martedì, Agosto 3

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Bangkok – L’Indonesia vive una fase nella quale sta provando di tutto per restare a galla, nel bel mezzo del guado dettato dalla crisi economica che attualmente l’attanaglia. La fiducia dei consumatori continua a calare, gli Investimenti Diretti Stranieri ristagnano oppure cominciano sempre più a dirigersi verso altre Nazioni. Nel suo ruolo di maggior esportatore di merci e materie prime dell’area asiatica, l’Indonesia sta subendo colpi pesanti in economia anche grazie al calo dei prezzi di alcune tra le merci più esportate, senza dimenticare di annotare che si aggiunge a tutto questo -in negativo- anche l’effetto alone dovuto alla contestuale crisi cinese, che nel caso dell’Indonesia pesa ancor più che per altri competitor d’area, in quanto la Cina è la destinataria di almeno il 10 per cento dei prodotti esportati dall’Indonesia.

La moneta nazionale indonesiana -la Rupia Indonesiana- s’è svalutata del 5,1 per cento dalla fine di luglio, mentre l’Indice Composito di Jakarta è crollato del 16 per cento nei soli tre mesi trascorsi. In un recente report emesso dalla Singapore’s Oversea-Chinese Banking Corp, i fondi esteri hanno di fatto sottratto 467 milioni di Dollari USA quest’anno dal mercato azionario, una discesa parecchio significativa rispetto a un flusso in ingresso netto di 3,8 milioni di Dollari USA nel 2014.

Standard & Poor afferma che in questo momento l’Indonesia è più vulnerabile al fluttuare dei capitali rispetto al vicino asiatico malesiano, che pure sta affrontando problemi di non lieve entità derivanti dalla crisi d’area e globale. Secondo gli esperti della Standard & Poor, in Malesia il mercato locale dei capitali è più radicato, così vi è una minore dipendenza nei confronti dei capitali stranieri tra società e banche nazionali atte a trovare fondi propri.

Contattati da Bloomberg, alcuni esperti di economia e finanza hanno affermato che l’Indonesia oggi è ancor più vulnerabile ad eventuali slittamenti nei flussi in ingresso o in uscita dei capitali, e c’è una preoccupazione in aumento nei riguardi delle riserve connesse agli scambi esteri. Le riserve estere indonesiane, infatti, sono più modeste rispetto a quelle della Malesia, e c’è preoccupazione ora anche sulla decisione delle Autorità monetarie indonesiane, che hanno affermato di voler spendere molto denaro proprio per stabilizzare la volatilità monetaria.

Esperti della DBS Bank di Singapore affermano che nel mese di giugno c’è stato lavoro molto intenso e gravoso vista la sfida rappresentata dai mercati emergenti, rispetto ai quali è difficile mantenere alti livelli di competitività; non a caso al giorno d’oggi essi appaiono molto più graditi e attraenti agli occhi degli investitori stranieri. Anche Nikkei Asian Review si accoda nei pareri generalmente poco ottimisti, sottolineando che tra le maggiori debolezze dell’Indonesia vi è proprio il quadro complessivo dei fondamentali economici che contribuiscono a disegnare uno scenario di generale fragilità.

Il saldo delle partite correnti del Paese è in rosso e vi è anche un deficit di bilancio, che spinge i capitali stranieri a cercare una via di uscita per abbandonare l’Indonesia. Il denaro originariamente giungeva in Indonesia -fanno notare gli esperti- sulla base delle speranze connesse al fatto che la quarta popolazione mondiale -circa 250 milioni di abitanti- potesse spingere verso l’alto il processo di crescita generale grazie ad un potenziale aumento dei propri consumi. Contestualmente l’Amministrazione di Joko Widodo, il Presidente, ha deciso di porre qualche misura in difesa dell’economia nazionale proprio per proteggere la produzione interna e i consumi delle famiglie indonesiane. Ma tutto ciò si contrappone alla idea corrente per la quale l’Indonesia a lungo -in tempi recenti- s’è imposta sulle piazze internazionali come uno dei maggiori competitor proprio per la sua capacità di esportare merci e materie prime e non certo per il livello del fabbisogno interno.

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