sabato, novembre 17

Weber candidato dei popolari europei: cambiamento o continuità? Quali gli elementi di possibile continuità e discontinuità rispetto alla presidenza Juncker nel caso di una sua elezione a capo della Commissione europea?

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Si è concluso oggi a Helsinki il congresso del Partito Popolare Europeo (PPE) con la vittoria annunciata di Manfred Weber come candidato di punta alle prossime elezioni del Parlamento europeo per la carica di presidente della Commissione. Weber ha battuto il suo sfidante Alexander Stubb, ex primo ministro finlandese e vicepresidente della banca Europea per gli Investimenti, ottenendo una schiacciante maggioranza in seno ai delegati dei partiti popolari dell’Unione, il 79%, pari a 492 preferenze. L’ingegnere bavarese, dal 2014 il capogruppo del PPE al Parlamento europeo, aveva ottenuto negli scorsi mesi l’appoggio di Merkel, di tutti i capi di governo e della maggioranza del suo partito. Candidato alle scorse elezioni con l‘Unione Cristiano Sociale della Bavaria, di cui rappresenta l’ala più conservatrice, Weber nel corso della due giorni di Helsinki e in occasione del suo discorso di ringraziamento ha tratteggiato i caratteri principali del suo profilo di candidato: lotta a tutti i populismi in nome dell’europeismo e continuità con le politiche di rigore promosse in Germania e in Europa dai popolari.

Nel corso del dibattito a toni fin troppo spenti con il suo contendente finlandese, Weber ha voluto prima precisare la sua fedele adesione al modello di quella ‘economia sociale di mercato’ che dal dopoguerra caratterizza la dottrina economica dei partiti cristiano-democratici tedeschi  – richiamando l’attenzione sul tema della disoccupazione per PPE -, rivendicando allo stesso tempo il successo delle politiche di austerità con cui, anche a costo di sacrifici, l’Europa ha superato la crisi rimettendosi sulla strada della crescita. Il candidato alla Commissione si riconferma quindi tra i ‘falchi’ del rigore, ponendo il suo profilo in piena coerenza con l’approccio alla risoluzione e gestione della crisi dell’eurozona adottato dal governo Merkel e sposato dalla grande maggioranza dei partiti popolari aderenti al PPE. L’austerità ‘espansiva’ come cardine della politica economica dell’eurozona per i popolari è allo stesso tempo base di una crescita nel medio-lungo periodo e di ordine per uno sviluppo armonico degli Stati Membri su cui si regge una difesa dell’europeismo contro i populismi sovranisti: tema che ha costituito il principale leitmotiv degli interventi del congresso. Convitato di pietra a Helsinki è stato infatti il primo ministro ungherese Viktor Orbán e il suo partito Fidesz: presenza che ha creato e continua a creare non pochi malumori all’interno del PPE per via del suo profilo autoritario e ‘sovranista’, al punto che diverse forze politiche della famiglia popolare ne chiedono l’espulsione. 

Nel corso del suo intervento, l’attuale presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha elencato tutto ciò che non fa parte dei valori dei cristiano-democratici, includendo la limitazione della libertà di stampa e di parola o il richiamo a un populismo sovranista, sferrando i colpi più duri – e neanche troppo velati – al premier ungherese. Cauti e senza affondi diretti al ‘sovranismo’, al contrario, gli interventi di Weber, che godeva del sostegno in blocco di Fidesz e che ha ricevuto un pieno endorsement dallo stesso Orbán come uomo ‘che capisce quando è il momento della controversia e quando il tempo dell’unità’. In che modo lo Spitzenkandidat dei popolari europei alla Commissione riuscirà a rappresentare una forza politica che fa dell’europeismo la sua bandiera e che annovera fra i suoi ranghi esponenti di primo piano di quella parte ‘sovranista’ che mette al centro la rivendicazione del nazionalismo come valore, quali Orbán e il presidente austriaco Kurz? Quale il profilo del PPE alle prossime elezioni europee? Quali gli elementi di possibile continuità e discontinuità rispetto alla presidenza Juncker nel caso di una sua elezione a capo della Commissione europea? Lo abbiamo chiesto a Ubaldo Villani-Lubelli, ricercatore in Storia delle Istituzioni europee all’Università del Salento ed studioso del partito popolare europeo.

 

Quale il profilo e gli elementi caratterizzanti di Weber come candidato di punta del PPE alla presidenza della Commissione europea?

