domenica, Settembre 19

Welcome back: 121 aziende tornano in Italia. E’ il fenomeno del Back Reshoring Potrebbe non essere soltanto una moda. Dopo anni passati a delocalizzare, le aziende italiane decidono di riportare le produzioni in Italia. Il richiamo del Made in Italy è più conveniente della manodopera a basso costo

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Italia vs USA, numeri e strategie a confronto

Maggiore qualità della manodopera, effetto Made in, meno costi e più controlli. Motivazioni che accomunano l’Italia ad un altro Paese in cui il Reshoring è una realtà concreta già da qualche anno. Gli Stati Uniti sono il primo Paese al mondo per numero di aziende rientrate in patria dopo anni di delocalizzazione. Dopo la crisi finanziaria del 2008-2009 sempre più imprese hanno deciso di chiudere i battenti degli stabilimenti nei Paesi e basso costo e spostare le produzioni negli States. Sono 326 nel 2016. La maggior parte delle quali nel settore manifatturiero, nella produzione di autoveicoli, nell’elettronica e nell’elettrotecnica. Tra queste anche grandi marchi come Wal-Mart, Apple, General Electric, Starbucks, Ford e Caterpillar. Il merito dell’avvio di questo processo va, come detto, alla domanda crescente di prodotti Made in Usa, all’aumento dei costi e alle difficoltà logistiche di trasporto delle merci. Ma vanno anche considerati altri due fattori importanti: l’aumento del costo del lavoro nei paesi in via di sviluppo, ma soprattito la pressione dell’opinione pubblica americana che vedeva nell’Offshoring una delle cause principali della crisi occupazionale negli States.

E, forse, sono state proprio le posizioni degli americani a segnare la differenza fondamentale tra il Reshoring all’italiana e quello Made in USA. Il driver fondamentale della rilocalizzazione negli States è stata la possibilità di poter ricorrere ad incentivi economici governativi. Dopo la crisi del 2008-2009 infatti, il governo Obama, preoccupato della crescente disoccupazione, ha avviato una serie di politiche economiche di incentivo e protezione verso le imprese desiderose di tornare a produrre in America. Sgravi fiscali, agevolazioni, ma soprattutto finanziamenti e strumenti burocratici e progettuali adeguati.

In Italia invece il processo nasce in maniera pressoché spontanea. Sono state le aziende insomma a farsi i conti in tasca e a valutare che la produzione in Italia, alla lunga, avrebbe portato maggiori ricavi rispetto alla produzione Offshore.

“Abbiamo riscontrato molte difficoltà, non solo da un punto di vista economico, ma anche da un punto di vista burocratico a causa dello scarso quasi nullo aiuto dalle istituzioni” spiega Federica Roncato, a cui fa eco anche Massimo Bottacin della Global Gardner Product: Quando abbiamo deciso il trasferimento della produzione dalla Svezia all’Italia l’abbiamo fatto da soli. Il trasferimento non è stato incentivato specificatamente dalle istituzioni”.

Non esistono, infatti nel nostro Paese, delle agevolazioni per chi decide di rientrare. Nessuno sgravo, nessuno incentivo, nessuna garanzia. Non deve essere una giustificazione. Ma certo potrebbe rendere le cose più semplici.

“Tra gli interventi di politica industriale particolarmente utili – oltre all’ovvia riduzione del cuneo fiscale – va sicuramente indicata la formazione professionale per la messa a disposizione di operatori di produzione che abbiano le skill richieste nei settori oggetto del reshoring”. Spiega ancora il Professor Fratocchi: “Come già negli USA, anche nel nostro paese si cominciano ad intravvedere casi in cui le imprese non riescono a riportare le produzioni in Italia in quanto mancano le maestranze con le opportune competenze, dato che – a seguito di decenni di delocalizzazione sfrenata – quelle maestranze sono ormai andate in pensione (o, nel caso delle donne, sono uscite dal mercato del lavoro e si sono dedicate alle famiglie) o si sono “convertite” ad altre tipologie di processi produttivi, perdendo quel know how – spesso artigianale- che le caratterizzava. Alcune grandi imprese della moda stanno gestendo questa minaccia costituendo scuole di formazione interne che però non sono appannaggio di tutte le imprese. Un cenno meritano poi gli incentivi all’adozione delle tecnologie riconducibili al contesto di Industria 4.0, in particolare l’automazione – che può sensibilmente abbattere i costi di produzione diminuendo la componente manuale – e le stampanti 3D – che possono consentire di offrire prodotti personalizzati a costi particolarmente esigui”.

Una modello che – con la dovuta spinta – può funzionare, ma la strada è ancora lunga

Nonostante i numeri siano ancora bassi, nonostante le difficoltà e nonostante le contraddizioni, il fenomeno del Reshoring sembra essere credibile ma soprattutto sostenibile. Ne sono una dimostrazione le storie e le esperienze delle aziende che hanno deciso di rientrare.

“La nostra è stata una scelta costosa ma vincente” chiude Federica Roncato. “Ad oggi siamo ancora in fase di investimenti, ricerca e sviluppo progetti. Stiamo brevettando una nuova valigia in alluminio prodotta interamente in Italia che siamo certi nel 2018 riscuoterà un ottimo successo nel mercato asiatico asiatico. La rilocalizzazione ha portato a un rilancio dell’attività produttiva, con conseguente aumento dell’occupazione sul territorio, ma anche a una focalizzazione dell’impresa sull’alto di gamma“.

Un bilancio importante, che lascia intravedere una speranza per altre imprese che vorranno seguire l’esempio. “Non v’è dubbio che la ri-valutazione delle scelte di localizzazione produttiva è diventato uno dei must per il moderno manager delle aziende manifatturiere”, conclude Fratocchi. “Non sempre tale ri-valutazione porterà al reshoring ma sicuramente si sta diffondendo la coscienza che non si può dare nulla per scontato e che i presunti risparmi dell’off-shoring potrebbero non essere più tali ai giorni d’oggi”.

Non dobbiamo dimenticarci, infatti, che le imprese che tornano sono le stesse che qualche anno prima hanno staccato il biglietto per partire. E’ una questione che ruota intorno alla domanda e alle esigenze del mercato, segue logiche che spesso si limitano al mero calcolo economico, che, soprattutto, non sempre combaciano con gli interessi della collettività. Certo è che per i lavoratori italiani potrebbe essere davvero una bella ancora a cui aggrapparsi. Sperando sia una realtà e non un abbaglio.

Tornano le aziende, torneranno anche gli italiani?

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