lunedì, Settembre 27

Vittime che ritrovano la speranza field_506ffb1d3dbe2

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Maison Marguerite, Goma

Maison Marguerite, Goma

Goma  – Yolande, vestita con una maglietta rosa shocking, gonna di jeans e sandali rosa, porta in braccio la sua bambina di due anni, dagli occhi brillanti. Il sole di mezzogiorno splende e l’aria è calda. Yolande porta la sua bambina verso il secchio giallo nel cortile, insieme agli altri bambini, per farle il bagno. I bambini schizzano l’acqua saponata dentro e fuori del secchio: si divertono.

Yolande e sua figlia vivono nella Maison Marguerite, nel cuore di Goma, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Questo rifugio, costruito da un ente di beneficenza cattolica e gestito da congolesi, è un piccolo complesso per giovani donne e bambine vittime di violenza sessuale.

Chi prende la via della Maison Marguerite non trova solo un posto dove vivere, ma una comunità nella quale ci si sente accolte, la possibilità di frequentare la scuola senza pagare le tasse, e la responsabilità di prendersi cura di se stesse e degli altri.

In una città e regione dove lo stupro è diventato pratica comune e la paura fa parte della vita quotidiana, la Maison Marguerite non può pretendere di aver sconfitto i demoni che funestano il Congo orientale. Si tratta, però, di una lezione sulle possibilità, un faro di speranza, in un luogo che agogna entrambe.

Goma, la capitale della provincia del Nord Kivu nel Congo orientale, è stata al centro di scontri che hanno devastato la regione dal 1998. Gruppi ribelli si contendono il controllo, saccheggiando, distruggendo case, reclutando bambini con la forza, spostando interi villaggi, uccidendo civili, e violentando donne e ragazze.

Nel mese di aprile 2014, Navi Pillay, capo dell’UNHCR (l’agenzia ONU per i rifugiati) ha riferito che il Governo congolese aveva contato 26.339 episodi di stupri e altre violenze di genere, in sette province, durante gli anni 2011 e 2012, e altri 15.352 casi nel 2013. I numeri reali possono anche essere più elevati.

Secondo un rapporto di Human Rights Watch risalente al giugno 2014, «gruppi armati e membri dell’Esercito congolese hanno usato lo stupro come arma di guerra per ‘punire’ i civili appartenenti a determinati gruppi etnici, o quelli accusati di sostenere il ‘nemico’. Le stigmatizzazioni sociali e la paura del rifiuto da parte delle famiglie o delle comunità hanno impedito a molte donne e ragazze di denunciare lo stupro».

La dottoressa Alice Mudekereza, donna congolese di 37 anni e attivista per i diritti dei bambini, dice che da quando i soldati restano impuniti pensano di poter fare qualsiasi cosa ai civili. Come in altre zone di guerra, sono le giovani donne e i bambini che soffrono di più, diventando reietti, orfani, senza casa, o restando incinte.

Mudekereza ha studiato medicina a Lubumbashi e ha trascorso gli ultimi 10 anni nel Congo orientale, dove lavora per promuovere la condizione delle donne e delle ragazze, prevenire la trasmissione dell’HIV ai bambini, e sostenere le vittime della violenza sessuale. Ha testimoniato in prima persona la necessità di una consulenza psicologica per le vittime di stupro. Vede di volta in volta come le loro famiglie le abbandonano. Rimaste sole, non ridono più, si ritirano, non smettono mai di sentirsi tristi.

Trovare un rifugio transitorio può essere uno degli ostacoli più difficili da affrontare per queste donne, soprattutto se hanno un bambino al seguito. Anche se ci sono numerose ONG e le agenzie di servizi sociali di Goma -insegne sulle porte lungo la strada principale testimoniano questo- non tutte le strutture offrono la stessa solidarietà o l’atmosfera ‘rifocillante’ della Maison Marguerite.

Ma guadagnarsi l’ingresso richiede insistenza. Molti non arrivano nemmeno alla porta. Quelle che lo fanno vengono spesso allontanate. Troppo poche tornano una seconda volta.

