domenica, Maggio 16

Volkswagen spezza il mito dell'infallibilità tedesca Al di là di come la vicenda potrebbe modificare le priorità di Berlino, il danno d'immagine è innegabile

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Quest’ultimo punto rappresenta un terreno di forte sconto nei rapporti tedesco-statunitensi. Le politiche di austerity preoccupano molto gli Stati Uniti perché rischiano di tarpare le ali alla ripresa globale. Questo disappunto al di là dell’Atlantico traspariva già due anni fa dalla lettura in filigrana del rapporto del Tesoro americano sull’economia internazionale del novembre 2013, che attaccava frontalmente il modello di crescita tedesco, colpevole di spingere l’Eurozona nella deflazione. “I rapporti diplomatici tra Germania e Stati Uniti sono attualmente pessimi, mai così in basso dal dopoguerra. Per dirla con il sociologo Thorstein Veblen si tratta di una ‘atmosfera culturale’: il fatto, ad esempio, che la signora Merkel abbia scelto di denunciare pubblicamente da Pechino (durante una visita nel luglio del 2014, ndr) di essere stata intercettata dall’intelligence americana, la dice lunga sull’odierno contesto di relazioni tra Berlino e Washington”, afferma Giulio Sapelli, docente di Storia economica all’Università degli Studi di Milano. “Oggi la Germania ha una vocazione stand-alone: ha dimenticato cioè l’insegnamento di Bismarck, secondo il quale non bisogna avere nemici né a Oriente né a Occidente. A Est ha buoni rapporti con la Federazione Russa, le cui relazioni con l’Europa sono però instabili a causa delle recenti sanzioni, e a Ovest non va d’accordo con gli Stati Uniti”, prosegue Sapelli, secondo il quale alla base degli attriti tra le due sponde dell’Atlantico c’è proprio l’insofferenza di Washington verso il paradigma di austerità economica voluto dal Governo tedesco.

L’America non vuole il contagio della politica deflazionistica di Berlino – e dunque dell’Europa – nel resto del mondo. La Germania sembra aver dimenticato la lezione di Alvin Hansen, contemporaneo di Keynes, che aveva formulato la tesi della ‘stagnazione secolare’ per descrivere la depressione economica perdurante che continuava ad affliggere gli Stati Uniti negli anni Trenta, recentemente rilanciata dall’economista Larry Summers. È vero che in tutto il mondo la crisi è stata affrontata adottando politiche espansive, ma il fatto che proprio il Vecchio continente non segua la stessa linea rischia di renderle sostanzialmente inefficaci. Gli Stati Uniti temono questo scenario e per questo criticano le politiche d’austerity di Berlino”, conclude Sapelli.

C’è chi si domanda se la vicenda Dieselgate potrebbe avere effetti sui negoziati per ampliare l’area di libero scambio tra Europa e America attraverso il Trattato Transatlantico. “Oggi le relazioni commerciali globali sono regolate dal sistema dal WTO”, ricorda Giorgio Sacerdoti, professore di Diritto internazionale, europeo e del commercio internazionale all’università Bocconi di Milano, “Negli ultimi dieci anni sono stati promossi diversi accordi bilaterali e regionali tra Paesi industrializzati per superare questo sistema di regole ‘uguali per tutti’ e armonizzare le legislazioni sul commercio internazionale tra aree specifiche. Gli Stati Uniti stanno negoziando un accordo analogo al TTIP con altri undici Paesi dell’area pacifica e asiatica ad esclusione della Cina (il Trattato Trans-Pacifico, TPPA, ndr) e negoziati simili sono in corso anche tra Europa e Canada.” A chi denuncia una scarsa trasparenza sulle trattative in corso, Sacerdoti replica: “Le trattative in vista di accordi internazionali si svolgono sempre nel massimo riserbo: nessuno Stato accetterebbe mai di mettere in piazza i propri interessi e le proprie richieste. In questo senso, le negoziazioni sul Trattato godono già di una certa trasparenza: la Commissione europea ha pubblicato il mandato a negoziare a firma del Consiglio e periodicamente pubblica degli aggiornamenti, ma non possiamo aspettarci che siano resi noti tutti i dettagli”.

In merito al coro di voci contrarie che la questione TTIP ha sollevato in Germania, lo studioso precisa: “Nel dibattito pubblico tedesco hanno molto spazio le posizioni dei Verdi e una certa ala dei Socialdemocratici, la cui visione della realtà economica è contraria alla conclusione dell’accordo. Per quanto riguarda il governo federale, occorre distinguere: Berlino è senz’altro favorevole all’ampliamento dell’area di commercio euroatlantica, viste le opportunità che offre per l’export nazionale; c’è invece qualche perplessità sull’ISDS, il meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e Stati, che prevede per le aziende che si sentano danneggiate la possibilità di convenire  i governi di fronte ad un collegio arbitrale. Su questo punto, nel Paese si sono levati molti pareri contrari.” Infine, lo scandalo Volkswagen: “Questa vicenda mette in luce che anche all’interno di grandi aziende apparentemente ligie alle regole e alla trasparenza il ricorso alle frodi per tagliare i costi o amentare i profitti non è inusuale, purtroppo”, commenta amaramente Sacerdoti.

 

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