venerdì, Aprile 16

Voyeur: fotografie e vita Intervista a Flavio Caroli sul suo recente romanzo relativo ad un fotografo professionista

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Il libro Voyeur. I segreti di uno sguardo, terzo romanzo dello storico dell’arte Flavio Caroli, è stato presentato sabato 16 agosto scorso all’Alexander Girardi Hall di Cortina d’Ampezzo, nell’ambito della manifestazione ‘Una montagna di Libri. Incontri con l’autore’, giunta ormai alla decima edizione.

Questo volume affronta un tema particolarmente caro allo studioso: le figure e lo sguardo sulle immagini. Caroli sceglie di descrivere la vita di un fotografo professionista, Fabrizio, che fissa, per sempre, ricordi e immagini, sia positivi che negativi, dei vari personaggi che lo circondano e dei molti paesi che attraversa nei suoi viaggi per osservare e capire il mondo che lo circonda. Durante la sua esistenza egli ha svolto numerosi servizi fotografici in situazioni sia serene sia tormentate e dolorose, come i reportage di guerra. Ripensando a tutti i contesti nei quali ha dovuto lavorare come fotografo, tenta di svelare il mistero racchiuso da tali immagini, mediante le quali ha reso immortali un numero altissimo di figure belle e sensuali, ma anche quelle rese tragiche dalla guerra in corso in alcuni dei numerosi paesi che ha visitato. I suoi scatti racchiudono un ventaglio di emozioni e di situazioni molto diverse tra loro: dall’amore alla distruzione causata dalla guerra che egli osserva e documenta nei luoghi di tutto il mondo, interessati dai tragici conflitti che si sono verificati negli ultimi cinquant’anni.

L’osservazione delle immagini e delle varie realtà diventa quindi il suo ‘sguardo’ sul mondo e la sua maniera di leggerlo. L’interpretazione dell’universo passa attraverso il suo sguardo da professionista che, nel corso della sua esistenza, diventa una caratteristica molto importante e precisa per leggere le cose che vi sono racchiuse e che ne fanno parte. Il fotografo sembra in un primo momento convincersi che il significato più profondo della realtà si trovi nella forma delle cose e che questa possa essere fissata, per sempre, attraverso le immagini scattate. Giunto però in età avanzata, il protagonista del romanzo si rende conto che esiste anche un’altra verità e che questa permette una visione più precisa e complessa del mondo. In questo modo ogni immagine può essere reinterpretata sotto una nuova luce. Lo sguardo assume una nuova capacità, grazie alla quale poter apprezzare, in modo più profondo, le figure, godendo di una consapevolezza non conosciuta in precedenza, e che raggiunge il suo culmine nel momento che precede la sua morte. Nel libro, insomma, si indagano le motivazioni che sono alla base dell’interesse nutrito dal nostro intelletto nei confronti delle immagini, siano esse terribili o felici, e del loro potere di influenzare la percezione della realtà, ma allo stesso tempo anche la funzione dello sguardo nella concezione di questa stessa.

Voyeur. I segreti di uno sguardo’ è anche un romanzo su come la fotografia riesca a influenzare la concezione che si ha del mondo che ci circonda, e ci consenta di cogliere il senso inaspettato della bellezza e della verità.

Ne abbiamo parlato con l’autore Flavio Caroli, ordinario di Storia dell’Arte Moderna al Politecnico di Milano,scrittore e ospite fisso della trasmissione di Rai3 ‘Che tempo che fa’.

 

Come mai la scelta di un romanzo che ha per protagonista un fotografo in giro per il mondo?

Perché si tratta del protagonista del visibile, che è in sostanza il tema di tutta la mia vita, e poi naturalmente perché più in concreto c’è questo fotografo amico mio, Romano Cagnoni, che per quarant’anni mi ha raccontato le guerre che ha fotografato, ma poi il tema è più ampio, quello dello sguardo, che ho trattato lungo tutta la mia esistenza.

 

Ci sono state ultimamente mostre di fotografia di grande successo di pubblico, anche non specialista, quali per esempio Salgado e Mc Curry: quanto questo può aver influenzato la scelta del tema del suo libro?

Nulla, proprio nulla, il mio tema era stato deciso già da molto tempo. Ho conosciuto Romano Cagnoni quaranta anni fa e per tutto questo tempo lui mi ha raccontato le esperienze che ha vissuto; e poi c’è il tema dello sguardo, che è il primo rapporto, oserei dire filosofico, che abbiamo col mondo, il primo strumento per capire il mondo tramite la forma: ma la conclusione del mio romanzo ribalta tutto questo, perché probabilmente la verità sta nell’informe o nel caos. E questo è uno dei temi che coltivo da sempre.

 

Come ha reagito alla notizia della recente tragica fine del fotoreporter italiano a Gaza, anche in relazione al protagonista del suo libro?

