martedì, Ottobre 26

Welcome back: 121 aziende tornano in Italia. E’ il fenomeno del Back Reshoring Potrebbe non essere soltanto una moda. Dopo anni passati a delocalizzare, le aziende italiane decidono di riportare le produzioni in Italia. Il richiamo del Made in Italy è più conveniente della manodopera a basso costo

0

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Per anni ci siamo abituati a raccontare un’Italia da cui fuggire a gambe levate. Un Paese che ha poco da offrire e troppo ancora da chiedere. Che galleggia tra quello che resta di un passato ambizioso e quello che manca per un futuro dignitoso. E, nel frattempo, perde i suoi pezzi migliori.

Vale per tutti. Per ogni categoria sociale e per ogni professione. Sogni, speranze ed ambizioni che è più facile costruirsi lontano da casa, dove – almeno nell’immaginario – le capacità vengono riconosciute e le competenze ricompensate. Qui resta una casa con le fondamenta che scricchiolano e ballano ogni giorno un po’ di più. Una casa che avrebbe bisogno di impegno e lavoro per tornare in piedi. Ma chi investirebbe tempo e denaro per sistemare una casa che rischia di crollare?

Un ragionamento un po’ estremo forse, ma che ogni anno pare convincere oltre 250mila italiani che, per necessità o volontà, lasciano il Paese in cerca di qualcosa in più. Un bagaglio in partenza che diventa ancora più pesante se dai lavoratori spostiamo lo sguardo verso chi  invece il lavoro dovrebbe crearlo e mantenerlo. L’emorraggia di imprese, aziende e industrie che interessa in maniera strutturale l’Italia da vent’anni a questa parte, è un dato pericoloso, che va maneggiato con la dovuta attenzione ai dettagli, ma che è forse tra le cause fondanti della fuga di braccia e cervelli da questo Paese.

Dicevamo di una doverosa attenzione ai dettagli. Sì, perchè un conto è elencare numeri e dati, altro è sviscerare cause, motivazioni e conseguenze. Dall’inizio degli anni ’90, secondo gli ultimi dati disponibili dell’Istatpiù di 21mila aziende italiane hanno abbandonato il Bel Paese, spostando le proprie filiere – o parte di queste – in altri Paesi. La maggior parte di queste sono impegnate nel settore manifatturiero, che rappresenta il 22% del totale. Un giro d’affari che coinvolge 1 milione e mezzo di lavoratori e muove ogni anno oltre confine investimenti per 125mila milioni di euro. Numeri che preoccupano, ma che vanno considerati  e analizzati, come dicevamo qualche riga più su, con il loro contorno di motivazioni e conseguenze.

Il fenomeno dell’Offshoring, la delocalizzazione all’estero – spesso in paesi in via di sviluppo – degli impianti produttivi, muove a partire dalla ricerca delle aziende italiane di una tassazione più favorevole rispetto all’Italia e di una manodopera più economica. Una virata verso l’estero che tanto deve anche ai processi politici di globalizzazione del mercato. In spiccioli, perchè pagare un lavoratore qualificato in Italia quando posso trovarne a metà prezzo – e metà pretese – in Cina? Perchè produrre in Italia quando posso farlo in Romania, con meno pressione fiscale, meno controlli, esportando la merce dove serve e pagare tasse e dazi contenuti sulle spedizioni? A questo va inoltre sommato l’avanzamento tecnologico che ha permesso di superare i limiti fisici e di interagire, monitorare e coordinare le attività produttive all’estero, pur mantenendo i quadri dirigenziali in Italia.

Dal quadro delineato è facile dedurre quali siano le conseguenze per il nostro Paese. Da un lato, un incremento di competitività sul mercato internazionale per le aziende italiane. Ma dall’altro, un impoverimento strutturale di investimenti e posti di lavoro, e di conseguenza del reddito e della capacità di consumo degli italiani. Una strategia che lascia, quindi, molti problemi e contraddizioni, ma che dal punto di vista delle aziende, rimane, almeno sulla carta, una misura necessaria di adattamento e sopravvivenza. E così è stato per più di vent’anni.

