mercoledì, Maggio 25

Voglia di elezioni: ira (di Mattarella e Draghi) e interruzioni (di produzione) M5S e Lega per frenare l'emorragia di consensi vorrebbero andare subito al voto; Quirinale e Chigi irritati con Conte, che fa infuriare anche Letta; la legge elettorale nelle sabbie mobili degli interessi dei segretari di partito; produzione e PIL in contrazione, con ipotesi di recessione (tecnica) per il 2023, causa guerra in Ucraina

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E’ deprimente, nelle ore in cui tutto il mondo esprime orrore per i massacri e le fosse comuni a Bucha, dover prendere atto della miopia e della pochezza di buona parte della classe politica italiana. Quello che accade è la ripetizione di quello che Vladimir Putin ha fatto in Cecenia e in Siria: stessi bombardamenti indiscriminati; stesse esecuzioni sommarie; stesse fosse comuni.
Bene (si fa per dire): al di là delle condanne di rito, la vera preoccupazione che si coglie nelle mezze frasi dette a mezza voce dei Matteo Salvini e dei Giuseppe Conte è trovare il modo di andare alle elezioni anticipate, perché questo corrisponde a un duplice obiettivo: fermare il crollo di consensi dei loro partiti (unanimi, al riguardo, i risultati dei sondaggi); e sbarazzarsi di Mario Draghi. Perché si è ben compreso che i due Presidenti (Sergio Mattarella e Draghi appunto), sempre più sono percepiti da un’opinione pubblica sfiduciata e sfibrata, come i soli punti di riferimento affidabili.

Il Governo giorni fa ha incassato al Senato 214 sì (contro 35 no) alla fiducia sul decreto legge per fronteggiare la crisi ucraina. L’opposizione è stata incarnata da Fratelli d’Italia e dal presidente della commissione esteri, il grillino Vito Petrocelli. Detta così, non ci dovrebbe essere problema. Invece no. Per quello che riguarda il voto di fiducia, Draghi e Mattarella, consapevoli della situazione delicata, hanno concertato la mossa in piena intesa, e proprio per parare i ‘maldipancia’ del M5S: consapevoli dei rischi di ulteriori sfilacciamenti della maggioranza.
Un tampone. Il Quirinale non fa mistero di non aver per nulla gradito gli exploit di Conte, e la freddezza di palazzo Chigi è nota; il gioco di Conte, nonostante le smentite ufficiali, è scoperto: fragile all’interno del suo stesso movimento, nonostante il risultato positivo di un referendum interno che l’ha confermato leader, Conte accarezza il disegno di portare il Paese alle elezioni al più presto: inizio estate, o autunno; tentativo estremo di bloccare l’emorragia di consensi. In questo potrebbe trovare un alleato: quel Matteo Salvini che da settimane non riesce a toccare palla. Calcoli e disegni che trovano nel Quirinale (è pur sempre il presidente della Repubblica che deve sciogliere le Camere), la più ferma opposizione. Il pensiero di Mattarella si può così sintetizzare: con i venti di guerra alle porte è fuori discussione che si possa andare al voto.
Con il Quirinale e palazzo Chigi si schiera, senza esitazione, il segretario del Partito Democratico, Enrico Letta; anche lui furibondo per le intemerate contiane. Una irritazione silenziosa, ma che si taglia a fette; Letta si è limitato a una significativa battuta, quando Conte ha pensato bene di chiedere udienza a Mattarella: «Mi sono morso la lingua tutto il giorno per non dire quanto sono indignato per questo metodo. Hai messo a rischio il governo!». Letta non nasconde la sua preoccupazione sulle insistenti voci di una alleanza di fatto tra Lega-M5S; la contromossa: una maggiore intesa con Luigi Di Maio, che notoriamente vede Conte come fumo negli occhi. E tuttavia, l’agognatocampo largodi Letta si restringe alquanto.
Il M5S sembra tentato di procedere se non per conto proprio, con marcata autonomia. E chi altri, in questo campo? Quello che resta della pattuglia dei fuoriusciti con Pierluigi Bersani? Poco. Restano Carlo Calenda e Matteo Renzi. Qui il terreno rischia di trasformarsi in una palude o addirittura una sabbia mobile…

Molto dipenderà da una questione di cui non si parla, ma che esiste: la riforma della legge elettorale. Emanuele Fiano, capogruppo del PD in commissione Affari costituzionali alla Camera, sostiene che «bisogna partire da un presupposto: l’attuale legge elettorale ha mostrato tutti i suoi limiti, in questa legislatura abbiamo visto avvicendarsi tre governi con tre maggioranze diverse». Dunque? «Serve una legge che coniughi rappresentanza e governabilità, restituendo potere all’elettore e permettendo che le alleanze si formino in Parlamento. Senza costringere nessuno dei cartelli elettorali destinati a sfasciarsi il giorno dopo il voto», dice Andrea Romano, portavoce dell’area PD di Base riformista.
Traduzione: superare l’attuale leggeRosatellumper un ibrido, che concili maggioritario e proporzionale. A parte il merito, per procedere occorre necessariamente trovare un’intesa con il centro-destra. Problema non da poco.
Secondo i sondaggi Fratelli d’Italia è il primo partito; Giorgia Meloni non ha interesse a rompere lo schema di una coalizione sulla carta vincente, e dove sarebbe lei a primeggiare. Salvini potrebbe essere interessato a cambiare le regole del gioco; ma questo provocherebbe la reazione del partito di Meloni ed essere una mossa controproducente, portare ulteriore acqua al mulino di Fratelli d’Italia. Difficile, insomma, trovare una quadra. Non è escluso che dopo molto ciarlare, tutto resti com’è. Per inciso: sarebbero i segretari dei partiti a compilare le liste e di fatto ‘nominare’ i futuri eletti. Un privilegio di cui difficilmente vorranno privarsi.

Nel frattempo accade che «nello scenario migliore avremo un PIL 2022 dimezzato, e all’1,6 per cento nel 2023 con due trimestri di recessione tecnica. In quello peggiore, nel 2023, saremo in recessione conclamata», avverte il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.
Alessandro Fontana, direttore del Centro Studi Confindustria, parla di shock ‘asimmetrico’: colpisce l’Europa più di altre aree (-1,5 per cento di PIL contro il -1 per cento globale); al suo interno, investe i settori a utilizzo più intenso di energia: metallurgia, chimica, ceramica, vetro e carta. Una rilevazione a tutto campo fra gli imprenditori mostra che il 16 per cento delle aziende ha già ridotto la produzione, e il 30 per cento fa sapere di poter continuare al massimo per tre mesi prima di incappare insostanziali interruzioni’.
Piaccia o no, questa è la situazione, questi i fatti.

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