mercoledì, Settembre 29

VoiceBoxer, a ognuno la sua lingua field_506ffbaa4a8d4

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Innanzitutto com’è nata l’idea di Voiceboxer? L’esigenza di questo tipo di servizio esisteva già o l’avete creata voi?

VoiceBoxer nasce dall’esperienza diretta di Sergio, che ha lavorato per più di dieci anni in una grossa società di traduzione e interpretariato a New York. In questo periodo Sergio ha avuto modo di notare che quando venivano richiesti servizi per grandi eventi con molte nazionalità coinvolte alla fine i soli progetti che andavano in porto erano quelli con i budget alti. Questo perché fare una conferenza in cui devi sostenere il costo degli interpreti, dei tecnici del suono, delle cabine, delle attrezzature richiede un grande dispendio di risorse. Senza contare che bisogna far volare tutti nello stesso luogo, pagare alberghi e così via. VoiceBoxer nasce proprio dall’idea di rimuovere tutto quello che si può senza intaccare la qualità e lasciare solo il cuore dell’evento, sfruttando le potenzialità che oggi internet offre. In questo modo andiamo a coprire tutta quella fascia di aziende che a oggi non posso permettersi i servizi tradizionali di interpretariato.

I campi d’applicazione sembrano praticamente illimitati. Ci puoi fare un esempio in cui i vantaggi per un’azienda fanno davvero la differenza?

A livello di risparmio di costi posso citarti il caso di un nostro cliente multinazionale americana, che ovviamente ha una filiera molto vasta con fornitori in tutto il mondo. Ecco, si sono ritrovati a fare un corso di aggiornamento per tutti i lavoratori della loro rete su questioni inerenti all’anticorruzione: prima di utilizzare VoiceBoxer queste sessioni erano tenute dai loro legali che si spostavano per mezzo mondo e comunicavano in inglese, con tutti i rischi di fraintendimenti su una tematica peraltro molto delicata. Oggi invece con un’unica sessione possono coprire tutte le lingue di cui hanno bisogno e sono arrivati a dieci traduzioni in simultanea.

Si pensava che l’inglese avesse ormai connesso tutti, ma forse in tempi di globalizzazione totale non basta più?

In effetti l’inglese non è per niente sufficiente per far parlare il mondo. L’inglese è sì più diffuso, ma non al punto da poter fare business in ogni caso e con serenità. E poi ci sono tante aziende e tanti enti internazionali che hanno come tema prioritario nelle loro agende l’inclusione di tutte le diversità interne. In questi contesti l’anglofonia diventa una sorta di imposizione.

Da quali parti del mondo viene la maggiore richiesta di questo tipo di personalizzazione linguistica?

Ancora non copriamo con sistematicità tutto il mondo, anche se abbiamo già trasmesso i nostri eventi in tutti i Continenti, tranne l’Antartide. Comunque, in attesa di penetrare in profondità in tutti i mercati, le combinazioni linguistiche su cui lavoriamo di più sono inglese-spagnolo e inglese-francese, anche per il fatto che c’è una grande richiesta di includere Sud America e alcune parti dell’Africa.

A livello di costi, oltre al mantenimento della piattaforma, penso che le maggiori uscite stiano per voi nel costo degli interpreti in tempo reale… Fino a quanti interpreti in simultanea potete spingervi, mantenendo un prezzo competitivo?

In realtà possiamo sostenere un numero illimitato di interpreti perché il cliente paga seguendo lo schema ora/lingua, ovvero se fai un webinar in italiano della durata di un’ora chiedendo la traduzione simultanea in tre lingue, vai a pagare tre ore di un servizio che ha una tariffa oraria fissa. Dunque è la natura stessa di VoiceBoxer che spinge a moltiplicare sì le lingue per ottenere il massimo coinvolgimento geografico ma contemporaneamente a restringere la durata degli eventi. E difatti non abbiamo mai avuto connessioni più lunghe di un’ora. Ci focalizziamo molto bene in una fascia tra i venti e i quaranta minuti.

A proposito di interpreti, oramai molte società investono nell’automazione linguistica e forse in futuro le traduzioni delle intelligenze artificiali raggiungeranno un buon livello qualitativo. Quanto siamo lontani da quel traguardo secondo te? Oppure pensi che servizi come il vostro conserveranno intatto il valore aggiunto dato dalla mente umana sempre e comunque?

Le traduzioni scritte mediante intelligenza artificiale stanno oggi facendo dei passi da gigante, ma non sono ancora in grado di offrire una grande affidabilità; invece nella traduzione orale siamo ancora ben lontani dalla qualità di un operatore umano. Esistono servizi che fanno riconoscimento vocale e fanno una trascrizione, poi traducono il testo e lo fanno leggere a una macchina: si vede che abbiamo ben tre passaggi in cui si può generare un errore; poi si tratta di un interpretariato consecutivo e non simultaneo, che soprattutto non trasmette le emozioni, i modi di dire. Ci sono tutta una serie di nuances linguistiche che vengono perse nel tragitto.

Avete fondato VoiceBoxer in Danimarca. Quali opportunità fiscali o altro avete trovato per avviare un’attività del genere, innovativa e interamente web-based?

Sicuramente in Danimarca è molto semplice aprire una società, a partire da una burocrazia molto snella ai primi posti in tutte le classifiche dedicate. Dal punto di vista fiscale non ci sono grosse facilitazioni e anzi il carico fiscale è persino più pesante di quello italiano, ma la cornice in cui fare impresa è eccezionale: i canali per ottenere finanziamenti sono numerosi e la stessa VoiceBoxer gode del contributo di business angels, oltre ad aver vinto un finanziamento statale a fondo perduto dedicato alle start up innovative. E pubblico è anche il programma “Copenhagen talent bridge”, dedicato ad aspiranti imprenditori stranieri. Inoltre operiamo all’interno di una struttura di coworking, una modalità di lavoro ormai rodata in Scandinavia.

Il pensiero finale è per la tua Italia. Al di là delle possibili ragioni personali che ti hanno portato al Nord, pensi che VoiceBoxer avrebbe avuto le stesse probabilità di successo da noi o il tuo è un altro caso di legittima fuga di cervelli verso un Paese imprenditorialmente più vivace?

Non ho una grande esperienza imprenditoriale in Italia, però mi sembra di capire che ci siano molto movimento e molto fermento a livello di idee. Non sarei così pessimista in generale, ma ad esempio nel nostro settore avrebbero pesato carenze infrastrutturali specifiche. Infatti nel momento in cui offriamo il servizio dobbiamo assicurarci che i nostri fornitori, cioè gli interpreti, abbiano delle buone connessioni Internet. Purtroppo per l’Italia è successo di dover rinunciare alla collaborazione di un interprete proprio per la scarsa qualità della connessione. E sto parlando del servizio erogato in un comune lombardo appena fuori dall’hinterland milanese.

 

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