domenica, Luglio 25

Welfare, Lavoro: stressati e contenti? field_506ff510725be

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Stress psicosociali sul luogo di lavoro, e delnon lavoro. Perché il rischio di restare senza (lo stesso) lavoro, oggi, sta diventando endemico. Avere un lavoro, uno qualsiasi, per poi perderlo. Smettere di cercarlo. Ritrovarlo, per poi riperderlo, ancora. Reinventarsi. Conquistare ‘un’, o meglio, ‘il’ posto di lavoro. Mantenerlo a qualsiasi costo. Così, parlare dei vantaggi, che si ricavano riconoscendo il diritto al benessere sul posto di lavoro, si rivela quasi limitato, e superfluo, quando il problema da affrontare diventa lo stress del brivido da disoccupazione, o inoccupazione.

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Poi, a cercare bene, si può sempre incontrare anche quello del: ‘cercati un lavoro serio!’. Magari un vicino di condominio, che ha fatto dell’origliare un lavoro serio. Eppure tu puoi essere ‘a lavoro’, perché come te, tanti hanno un ‘e-lavoro’, che svolgono da, o ‘a-casa’. Se sia più o meno ‘comodo lavorare da casa’, diventa una questione, spesso, soggettiva e legata ai singoli casi. Affrontare questo aspetto ragionando per massimi sistemi sulla base dei dati a disposizione degli Osservatori sociali, potrebbe creare malintesi tra quelle fonti di stress di diversa origine, non direttamente correlate all’ambiente, o ad una particolare realtà lavorativa. L’Agenzia informativa europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), nell’ambito del ‘Quadro strategico 2014-2020‘, valuta in 240 miliardi di euro l’anno il costo totale dei disturbi mentali in Europa, correlati e non, al lavoro. Il 57% (136 miliardi) derivanti da perdita di produttività, ed assenza per malattia, e il 43% (104 miliardi) da costi diretti come cure mediche. Insomma: lo stress connesso al lavoro ha costi davvero molto alti.

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Il patto per la salute e il benessere mentale individua nel tempo il mutamento delle esigenze, e le crescenti pressioni nei luoghi di lavoro, incoraggiando i datori di lavoro ad applicare ulteriori misure volontarie per promuovere il benessere mentale.
Quest’anno, la Commissione per la sicurezza e la salute sui luoghi di impiego, ha dato il via alla campagna informativa sui rischi psicosociali legati all’ambiente lavorativo, inserendoli tra i pericoli emergenti. Per gli addetti alle indagini sociali, «molti datori di lavoro considerano i rischi psicosociali più difficili da gestire dei rischi ‘tradizionali’ sul luogo di lavoro». Questi crederebbero, che «la salute mentale dei dipendenti costituisca una questione troppo sensibile da sollevare o ritengono di non avere le competenze necessarie».
Gestione dello stress, dunque, come «imperativo morale e un buon investimento per i datori di lavoro». Ma anche come «dovere giuridico stabilito dalla direttiva quadro 89/391/CEE , ribadito dagli accordi quadro tra le parti sociali sullo stress lavoro-correlato e sulle molestie e la violenza sul luogo di lavoro». Dal punto di vista normativo nazionale, in Italia, l’Accordo Europeo sullo stress lavoro correlato è stato recepito in quello ‘Interconfederale’ del 2008, e successivamente nel D.Lgs. 81/2008.
L’adeguatezza, insieme all’efficacia delle misure adottate, verrebbe dunque assicurata dalla capacità di coinvolgere direttamente i lavoratori.

Attraverso questa rete, l’imprenditore può decidere di uscire da uno stato di solitudine e marginalizzazione, che lo ha visto per troppo tempo relegato nell’immaginario collettivo a ruolo di ‘capataz’ freddo, cinico ed autoritario. Si tratterebbe di accedere ad un supporto informativo-tecnico-pratico, che promette di operare e realizzare un vero e proprio cambio di prospettiva. Stando alle ultime analisi infonografiche della EU-OSHA, l’entità del problema visto dalla parte dei lavoratori, raggiunge in un decennio dimensioni importanti. In ordine decrescente, sono state individuate tra le principali fonti di stress: riorganizzazione o precarietà, eccessivo carico di lavoro, comportamenti legati a molestie e violenze. Per il restante 50%, invece, lo stress non verrebbe adeguatamente gestito sul posto di lavoro.
L’approccio europeo sembra dare un segnale pratico ai nuovi bisogni socio-comunicativi, che nei fatti risultano mutati. Nel settore dei servizi‘, ad esempio, così come cambiano nel tempo gli strumenti e i processi produttivi, nella stessa misura cambia visione e percezione della realtà lavorativa da parte di tutti i soggetti partecipi alla filiera.

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