Yolande è stata tra quelle che l’hanno fatto.

 

 

AFRICA-3Incinta – e non per scelta

Dormo bene e ho un letto molto buono“, ha detto Yolande. Si considera fortunata e non dà niente per scontato. Ci dice che aveva 16 anni quando è stata violentata ed è rimasta incinta. “Mentre ero incinta ho sofferto molto. Tutti mi hanno respinto“.

Yolande (il cui nome è stato cambiato per proteggere la sua identità) conosceva già il rifiuto. Suo padre, il capo di un villaggio vicino a Butembo, a nord di Goma, era morto di avvelenamento quando lei era bambina. La moglie non poteva prendersi cura di tutti i suoi nove figli perciò Yolande si era trasferita dai parenti a Goma.

Dopo essere stata violentata, la famiglia e gli amici non volevano avere niente a che fare con lei, ma poi un vicino di casa l’hanno portata alla parrocchia di Notre Dame d’Afrique per una consulenza.

 Anche se molte donne a Goma partoriscono a casa, spesso senza ostetriche, quando Yolande è andata in travaglio ed era evidente che lei e il bambino erano a rischio, la zia l’ha portata in ospedale per un cesareo.  “Mi hanno fatto una flebo“, ha detto Yolande. “Le infermiere si sono prese cura della mia cicatrice. Sono stata ben curata“.

Dopo la nascita del bambino una donna anziana ha offerto Yolande un alloggio temporaneo. Era grata di avere un tetto sopra la testa, ma lei e il bambino erano in un posto angusto e scomodo. Una giovane madre che Yolande aveva incontrato in ospedale l’ha convinta a visitare la Maison Marguerite. “Troverai altre giovani madri lì“, ha detto.

 

 

AFRICA-5Bussare alla porta

La Maison Marguerite non è una casa, ma un piccolo complesso costituito da diversi piccoli bungalow in legno dipinti di fresco e chiamati villini -verde, arancio, giallo, verde lime. Un alto muro di pietra circonda la proprietà. I panni sono stesi ad asciugare. Il legno è accatastato in un angolo. Una stufa all’aperto segnala la zona cottura. Diversi pozzi sono coperti da un tendone.

Uno degli edifici ospita una scuola per le ragazze e le giovani donne. Alcune studentesse vivono nei villini. Altre vengono solo di giorno, portando i loro bambini legati alla schiena.

Quando Yolande è arrivata alla Maison Marguerite, nel 2012. si è sentita subito a casa, qui poteva essere felice. Ha incontrato il regista Jean Paul Kinanga e lo ha pregato di lasciarla stare là. Kinanga è giovane e energico, e la voleva aiutare, ma non c’era spazio per prendere un’altra giovane madre e il suo bambino.

Ero molto coraggiosa. Ho continuato a insistere“, ci ha detto Yolande. Ha ottenuto che Kinanga le facesse fare un esame di matematica, sapendo che se avesse fatto bene avrebbe avuto più possibilità di convincerlo a lasciarla stare. Ha funzionato. Ha fatto così bene che Kinanga ha accettato di iscriverla come alunna.

Yolande sognava ancora di trasferirsi in un appartamentino. “Dopo la lezione i bambini sono tornati a casa. Sono andata a cercare Jean Paul e ho pianto“, ha detto. “Ho spiegato la mia situazione e gli ho detto che volevo vivere qui. Continuavo a tornare“.

E poi un giorno, dopo un mese lungo come un anno, Kinanga le ha detto: “Sì. Vai a prendere tutte le tue cose. Potete seguire la vostra istruzione e formazione qui“.

Yolande e sua figlia dormono sotto una zanzariera in una stanza con un’altra madre e il suo bambino.

Jean Paul ci ha spiegato che la Maison Marguerite ospita ben 22 ragazze vittime di violenza sessuale, i ex bambini soldato o ‘mogli’ dei soldati, e ‘ragazze vulnerabili’, i bambini di strada che non hanno casa e che, come Yolande, bussano alla porta.

