venerdì, Maggio 7

Walter Koenig: 50 anni di 'Star Trek' L'attore, 79enne, ci parla di come serie quali 'Star Trek' e 'Babylon 5' possano essere un faro nei tempi bui

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Star Trek’ aveva una visione molto ottimista, presentava un mondo in cui tutta l’umanità era unita e in pace, e anche tra umani e alieni era possibile una collaborazione. Col tempo però la visione della fantascienza si è fatta sempre più pessimista. Pensa che la fantascienza debba essere ottimista come il primo ‘Star Trek’, o che debba adeguarsi ai tempi piuttosto bui che ci troviamo a vivere?

Penso che la fantascienza debba essere ottimista, per poterci dare un obiettivo verso cui tendere. Credo comunque che i nostri non siano tempi ottimistici. Forse sto esagerando, sto reagendo in modo eccessivo, ma non mi piace affatto la direzione che sta prendendo il mio Paese, gli Stati Uniti. Penso che servirebbe un faro per indicare come potremmo essere migliori di così. L’ignoranza della persona media è spaventosa. Proprio non capiscono: pensano che un personaggio come Trump sia divertente, si godono lo spettacolo, e ignorano le parole che dice, quello che rappresenta. Ovviamente non tutti, non la maggioranza, si spera, ma tra i Repubblicani sta trionfando, e sembra che siano veramente disposti a seguirlo, senza tenere conto delle conseguenze, perché pensano che gli darà potere. È un po’ quello che è avvenuto in Germania negli anni Trenta: arriva qualcuno che fa sentire potente la gente, che dà alle persone la sensazione di poter riprendere il controllo della propria vita, dà loro qualcuno da odiare, a cui affibbiare la colpa della loro condizione presente. Lo stiamo vedendo succedere di nuovo. Non dico che sia la replica dell’ascesa di Hitler, perlomeno non ancora. Ma stanno succedendo tante cose e, se guardiamo la foresta e non ci limitiamo a guardare gli alberi, l’impressione è inquietante.

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Siamo a cinquant’anni dall’esordio di ‘Star Trek’, e si parla ancora di nuovi film e nuove serie televisive. Noi ne siamo felicissimi ma, parlando in generale, non c’è al cinema e in TV un eccesso di remake e riedizioni, a scapito di temi che possano essere davvero innovativi?

L’industria del cinema è alimentata dal denaro, la domanda di fondo è sempre: ci farà guadagnare? Se ci capita una storia coinvolgente, dai risvolti umani, toccante e personale, e ha successo, allora siamo fortunati. Ma l’industria è costruita per spendere cento o duecento milioni di dollari e ottenere qualcosa che sia spettacolare, impressioni il mondo intero e giustifichi una spesa di quelle dimensioni. In generale, non è possibile fare un film del genere senza rinunciare a qualcosa, e di solito ciò a cui si rinuncia è una storia davvero personale, davvero umana. Al suo posto si mettono la computer grafica, le esplosioni, gli effetti visivi. In questo modo ci si appella al minimo comune denominatore di ciascuno, non al suo intelletto. Tanto più denaro viene pompato negli effetti visivi, tantomeno si spingono le persone a chiedersi cosa sia meglio, quali siano le conseguenze che possono derivare se si imbocca la strada sbagliata. Questo è il problema. Ovviamente sto generalizzando. L’anno scorso ho visto almeno tre film molto belli realizzati negli USA: ‘Room’, ‘Brooklyn’, ’99 Homes’, tutte opere che parlano della condizione umana, e che ti danno un motivo per credere che la razza umana meriti di essere salvata.

 

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