giovedì, Dicembre 2

Vittorio Emanuele III: ‘La mia verità’ Una intervista 'immaginaria' a Sua Maestà Reale Re Vittorio Emanuele III: 'Perché non è mai facile essere re, specie in quegli anni convulsi'

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Se questo può essere vero in questo caso, diventa difficile poterlo sostenere nel caso di tutto ciò che avvenne dopo. Prendiamo il caso più forte: le leggi razziali del 1938. Come mai non faceste niente per difendere gli italiani di religione ebraica?

Quella delle leggi razziali fu, in effetti, una grave mancanza da parte nostra. Da un punto di vista legale, lo Statuto Albertino ha sempre garantito libertà di culto: la religione cattolica era esplicitamente riconosciuta come religione di Stato, ma gli altri culti erano tollerati o, come si disse dal 1889, ‘consentiti’. La legislazione italiana ha sempre permesso a tutti di accedere alle cariche pubbliche a prescindere dalla propria religione. Anche con i patti lateranensi del 1929, nonostante una più forte affermazione della religione cattolica sulle altre, le altre confessioni continuarono a essere rispettate nel nostro Regno. L’alleanza con Hitler cambiò tutto. La nostra Legge Fondamentale continuava a esistere ma, così come era successo in altre occasioni, cominciò a essere ignorata: Mussolini decise di mostrare la vicinanza al suo nuovo alleato e promulgò le leggi razziali nel 1938, dopo aver preparato il terreno con una serie di pubblicazioni a sfondo antisemita. Eppure il Duce aveva provato a distinguersi dal Führer, sostenendo che le proprie leggi si sarebbero limitate a discriminare e non avrebbero perseguitato il popolo ebraico. Intenzioni, queste, ampiamente disattese. Dal canto nostro, ci siamo sentiti bloccati: illudendoci di poter arginare il fenomeno, abbiamo creduto che una nostra presa di posizione forte contro queste sciagurate leggi avrebbe compromesso l’alleanza dell’Italia con il potente vicino tedesco e avrebbe così isolato la nostra penisola sul piano internazionale. L’Italia era stata espulsa dalla Società delle Nazioni a seguito della conquista dell’Etiopia e la Germania era stata l’unica a solidarizzare con noi. Abbiamo sbagliato profondamente. Anche Casa Savoia pagò il suo tributo in termini di vite umane per mano nazista: è il caso di Mafalda, nostra figlia. Ella, che in gioventù aveva sempre dimostrato una predisposizione per la cura ai più sofferenti, era moglie del Langravio di Assia, diventando così cittadina tedesca. A seguito dell’armistizio dell’8 settembre, venne attirata con l’inganno in Germania, dove, in quanto italiana e in quanto Savoia, venne rinchiusa nel lager di Buchenwald, dove morì, fra atroci sofferenze e patimenti indicibili, nel 1944. Pensare che altri milioni di persone abbiano sofferto quello che anche noi abbiamo passato ci addolora profondamente.

[A questo punto, il sovrano ha un mancamento. I suoi aiutanti accorrono a sincerarsi delle sue condizioni, ma con un gesto della mano li rassicura e mi fa cenno di proseguire con le domande]

Vostra Maestà, mi permetto di approfittare della Vostra gentile disponibilità per un’ultima domanda, che riguarda quei turbolenti giorni a seguito dell’armistizio dell’8 settembre. Nei giorni successivi all’armistizio, avete abbandonato la Capitale per riparare prima a Pescara, poi a Brindisi, lasciando, con Roma, l’intero Paese allo sbando. Questa fuga è vista da molti come una fuga dalle responsabilità.

Non è stata una fuga dalle responsabilità: non abbiamo abbandonato l’Italia. Siamo rimasti a fianco del nostro popolo. Se abbiamo lasciato la città di Roma è stato unicamente per salvaguardare il Regno d’Italia che noi, nella nostra persona, rappresentiamo. Una nostra capitolazione avrebbe comportato l’assenza di un Governo legittimo, un’Italia divisa con il nord nelle mani dei nazifascisti e il sud con un regime occupante. Da Brindisi, poi, abbiamo potuto lavorare alla riorganizzazione dell’Esercito italiano, cooperando con gli Alleati, ai quali ci eravamo arresi, ma senza che questi mettessero in discussione la sovranità del Paese: la nostra presenza ha permesso all’Italia di continuare a esistere nel momento più difficile della propria storia. Certo, tutto è avvenuto precipitosamente: se fossimo rimasti a Roma, probabilmente, avremmo potuto organizzare meglio le difese, ma le forze tedesche erano soverchianti e saremmo andati incontro a sconfitta pressoché certa. Con la nostra fine, i tedeschi avrebbero avuto vita facile sull’intero Stivale e, forse, la Seconda Guerra Mondiale avrebbe avuto esito diverso. Magari gli Alleati avrebbero vinto lo stesso, ma il conflitto sarebbe durato più a lungo, con un numero ancora più grande di vittime. La nostra scelta ha avuto comunque degli altissimi costi, da un punto di vista di vite umane, di risorse e anche per l’immagine della Corona. Probabilmente, quella fuga è stata decisiva per la vittoria della Repubblica, il 2 giugno 1946. La nostra abdicazione non è bastata.

Un’ultima cosa: per quanto riguarda la sua sepoltura, c’è chi dice che il Pantheon…

Il nostro tempo è finito, ora. Dopo 71 anni siamo tornati a casa: lasciateci riposare.

 

Così dicendo, Re Vittorio Emanuele III, facendosi dare una mano dai suoi aiutanti, si alza dalla sedia. Con un cenno mi saluta e si avvia verso la sua nuova dimora: lo vedo mentre si allontana da me, sempre più piccolo, fino a scomparire.

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