A volte però ritornano. In Italia esplode il ‘Back Reshoring’

Eppure da qualche tempo assistiamo ad un fenomeno che pare ribaltare completamente la tendenza alla delocalizzazione a cui ci siamo abituati: il Reshoring, ossia il ritorno in patria delle filiere industriali precedentemente delocalizzate. Un’inversione di cui l’Italia detiene il primato in Europa ed è seconda al mondo dietro agli Stati Uniti. Sono 121 le aziende italiane che, secondo il report 2016 dell’UniClub More BackReshoring, pool di ricerca universitario che dal ’97 si occupa di quantificare e analizzare il fenomeno del reshoring, hanno deciso di riportare a casa le proprie produzioni. Tra queste anche aziende importanti del settore della moda come Tods, Diadora, Ferragamo e Prada, ma anche dell’elettronica del manifatturiero e del gastronomico: Beghelli, Fiamm, Argo, Generale Conserve, Global Garden Products, Polti Spa. Un dato che rimane ancora irrisorio rispetto a quello relativo alle aziende in partenza, ma che lascia spazio ad una considerazione che potrebbe risultare cruciale per il futuro economico del nostro Paese: abbiamo ancora qualcosa da offrire.

“La motivazione principale del ritorno delle aziende in Italia è rappresentata dal cosiddetto ‘effetto made in’ ovvero il maggior valore che un cliente è disposto a riconoscere ad un certo prodotto a motivo del luogo di produzione”. ci spiega Luciano Fratocchi, professore associato di ingegneria gestionale all’università dell’Aquila e portavoce dell’Uni-Club More Back-reshoring. “Tale risultato si spiega con la forte presenza – tra le aziende che hanno fatto ricorso al reshoring manifatturiero – di realtà operanti nel macro settore del fashion, contesto nel quale il vero ‘made in Italy’ permette di ottenere dei ‘premium price’ particolarmente consistenti”. Tutto dipende quindi, ancora una volta, dalla domanda e dalle esigenze dei consumatori. La garanzia di qualità, affidabilità ed esperienza che la manodopera italiana può offrire evidentemente è un marchio di fabbrica difficilmente replicabile. “In tal senso è interessante notare” prosegue il Professor Fratocchi “che la richiesta di prodotti autenticamente ‘made in Italy’ viene principalmente dalla clientela straniera, e da quella asiatica in particolare; in molti casi alle aziende italiane è stato richiesto dai loro distributori esteri di certificare la località di produzione dei capi e finanche quella dei materiali utilizzati”.

Ma se la qualità del Made in Italy è il motore che traina questo processo, non è comunque la sola motivazione che spinge le aziende a tornare a casa: “Più in generale, specie per quanto concerne l’Europa, la motivazione principale per il rientro delle attività manifatturiere è rappresentata dalla scarsa qualità delle produzioni realizzate off-shore, dagli elevati costi logistici dai risparmi su spedizioni e dazi doganali, da una maggiore prossimità al cliente che porta anche ad una maggiore flessibilità organizzativa”.

Dichiarazioni che fanno ben sperare specie se si considera che: “Spesso i sistemi economici sono influenzati da ‘mode’: in questo senso la delocalizzazione/off-shoring e l’esternalizzazione/out-sourcing rappresentano due classici esempi” come spiega ancora  Fratocchi. “Queste mode spesso portano a decisioni assunte prestando attenzione al mero ‘breve periodo’, non valutando cioè le conseguenze delle stesse su orizzonti temporali più estesi. Si pensa che qualche euro di costo del lavoro risparmiato possa da solo giustificare la delocalizzazione e/o l’esternalizzazione senza pensare che spesso il ‘total cost of ownership’ (che tiene conto anche di fattori quali il costo della non qualità e dei danni derivanti dai ritardi nelle consegne) aumenta ben più dei presunti risparmi relativi alla componente lavoro”.