 

 

E a bussare ci vengono in molti

Nel novembre del 2013, l’M23, un gruppo ribelle impegnato in guerra per un anno e mezzo, commettendo ripetutamente stupri e atrocità, è stato sconfitto. Centinaia di combattenti disarmati.
Eppure la minaccia degli altri gruppi rimane reale e pervasiva. La violenza può benissimo continuare.

È frustrante, per Jean Paul, che non ci sia abbastanza spazio per le tante vittime di abusi sessuali. “C’è molto di più che una domanda, ora. Con l’insicurezza, nella regione la povertà è aumentata. E con la povertà arrivano i saccheggi e gli stupri“, ha detto.

Non penso più ai miei amici nel vecchio quartiere“, ha detto Yolande. Ha fatto nuove amicizie e ha tempo per ascoltare musica alla radio. È contenta. “Quando mi mancherà una scarpa o se la gonna è sporca qualcuno mi darà una scarpa o una gonna“.

Yolande vuole diventare sarta, studia sartoria con altre sette studentesse. “Ho imparato molto“, ha dichiarato Yolande. “Quando faccio degli errori gli insegnanti mi aiutano e mi sostengono“.

Presto Yolande andrà via. Ora ha le competenze per diventare una sarta, ma prima ha bisogno di un posto per aprire un negozio.

Altre giovani donne stanno studiando da cuoche e pasticcere. Dei nove studenti del corso di pasticceria quattro sono madri e portano i loro bambini in classe. La classe da parrucchiere è ancora più popolata, con sedici ragazze tra 12 e 17 anni. Otto di loro vivono nella Maison Marguerite e le altre studiano e arrivano di giorno. Molte hanno già iniziato a lavorare e guadagnano circa 5 dollari a settimana; una volta diplomate guadagneranno fino 30 dollari la settimana.

 

 

AFRICA-1 “Per guarire non basta un intervento chirurgico e delle pillole

 La Maison Marguerite è una piccola enclave a se stante, una propaggine del centro Don Bosco Ngangi, un’organizzazione che serve oltre 3.000 giovani in ed intorno a Goma. Iniziato dall’ordine cattolico dei salesiani, che lavorano con i giovani a rischio, il centro è stato intitolato a Don Bosco, sacerdote italiano del XIX secolo che si occupava dei bambini di strada.

In un primo momento, Don Bosco Ngangi dava ai giovani nel quartiere Ngangi uno spazio per fare sport. Era il 1988. Ma ora il centro occupa oltre 17 ettari, gestisce diversi rifugi satelliti più piccoli, e educa alcuni dei giovani più vulnerabili di Goma. Molti di loro frequentano la scuola, durante il giorno, mentre alcuni prendono pensione in un ambiente simile a un dormitorio. Alcune sono giovani donne come Yolande, vittime di violenza sessuale. Altri sono ex bambini soldato che sono pronti a mettere alle spalle la vita precedente.

I ragazzi studiano tutto, dall’ingegneria elettrica agli impianti idraulici, muratura, saldatura, e agricoltura. Frère George, un fratello salesiano, esegue il programma di lavorazione del legno. Insegna più che nuove competenze – lo sviluppo del carattere è fondamentale. “Devo aiutare i giovani e assicurarmi che siano stabili“, ha detto.

Quando il centro ha aperto gli studenti non prestavano attenzione; spesso si addormentarono. Pascal Kyksa, un assistente sociale del Don Bosco Ngangi che è cresciuto a Goma, ha spiegato che era per via della fame: “Prima che potessero imparare avevano bisogno di essere nutriti“. Il centro ha iniziato a fornire un pasto a mezzogiorno, e il numero degli studenti è cresciuto, così come i quantitativi di porridge serviti.

