mercoledì, Settembre 22

Vittorio Storaro, Maestro Cinematographer

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La luce. Inevitabile l’ accostamento al Caravaggio, artista a lui caro e che il cinematographer ha studiato a lungo. E chi meglio di uno studioso come Antonio Natali, già Direttore degli Uffizi, poteva  dialogare con lui sul  tema? C’ è anche l’illustre studioso sul palco dell’anfiteatro romano di Fiesole a raccontarci il ‘suo’ Michelangelo Merisi,  definito un ottimo direttore della fotografia,  artefice  di quella Luce  che non viene dalla  finestra  ma viene dalla Grazia e dalla fede. Ed è lo stesso Dio. Il riferimento  è  ad un’opera icastica come La vocazione di Matteo,  che si trova in  S.Luigi dei Francesi, a Roma. Anche nelle altre sue opere, come nella Cena in Emmaus (alla National Gallery di Londra)  la luce che illumina il pane che si spezza,  è la luce della Grazia. “L’artista agisce all’interno del canoni dettati dalla Controriforma ma  le scena che mostra è più popolare di quella idea curiale avrebbe dovuto ispirarsi. E’ invece  il frutto della sua visione e della sua creatività.  Secondo Storaro, Caravaggio all’inizio si serve della luce naturale, che non dà  però drammaticità alle figure rappresentate, poi passa ai bracieri, che gli consentono di lavorare tutta la notte. Lui giostra con le luci come in un set teatrale. La luce artificiale gli  consente di dipingere quando vuole. La sua luce plasma la scena come in un set teatrale.  Lui non ripete la realtà. La inventa, ma l’importante è che sia credibile. E’ il primo ‘cineasta’ della storia”. Quanto all’ uso di diverse tonalità di colore nella  cinematografia di Storaro, è  lui stesso a ricordarci come uno dei  film in cui quest’idea è più avvertibile, è il film L’ultimo Imperatore  (terzo Oscar) in cui ogni personaggio è contraddistinto di una diversa tonalità di colore, per meglio sottolinearne  psicologia e attitudini.

In un dialogo così’ fitto e articolato  inevitabile  la domanda  su quanto cambieranno il cinema (e non solo) con le nuove tecnologie. E’ il tema sollevato  dal regista teatrale Giancarlo Cauteruccio, uno dei primi ad impiegare il laser,  con  la sua Compagnia Teatrale Krypton.  “E’ il mezzo che cambia – dice Storaro –  ma non il concetto che sta alla base dell’uso della luce nella  fotografia. Io stesso, lavorando con mia figlia Francesca, architetto, ad un progetto di  illuminazione dei Fori Imperiali nell’area archeologica più centrale di Roma, ho adottato il  sistema delle lampade a Led, che dà calore e colore al soggetto illuminato”. Anche quella di Storaro, dunque, è una visione da autore, da grande Maestro del cinema: è il giudizio espresso dai critici cinematografici, rappresentati da  Gabriele Rizza, direttore del Premio Fiesole.

Un giudizio tardivo, che colma la colpevole lacuna della critica cinematografica di questi anni, che nei vari Festival  ha premiato registi, musicisti e sceneggiatori, ignorando i  Maestri della fotografia. Da ora non dovrà essere più così. Dopo il Premio Storaro è volato a New York  per iniziare le riprese del nuovo film di Woody Allen, il terzo che gira insieme al celebre regista, e  sarà girato in digitale: si tratta  una storia tipicamente newyorkese. Intanto nelle arene fiorentine si proiettano, in omaggio alla sua cinematografia, alcuni dei suoi film. Ma a settembre sarà di nuovo a Firenze per un progetto di illuminazione del Battistero richiestogli  dall’Opera del Duomo.

Il cinematographer  Storaro se n’è andato  commosso per l’accoglienza del pubblico e   soddisfatto per questo riconoscimento che lo colloca  tra i Maestri del cinema insieme  ai registi  che hanno rappresentato la cultura cinematografica italiana  nel mondo come Roberto Rossellini, Michelangelo Antonioni,  Bernardo Bertolucci, Ettore Scola,Mario   Monicelli, Marco Bellocchio, Francesco Rosi, Dario Argento, Giuseppe Tornatore, Nanni Moretti, I fratelli Taviani, Renato Castellani, Gianni Amelio e altri ancora, e in compagnia dei  grandi della cinematografia internazionale come Wim  Wenders,  Bertrand Tavernier,  Spike Lee, Ken Loach, Costa-Gavras, Harold Pinter; Arthur Penn, Peter Greenaway, Theo Anghelopoulos, Robert Altman, Sergej Ejzenštejn, Orson Welles, Luis Bunuel,  Ingmar Bergman,  Kurosawa e  Hitchcock.  Felice perché da ora,  la definizione  di Cinematographer,  dovrà essere l’unica  per  contrassegnare la sua arte.

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