Naturalmente mi ha colpito, mi ha colpito profondamente, e sono rimasto stupito. Guardi, proprio all’uscita del libro, ci fu quel fotografo americano ferito gravemente a Bangkok, e il mio protagonista muore proprio a Bangkok, e poi sono morti gli operatori delle televisioni, e ora questo fotografo: mi stupisce che si stia verificando quello che io ho supposto nel libro, dal rapporto con il visibile alla vittoria, forse, del caos, tutto trova ora riscontro anche nella realtà.

 

Nelle sue opere letterarie Lei parla molto di volti e di sguardo, sia attraverso i saggi di storia dell’arte che nei romanzi. Come mai questa predilezione?

Ciò riguarda i miei studi in quanto storico dell’arte, come si sa, ho cominciato fin dai tempi della laurea, e addirittura anche prima, decisi, anzi capii, che punto fondamentale del pensiero in figura dell’arte occidentale era il viaggio interiore, il cammino verso l’interiorità della cultura occidentale, a differenza di tutte le altre culture figurative sorte su questo pianeta: da ciò il libro ‘Storia della fisiognomica’, la mostra ‘L’anima e il volto’, e ora a settembre esce il mio Meridiano non per nulla intitolato ‘Anime e volti’. Per tutta la vita ho studiato questo tema, che ha un suo svolgimento nella storia dell’arte, ma ho ritenuto inevitabile narrarlo anche nel racconto della vita. Io lo dico e lo scrivo sempre: ciò che non può essere teorizzato, deve essere raccontato; la parte letteraria è l’integrazione inevitabile della parte scientifica del mio lavoro.

 

Quale differenza c’è tra lo sguardo diretto sulle cose e quello mediato dall’obiettivo fotografico?

O addirittura quello mediato dal lavoro degli artisti…Io ho sempre visto il mondo con gli occhi degli artisti, ma mentre avveniva tutto questo, poi c’era la vita vera, quella ricca, bella, che mi passava accanto. C’è da un lato la vita reale, e dall’altro quella mediata: l’altra mattina, prima di una presentazione a Madonna di Campiglio, c’era un cielo azzurro bellissimo, e l’ho comparato con quello del polittico di van Eyck a Gand: si tratta di due cieli meravigliosi, uno reale e l’altro già rappresentato, e lo strumento che io, come ognuno di noi, ho in mano per descriverlo sono le parole; si tratta di far sì che le parole riescano a catturare questa bellezza che è nella realtà, così come nella rappresentazione della stessa.

 

Per Lei qual è il valore dello sguardo come indagatore della realtà o esploratore dell’anima?

È un valore fondamentale, addirittura primario, è il rapporto che abbiamo con il mondo: non a caso si dice ‘venire alla luce’, la prima cosa che ci capita è guardare il mondo e lo sguardo è il primo strumento che abbiamo per giudicare le cose, le persone, i paesaggi, ecc.; è il rapporto primario che abbiamo con le cose intorno.

 

Lei descrive attraverso Fabrizio, il protagonista del libro, l’orrore delle guerre dell’ultimo mezzo secolo. È un mezzo per raggiungere una sapienza di vita?

No, assolutamente no, tanto più che Fabrizio soltanto negli ultimi secondi di vita forse riesce a incontrare una realtà che è nell’informe, nel caos (e in questa parola non c’è nulla di male, esiste un’autorevole teoria scientifica detta appunto ‘teoria del caos’), o come dico io il ‘meraviglioso capriccio della realtà’: quindi non c’è saggezza, anzi da ultimo proprio forse c’è una estrema verità.

 

Che ruolo ha, secondo Lei, la fotografia nella conoscenza della realtà, o della verità?

Ha il ruolo di tutti gli strumenti di rappresentazione, di espressione e comprensione della realtà; è il solo strumento che hanno gli uomini, insieme a quelli della pittura, della parola, della letteratura. Insomma, c’è il mistero della realtà e ci sono gli strumenti per cercare di penetrarlo, anche solo in minima parte.

 

Ci sono motivazioni particolari per la Sua scelta di scrivere ora saggi ora romanzi?

No, non ci sono motivazioni particolari, il mio lavoro prioritario è quello di indagare: ho scritto tre libri, cataloghi di grandi mostre, più di trentacinque saggi in quell’ambito, sta per uscire il mio Meridiano, ma non basta soltanto la teorizzazione; ci vuole anche la narrazione, cioè il rapporto diretto con la realtà, ovvero l’altra faccia della medaglia, che completa l’intero.

 

Crede che queste presentazioni di libri a cui è chiamato, come altri autori, servano ad avvicinare il pubblico italiano alla lettura?

Sì, senza dubbio: a Madonna di Campiglio, dove sono stato di recente, c’erano trecento persone e più, tre minuti di applausi per me e per l’attore che ha letto, questa non è un’impressione, ma è un fatto concreto, e dimostra che c’è un amore delle persone per queste cose.

 

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