Posizioni confermate anche da alcune aziende, recentemente rientrate nel Bel Paese, che abbiamo raggiunto per farci raccontare motivazioni, prospettive e difficoltà dietro la scelta di tornare ad investire in Italia.

Abbiamo ritenuto determinante e necessario il rientro di parte della produzione in italia nel nostro stabilimento storico di Campodarsego vista la decisione di penetrazione di mercati fuori dall’italia, in particolare asiatici, dove il made in Italy ha un valore aggiunto importante” ci spiega Federica Roncato, Marketing Manager della nota valigeria Roncato: “Fino a oggi la produzione era localizzata quasi tutta in Cina ma l’azienda si è detta intenzionata a realizzare valigie interamente made in Italy per una fascia di mercato di lusso e destinate soprattutto ai mercati esteri“.

“La contrazione del mercato europeo (nostro mercato di riferimento), unitamente alla penetrazione nello stesso mercato da parte di produttori con intera struttura di costi basata in paesi c.d. “low cost” (Cina soprattutto), ha creato una serie di conseguenze: aumento della competizione in un mercato dai volumi più ristretti, enorme pressione sul costo del prodotto, riduzione della marginalità” racconta invece Massimo Bottacin Vice Presidente ICT di Stiga S.p.A., brand della Global Gardner Product “Per affrontare tutto questo noi siamo stati costretti, come tanti, a rafforzare prima di tutto i nostri impianti produttivi nei paesi a basso costo, trasferendo colà sempre più la produzione dei prodotti di c.d. “opening e medium price point”, al fine di mantenerli competitivi sui mercati europei in termini di costo e di salvaguardare il più possibile la marginalità degli stessi per l’azienda” una delocalizzazione che ha permesso all’azienda di puntare sull’Italia per una produzione di maggiore qualità “Una volta fatto questo” prosegue Bottacin “abbiamo ottimizzato la rimanente parte della produzione (il c.d. “medio-alto di gamma”) concentrandolo in unico sito produttivo localizzato in paese europeo ad “alto costo”. Avevamo due opzioni: Svezia e Italia. La scelta è ricaduta sull’Italia “per la disponibilità di spazi adeguati nelle pertinenze dell’azienda, rese disponibili dalla delocalizzazione dei prodotti a basso costo; da un costo unitario della manodopera più basso rispetto alla Svezia; e soprattutto dai prezzi più competitivi in Italia rispetto alla Svezia per la fornitura di alcuni componenti”.

Discorso differente, ma con simili implicazioni invece per Argo Tractor, nota Holding italiana del settore della meccanizzazione agricola. In questo caso infatti, non possiamo parlare propriamente di Reshoring, quanto piuttosto di Partial Reshoring: “Il ‘partial reshoring’ per Argo Tractors (essendo i due stabilimenti esteri frutto di acquisizioni e non di offshoring) si è concretizzato in due momenti distinti” spiega Antonio Salvaterra, Marketing Director di Argo Tractors “il primo nel 2007 spostando in Italia le linee di assemblaggio situate a Doncaster (UK) ed il secondo nel 2010 spostando la produzione delle trasmissioni dalla Francia ai nostri stabilimenti italiani”.  Un percorso differente ma che nasce dagli stessi presupposti: “E’ stata una scelta mirata a focalizzare l’attenzione sui trattori e a concentrare la progettazione e la produzione nel distretto emiliano della meccanizzazione agricola. Un distretto forte di esperienze, know-how, competenze e passione quasi secolare, caratterizzato da un tessuto di subfornitura e di istituti tecnici superiori ed atenei con percorsi di studio dedicati ai temi della meccanizzazione agricola e della meccatronica. Una ricchezza culturale e professionale difficilmente reperibile (e forse difficilmente replicabile) in altri Paesi dove l’unica attrattiva risulta essere il basso costo del lavoro”.

Visualizzando 1 di 2
Visualizzando 1 di 2
Condividi.

Sull'autore

End Comment -->