sabato, Luglio 24

Vittorio Storaro, Maestro Cinematographer

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“Da ora nel mio lavoro ci saranno due momenti fondamentali: un prima e un dopo Fiesole”. Sono queste le parole  con le quali Vittorio Storaro ha chiuso il proprio appassionato discorso di ringraziamento nell’anfiteatro romano in  occasione della consegna del Premio Fiesole Maestri del cinema, assegnatogli dal sindacato critici cinematografici, gruppo toscano. Per la prima volta un  cinematographer, come  ama definirsi, riceve un Premio che nelle precedenti 38 edizioni è stato  assegnato ai grandi  registi del cinema italiano e internazionale: da  Luchino Visconti, il primo a riceverlo nel ’66, fino a quello dello scorso anno assegnato per la prima volta ad un’attrice: Stefania Sandrelli.

Ora è  la volta di Vittorio Storaro. Un passo in avanti del Premio (promosso d’intesa con il Comune della cittadina etrusca rappresentato dal sindaco Anna Ravoni e dalla Fondazione Sistema Toscana), che riconosce, finalmente, l’importanza di questa figura nella lavorazione del film. “Sono tanti anni che mi batto affinché il nostro ruolo abbia il riconoscimento che merita. Ora finalmente ci siamo. Per arrivare qui a Fiesole ho fatto un lungo percorso intorno al mondo, segnato da 62 film. Con questo Premio si chiude una lunga fase nella quale alla nostra professione non era riconosciuto un ruolo coautoriale, ma solo tecnico, quello di direttore della fotografia. Ma il cinema è immagine, immagine in movimento. Come mostrarono i Fratelli  Lumiere. Poi arrivò la musica e dopo la parola. Ma con la parola si è persa la poesia, come disse Attilio Bertolucci. Il sistema cinematografico riconosce il regista, poi gli sceneggiatori e  gli autori delle musiche”. 

“Dei cinematographer  come coautori se ne sono dimenticati per anni, forse per ignoranza. Eppure la parola e le musiche arrivano dopo il primo montaggio. Il musicista per le sue colonne sonore si ispira alle nostre immagini. Per questo mi considero uno dei coautori. Sul set il direttore è uno solo, il regista, non ci sono altri direttori. Lui è come il direttore di un’orchestra nella quale ci sono tanti solisti. Da un certo punto di vista la critica ha sempre pensato che la mia posizione su questa precisazione fosse arrogante e presuntuosa, invece è esattamente il contrario: l’unico direttore durante le riprese è il regista. Io sono l’autore della fotografia, il cinematographer, ‘cinemato/grafo’ che non è lo spazio, il luogo della proiezione, ma la  scrittura attraverso   immagini in movimento, dunque chi scrive con  questo mezzo è  un cinematographer. E’ ciò che io ed i miei colleghi facciamo. Così è stato con Bertolucci, con Coppola, con Saura, con Warren Betty e ora con Woody Allen. Aggiungo che il  cinema è il linguaggio dell’immagine che esiste solo se illuminata. Se spegni la luce il cinema non esiste”. Parole forti e chiare, che danno un senso ben preciso al conferimento del prestigioso Premio. 

Vincitore di tre premi Oscar  (per Apocalipse now diretto da Francis Ford Coppola, per Reds  diretto da Warren Beatty e il terzo per L’Ultimo Imperatore, di Bernardo Bertolucci) Vittorio Storaro,  è un fiume in piena, il suo racconto è denso di ricordi e aneddoti,  che  incantano il pubblico di Fiesole. Da quando incoraggiato dal padre, proiezionista della Lux Film, già all’età di 11 anni comincia a studiare fotografia nell’istituto Tecnico di Roma ‘Duca d’Aosta’ e successivamente al Centro Sperimentale di Cinematografia (“ero come il ragazzo di Nuovo cinema Paradiso”) fino al suo debutto nel film Giovinezza, giovinezza, per la regia di Franco Rossi. Era il 1969.  Da allora è stato un crescendo rossiniano,  che lo ha portato a lavorare insieme ai più grandi registi del cinema, come  Bernardo Bertolucci,  Francis Ford Coppola,  Carlos Saura, Warren Betty e ora con Woody Allen e del teatro (Luca Ronconi), per non parlare poi dei tanti prodotti per la TV   a cui ha lavorato.

Parlando di Apolalypse Now, che gli valse il primo Oscar, Storaro ricorda come inizialmente avesse rifiutato l’incarico per ben due volte, poi discutendone con Coppola, lo convinse della necessità di imprimere al film il proprio stile figurativo, al quale lo aveva  educato la cultura italiana. E per tutta la durata dell’apocalittica lavorazione, durate un anno e mezzo, fece sviluppare il girato alla Technicolor di Roma, anziché negli Studios di Los Angeles. E riuscì a convincere  anche Marlon Brando a  girare l’ultima scena. “Marlon non voleva più andare avanti – racconta – ma alla fine vi riuscii quando gli spiegai come avrei ripreso il suo volto, mostrandolo un po’ per volta, costruendolo come un puzzle, ci trovammo d’accordo sul fatto che il suo viso, ripreso in quel modo e con quelle luci,  diventasse un simbolo, il simbolo dell’orrore della guerra”. Con Brando aveva lavorato sul set  de L’Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci. A proposito del quale, ricorda  che l’idea di come rappresentare Il conformista (Jean Louis Trintignant), il film tratto dal romanzo di Alberto Moravia, fosse sua.

Dunque,  perché disconoscere o ignorare com’è stato fatto per lunghi anni qui da noi, l’apporto creativo del cinematographer? Parlare di Storaro, significa parlare della Luce, alla quale  ha dedicato alcuni suoi libri e che costituisce anche il tema di una monografia curata dai critici  Giovanni Maria Rossi e Marco Vanelli ( Piani di luce. La cinematografia di Vittorio Storaro, ediz.Ets di Pisa), presentata in occasione del Premio Fiesole. Abilissimo nell’utilizzo del colore, Storaro ha avvicinato come nessun altro la settima arte alla pittura, indagando l’impatto psicologico delle differenti tonalità e la maniera in cui i colori riescono a influenzare la percezione del pubblico. Sono le motivazioni con cui gli è stato conferito il Premio. Un riconoscimento non generico che entra nello specifico della sua arte. “Il nostro ruolo nel cinema – spiega lo stesso Storaro – è la gestione del linguaggio della luce, ed ha la stessa potenza delle parole in un romanzo e delle note in uno spartito musicale“. E’ per divergenze artistiche sul formato video che rifiutò  di lavorare al film  Kill Bill di Tarantino.

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