sabato, Settembre 25

Vittorio Gassman e la sforbiciata maledetta

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Arrivò una telefonata nel pomeriggio. Rispose mia madre. Era una sera di fine estate. “Ti vogliono… Dai!” La sua faccia aveva un’espressione di quelle importanti… avevo 19 anni. Risposi. Pensai a uno scherzo. Riabbassai il ricevitore guardando mia madre. Poi rialzai la cornetta e composi un numero velocemente.

Chiamai un mio amico e gli chiesi se era stato lui. Se si trattava dell’ennesimo scherzo (passavamo la vita a tartassare di telefonate e scherzi chiunque allora, ci divertivamo così, mandavamo colleghi antipatici a fare ‘provini’ in posti lontanissimi o inesistenti…). Paolo, era il nome del mio amico, mi giurò che non mi aveva chiamato. Beh, allora c’era poco da fare, vestirsi bene, da ‘provino’ e andare subito, un ora dopo avrei avuto quell’incontro.

Facevo l’attore in teatro da un anno e avevo già fatto due tournée: una con una compagnia di ragazzi, l’altra professionale con un ‘capocomico’ importante, Giulio Bosetti. Ero stato per sei mesi Freddy Hainsford Hill in ‘Pigmalione’ di George Bernard Shaw, il fidanzatino della fioraia che diventa una signora di gran classe. Spettacolo costoso, con scene eleganti. Girevoli che ricostruivano esterni del ‘Covent Garden’ e poi l’interno di una lussuosa villa vittoriana. ‘Girevoli’ che, per l’appunto, ‘giravano’… e gli attori al ‘buio’ di ogni fine scena dovevano essere lesti a raggiungere le quinte e sparire, altrimenti rischiavano di roteare assieme alla scena seguente per poi ritrovarsi di nuovo davanti al pubblico come ebeti…

Quello che capitò proprio a me, a Napoli. Ero di prima scena in smoking, bombetta e ombrello, tutto bagnato… e mi ritrovai, per il dannato incastro della punta dell’ombrello nel binario del girevole, dentro la seconda scena… un salotto borghese davanti a un caminetto e al protagonista in giacca da camera, giornale e e pipa in bocca… Mi sentii morire.

Le luci si alzarono e tutti mi videro, anche Giulio Bosetti, che cominciò il suo monologo senza curarsi di me. Poi all’improvviso s’accorse di me. Ma continuò a recitare spalancando le ‘e’ del mio nome (di scena) e riempiendo di innervosito ‘bergamasco’ la battuta improvvisata: “Uè Frèddy, cosa ci fai… qua!

Come se niente fosse feci un gesto sconsolato, aprii una porta ed uscii di scena… Una tournée cha avrebbe toccato tutte le piazze più importanti d’Italia. Una fatica improba, portando valige pesantissime, dividendo sempre in tre, con altri due miei giovani colleghi, camere d’albergo nelle quali cucinavamo in maniera del tutto ‘clandestina’ usufruendo di un fornello elettrico per la pasta… Quindi mi sentivo già un professionista, un giovane attore con una ‘partenza’ gratificante.

Ma quella telefonata era un’altra cosa. Girai la chiave della 500 bianca, alzai la levetta della messa in moto e partiì. Arrivai dopo dieci minuti a destinazione: via degli Appennini 47. Mancavano trenta minuti che consumai ascoltando un nastro della Premiata Forneria Marconi in macchina e consumando un paio di ‘Camel’. Poi scesi dalla macchina e mi avvicinai ai citofoni del complesso residenziale, non c’era il cognome che cercavo ma soltanto un interno numerato. Arrivò Francesca V., una simpatica attrice ‘in carne’, sempre sorridente ed espansiva, era stata convocata anche lei.

Mi fece piacere salire con Francesca, non era una potenziale ‘concorrente’ e inoltre mi avrebbe fatto compagnia. Tre piani con l’ascensore, suonammo il campanello, ci aprì una signora che ci fece accomodare in un salotto verde. La casa era grande, a due piani, con dipinti importanti. Io e Francesca ci guardavamo sorridenti ma ansiosi, passarono una decina di minuti e sentivamo già delle voci provenire da stanze vicine. Una di queste era ‘inconfondibile’.

Rimasi quasi paralizzato dall’emozione. Non era stato uno scherzo del mio amico Paolo: era tutto vero. Ci venne incontro sorridendo, ci alzammo, salutò dapprima Francesca poi mi guardò e mi sorrise tendendomi la mano. “Buonasera, molto lieto” risposi riuscendo a controllare la mia tensione. Una piccola pausa, poi ci risedemmo. Non era facile sostenere lo sguardo, a casa sua, noi, giovani arrembanti con ‘il mito’. Davanti a noi, a due metri, c’era Vittorio Gassman.

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