Manfred Weber si presenta sicuramente come un candidato in profonda discontinuità con Juncker, sia dal punto di vista anagrafico (Weber è relativamente giovane, avendo 47 anni) che di curriculum politico. Anche rispetto al suo contendente Stubb, Weber non può vantare esperienza politica come ex primo ministro né ha alle sue spalle incarichi di governo o istituzionali di alto profilo a livello nazionale ed europeo. A parte la sua esperienza come capogruppo dei popolari europei al Parlamento europeo, Weber non può essere considerato particolarmente scafato politicamente alla pari di un Juncker. Questo è un elemento a mio avviso da tenere in considerazione dal momento che le sue possibilità concrete di successo dipenderanno proprio dalla sua capacità di costruire alleanze multiple, sia in seno al Parlamento che al Consiglio, per vedersi assicurata la nomina a presidente della Commissione. Non dimentichiamoci infatti che la procedura dello Spitzenkandidat – secondo cui la forza politica che ottenga una maggioranza relativa all’interno del Parlamento proponga un suo candidato alla presidenza della Commissione – mantiene in ogni caso intatte le prerogative del Consiglio, il cui voto è in questo caso decisivo. Inoltre Weber si presenta come esponente della parte più conservatrice dei cristiano-democratici tedeschi: una fama questa che negli scorsi mesi, in vista dell’appuntamento di oggi, ha cercato di smorzare in tutti i modi, ma che rimane chiara e strategica. Infatti Weber, come da lui stesso dichiarato più volte, vuole essere un “costruttore di ponti”, un uomo della mediazione all’interno del PPE: in particolare tra le forze di stampo più moderate con quelle più “sovraniste” che all’interno del partito contano adesso numeri non indifferenti. Weber è riuscito a costruirsi consensi che vanno dalla Merkel a Orban, proprio perché si propone come l’uomo in grado di ricucire e costruire ponti fra queste due anime del PPE che neli ultimi anni sono entrate in un conflitto che rischiava di essere devastante per la tenuta del partito in vista delle elezioni.

In che modo si presenterà il PPE di Weber alle prossime elezioni? Prevarranno elementi di continuità nell’approccio ai problemi fondamentali ancora sul tavolo dei negoziati europei, dalle politiche fiscali alla gestione dell’immigrazione?

Direi che ci si potrà aspettare, con la vittoria di questo PPE, uno spostamento a destra del Parlamento europeo e – nel caso dovesse diventare presidente della Commissione – anche dell’organo esecutivo dell’Unione. Da questo punto di vista Weber potrebbe accentuare il carattere rigorista delle istituzioni europee, anche rispetto a un approccio a tratti più conciliante e flessibile adottato da Merkel. La questione a mio avviso più importante sarà comprendere in che modo Weber e il PPE vorranno costruirsi una maggioranza adeguata all’interno del Parlamento europeo: guardando maggiormente al liberali o ai conservatori. Da questa scelta dipenderà l’effettiva profilo del prossimo Parlamento e Commissione europea rispetto alle questioni che richiamava. Il ruolo di mediazione svolto da Weber all’interno del PPE con la componente più conservatrice e “sovranista” potrebbe far prospettare un dialogo più difficile con i liberal-democratici, ma chiaramente ancora è presto per poterlo dire.

In che modo Weber riuscirà a tenere insieme il richiamo all’europeismo, più volte richiamato nella due giorni di Helsinki, con la forze ‘sovraniste’ interne al PPE?

Credo che si debba chiarire un aspetto anche riguardo al dibattito italiano su sovranismi e populismi. Per le forze conservatrici che si considerano ‘sovraniste’ e appiattite tante volte nel calderone del “populismo” non esiste alcun messa in discussione dell’attuale disciplina fiscale e di bilancio delle regole europee: al contrario queste forze sono le principali sostenitrici del rigore, come si è visto anche recentemente a proposito del dibattito sullo sforamento del debito da parte del governo italiano. Queste forze sono “sovraniste” nel senso in cui le politiche europee possano piegarsi agli interessi nazionali: dal loro punto di vista il rigore è un principio irrinunciabile. Allo stesso tempo, le stesse forze sono più marcatamente nazionaliste quando si tratta di solidarietà europea sul versante della gestione dei flussi migratori. Ma non c’è contraddizione fra il loro “europeismo” quando si tratta di rispetto dei vincoli di bilancio europei e il loro “nazionalismo” quando si tratta di migranti: entrambi si riferiscono al perseguimento di interessi strategici a livello nazionale. Dovremmo quindi fare attenzione alle categorie di “europeismo” e “sovranismo”, senza farci intrappolare dalla retorica di chi usa quelle categorie. In questo senso Weber riesce benissimo a coniugare l’approccio rigorista – proseguendo e anzi rafforzando il richiamo all’austerità come approccio alla politica economica europea – con un “sovranismo” riferito in particolare alla gestione dei migranti e alle forme di solidarietà europea non volute dai governi conservatori della famiglia del PPE.

In vista del congresso del PPE erano tornate a levarsi voci dai partiti popolari più moderati e liberali per l’espulsione di Orban: a suo avviso con Weber si pone fine a questa discussione e si ricompatta il partito?

Assolutamente sì. Anche i malumori nei confronti di Orban non andavano sovrastimati: politicamente non sarebbe convenuto a nessuno privarsi di un partito come Fidesz, che comunque in Ungheria gode di ampio consenso e che quindi pesa molto nelle elezioni europee. Il problema era all’opposto individuare una figura che potesse ricomporre una frattura che rischiava di diventare pericolosa. Da questo congresso il PPE ne esce unito e rafforzato, con un profilo spostato decisamente più a destra e che potrebbe determinare plausibilmente uno corrispettivo spostamento a destra nelle istituzioni europee.

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