mercoledì, Agosto 4

Vittorio Catani: l'economia e la fantascienza

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Quindi non volevi suggerire un effetto simile da parte della Rete?

Internet e i computer porteranno questa logica alle estreme conseguenze. Con la scusa di andare incontro ai bisogni dell’utente, si moltiplicano gli studi del comportamento umano. Si stanno progettando sistemi in grado di interpretare lo sguardo, i gesti, o addirittura direttamente i segnali del sistema nervoso. Sono cose bellissime se vengono usate, per esempio, per aiutare chi è paralitico o amputato, ma sono anche tutte cose che possono diventare strumenti di controllo della persona.
Di questo la fantascienza ha parlato, anche in anni lontani. Tempo fa rimasi sbalordito leggendo il romanzo di Mack Reynolds ‘Chi vuole distruggere l’America’. Scritto alla fine degli anni ’60, descrive una centrale mondiale di computer che serve a fare tutto, dagli scambi commerciali alla televisione. Quando questa centrale viene sabotata, il mondo crolla e in pratica ritorna all’età della pietra, perché tutte le ricchezze del mondo erano concentrate nei computer. In pratica una previsione di Internet con molti decenni di anticipo. Il romanzo descrive persino l’equivalente dei telefoni cellulari, che servono anche per prelevare denaro, come sta avvenendo proprio in questo momento.

Un aspetto descritto nel romanzo che ha parallelismi ancora più stretti con la realtà è l’aumentare del divario tra pochi ricchi, che possono permettersi di vendere e comprare interi continenti e di vivere isolati dal mondo in una città segreta, e i molti poveri che subiscono le conseguenze delle loro azioni…

Anche questa non è che una spettacolarizzazione romanzesca di una realtà che è già presente. Secondo un recente studio di Oxfam, le 80 persone più ricche del mondo gestiscono la stessa quantità di risorse di 3,5 miliardi di poveri. Un divario simile esiste già.

Di recente hai curato insieme a Gian Filippo Pizzo l’antologia ‘Il prezzo del futuro‘, che raccoglie racconti di fantascienza economica. Ma sono soprattutto racconti catastrofici. Come immagineresti, invece, un’utopia economica positiva fantascientifica?

La maggior parte dei fallimenti dell’economia deriva dai fallimenti delle persone: siamo noi come specie umana, come homo sapiens, che non siamo in grado di raddrizzare i nostri comportamenti. Bisognerebbe ripensare da zero la nostra economia. Se volessi immaginare una società ideale, dove tutti possono lavorare e hanno gli stessi diritti, una specie di Paradiso terrestre, insomma, direi che somiglierebbe molto alla visione degli anarchici. L’obiettivo dell’Anarchia è creare uno Stato che non ha bisogno di un governo, dove tutti danno spontaneamente il loro contributo. Ma è un’Utopia, e come tale irraggiungibile. A me forse basterebbe che si cominciasse dalle piccole cose, per esempio che tutti i negozianti battessero lo scontrino.

Nel tuo romanzo alcune persone hanno la possibilità di sfuggire a tutto quanto andandosene verso un mondo parallelo. Noi che non abbiamo questa possibilità, che possiamo fare?

Il motivo per cui ho inserito nel romanzo il ‘Mondo B’ verso cui alcuni personaggi fuggono è per lasciare un filo di speranza in un romanzo che forse altrimenti sarebbe stato percepito come troppo negativo. Certo, non potevo farlo finire bene, con una grande esplosione che rimette tutto a posto, come in un film americano. In questo periodo si sostiene spesso che la fantascienza perde lettori perché è troppo pessimista. Ma se la fantascienza vuol essere una cosa seria deve guardare al reale. Altrimenti diventa una favoletta.
Guardiamoci intorno: io vedo che le cose vanno male. Si spargono veleni ovunque, e non si riesce a smettere. L’ILVA avvelenava l’aria ma non si riusciva a chiuderla, la Volkswagen falsificava i dati per poter inquinare di più. Alcuni studiosi hanno detto che il punto di non ritorno è già stato superato, che non è più possibile rimediare i danni causati al pianeta. Tutto è concatenato, e tutto è contaminato: l’economia, la finanza, l’agricoltura. Se guardo al futuro, non mio, che è breve, ma quello dei figli miei e altrui, non posso che fare riflessioni molto pessimiste. Non posso mettere un eroe che risolve tutto, l’unica cosa che posso fare è lasciare un filo di speranza alle persone che restano: vediamo cosa siete capaci di fare. E nel finale ho aggiunto anche un’altra puntura di spillo: i sopravvissuti sembrano già pronti a rimettersi a litigare tra loro.

 

La fantascienza si pone sempre, più che come previsione del futuro, come monito per il presente. Ma serve a qualcosa?

Sono convinto che la fantascienza serva a far riflettere il lettore su ciò che potrebbe veramente succedere. Non importa quanto improbabile: a volte il futuro ci riserva anche eventi che erano ritenuti inverosimili, e quindi è giusto interrogarci su come ci dovremmo comportare. In poche parole, la sua funzione è spingere il lettore verso la conoscenza.

 

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