più risentimento tra i poveri, tra coloro che ricevono la nostra carità. In parte è causato dalla brutalità del sistema stesso del Welfare: dal burocrate ficcanaso, un amministratore onnipotente che decide dalla propria scrivania chi è meritevole e chi no, chi deve vivere un altro mese e chi può morire di fame la settimana successiva».

Il Welfare non riguarda solo la lotta alla povertà, è anche una questione di uguaglianza. E uguaglianza non significa solo costruire e mantenere una democrazia funzionante. Vuol dire anche giustizia. Si tratta di fare in modo che viviamo in una società che non cerca guadagni materiali, ma pace e armonia tra i suoi membri; una società che si prende cura dei bisognosi; in cui l’accesso all’istruzione, assistenza sanitaria, cultura, e altri diritti non dipende da quanto si guadagna o da dove si è nati. E se questi sono diritti naturali all’interno di una società, la giustizia è un obbligo in qualsiasi società.

Il mito della Regina del Welfare non rappresenta un eroe, bensì vittime e malvagi. Le vittime di questa mitologia sono i poveri le cui difficoltà sono spesso usate per incolparli della disuguaglianza nelle nostre società occidentali, anziché incolpare l’élite economica per la sua avidità. Invece, i malvagi sono la casta politica dirigente che diffonde il mito della Regina del Welfare e l’élite economica che si nasconde dietro alla sua ombra.

 

Traduzione di Maria Ester D’Angelo Rastelli

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