lunedì, Aprile 12

WBO: potere ai dipendenti

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La globalizzazione, il boom tecnologico, la pressione delle economie emergenti e infine la grande crisi scatenatasi nel 2008. Fenomeni che hanno travolto le dinamiche, gli equilibri tra capitale e lavoro, i rapporti sociali di produzione, le relazioni tra proprietà e dipendenti. La speculazione finanziaria ha soverchiato spesso le logiche industriali. Abbiamo assistito a migrazioni gigantesche e rapidissime di capitali che hanno lasciato nella desolazione ampi territori o intere nazioni. Le diseguaglianze sono aumentate ed è cresciuta la pressione sui diritti dei lavoratori.

Eppure, l’altra faccia della medaglia è che in questi anni si sono moltiplicati gli esempi di operazioni industriali e finanziarie che hanno visto i lavoratori stessi ergersi a padroni della propria azienda e del proprio destino. In gergo si chiamano ‘Workers buy out‘ (Wbo), ma, malgrado l’espressione ricordi il ‘Leverage buy out’ (acquisizioni a debito), hanno un valore, persino etico, molto più nobile. In sostanza, si tratta di aziende alla deriva, abbandonate dagli imprenditori e occupate dapprima a fini di lotta dai dipendenti che poi, però, le fanno ripartire con una scommessa, assumendosi il rischio di impresa. E’, in pratica, la transizione da un modello di proprietà e gestione privata a una gestione collettiva.

L’operazione Wbo di stampo cooperativo, in ogni caso, differisce delle altre tipologie di ‘buy out’ aziendali perché i promotori (gli addetti dell’impresa) costituiscono una new-coop e ottengono risorse finanziarie non per acquisire le quote di controllo della ‘target company’ e poi venire incorporati in quest’ultima (cosiddetta fusione inversa), ma per rilevare dalla target company il ramo d’azienda (o l’intera azienda) e integrarla in un processo di riorganizzazione o ristrutturazione all’interno della new-coop.
Il fenomeno dei Wbo riguarda soprattutto Pmi (una media di 30-40 dipendenti) e parte, in realtà, da lontano. Le esperienze più antiche arrivano dalle recessioni economiche sudamericane degli anni ’90 e dei primi anni Duemila. Nell’Argentina riemersa dalla grande crisi del 2001, ad esempio, le cosiddette Ert (‘Empresas Recuperadas por sul Trabajadores’) hanno riguardato oltre 300 casi con almeno 15mila posti di lavoro salvati. Il fenomeno si è diffuso anche in Brasile e Uruguay, ma poi vicende simili si sono estese in tutta Europa, basta citare i casi della Vio.Me in Grecia o di Fralib e la Fabrique du Sud in Francia.

In Italia, secondo il rapporto 2015 Euricse (l’Istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa e sociale), siamo ormai a oltre 250 casi di cooperative nate da operazioni di Workers buy out a partire dal 1979. E di queste, ecco la vera sfida, oltre 120 sono sopravvissute fino a fine 2014. Il boom, però, si è registrato proprio con l’arrivo della crisi: da 81 casi del 2007 ai 122, appunto, del 2014, con un’impennata del 50%. Siamo così di fronte ad aziende recuperate magari grazie ai risparmi o al Tfr dei dipendenti che ci hanno lavorato. Gli esperti di Euricse notano un discreto tasso di longevità delle fabbriche salvate: la vita media dei Wbo è di quasi 13 anni, poco meno rispetto ai 13,5 anni delle imprese italiane. Come detto, le esperienze di salvataggio collettivo delle aziende hanno fatto notizia anche nel Bel Paese. C’è ad esempio la storia della copisteria Zanardi di Padova, finita persino sul ‘New York Times. L’imprenditore Giorgio Zanardi si impiccò nel 2014 proprio nei locali dell’impresa perché assillato dai debiti. Appena pochi giorni prima, la società aveva chiesto un concordato liquidatorio. Ben 24 lavoratori su 110 decisero di rischiare in proprio e ristrutturarono l’azienda, creando una cooperativa. Nel primo anno, l’impresa ha registrato un fatturato da 2,5 milioni di euro.

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