Le attrezzature da cucina sono arrivate in formato gigante. Una vasca progettata in Italia contiene fino a 800 litri di fagioli. Lo chef muove i fagioli con un cucchiaio che sembra piuttosto un remo. Poi divide il cibo, polenta, fagioli e manioca in secchi, uno per ogni classe. Il magazzino contiene grandi quantità di cibo, ma le provviste finiscono rapidamente quando ci sono più di 3.000 bocche da sfamare. Ogni mese lo staff si preoccupa di cosa accadrà quando il cibo si sarà esaurito; finora sono stati fortunati  -le nuove donazioni continuano a fluire e le dispense vengono reintegrate.

Senza questo pasto di mezzogiorno, i bambini non mangerebbero nulla“, ci ha detto Monica Corna, una volontaria che ha vissuto e lavorato presso il centro per 11 anni. Quando 65 studenti sono stati intervistati, si è riscontrato che solo 18 di loro mangiavano anche un pasto serale a casa.

Il centro fornisce anche un riparo per le madri i cui bambini, alcuni con l’HIV / AIDS, sono malnutriti. Un nutrizionista valuta i bambini, li pesa, misura la testa e le braccia, e li nutre. Altrettanto importante è l’insegnamento alle madri di una corretta alimentazione, e l’alfabetizzazione.

Quando si verificano dei combattimenti, i residenti si rifugiano al centro. Nel novembre del 2012, quando i ribelli dell’M23 hanno preso il controllo di Goma, i bambini, il personale, i genitori e i vicini di casa si sono tutti riuniti nella grande sala, di notte, con le capre e maiali. La mattina hanno trovato proiettili sparsi in tutti i giardini.

Dopo un mese, una volta che i ribelli si sono ritirati da Goma e la situazione è diventata un po’ più stabile, quelli che erano accampati a Don Bosco sono andati via. Ad ogni famiglia sono stati dati due pezzi di lamiera forniti da UNICEF, uno per coprire il tetto di qualunque abitazione che potevano trovare e l’altro da vendere, in modo da poter comprare del cibo.

Per quelli del Don Bosco Ngangi è chiaro che non si può affrontare un problema senza risolverne prima un altro. Forse nessuno di quelli che abbiamo incontrato a Goma è stato più articolato in merito alla necessità di un approccio olistico rispetto al dottor Jo Lusi, chirurgo e fondatore di HEAL Africa, centro di formazione ospedaliera a Goma: “Per aiutare il paese a svilupparsi, le madri devono essere alfabetizzate“.

Con il suo sorriso contagioso, una voce autoritaria, e una contagiosa esuberanza è facile capire perché Lusi sia diventato influente. “La guarigione non è fatta di interventi chirurgici e pillole“, ci ha detto. Ritiene che il ruolo delle donne debba cambiare, con l’impegno di uomini e donne.

L’esperienza, se non il dottor Lusi, ha insegnato al personale Don Bosco Ngangi la stessa lezione, preparandoli a operare in molte direzioni. La violenza contro le donne colpisce l’intera comunità; non c’è un unico modo per aiutare le giovani donne a recuperare lo stupro o il rifiuto. Il cambiamento avviene solo quando le soluzioni si mescolano e l’approccio su più fronti affronta temi quali povertà, istruzione e giustizia.

 

 

AFRICA-4Non faranno i milioni, ma si faranno una vita

 Il Don Bosco Ngangi celebrerà il suo 25° anniversario quest’anno. Al suo timone c’è don Piero Gavioli, il Direttore. Non pretenzioso, calmo, controllato, è un prete abbastanza coraggioso da continuare a fare piccoli passi, convinto che faranno la differenza. “Aiutiamo le persone a farsi carico della loro vita. Non faranno milioni, ma faranno la loro vita“, ha detto. Sta pensando a nuovi modi per formare chi vuole coltivare una piantagione di caffè fuori città o aprire una galleria e vendere prodotti di artigianato realizzati dai giovani della Maison Marguerite.

Gavioli mantiene la posizione. Coltiva sogni per il Paese che è stato la sua casa per quasi mezzo secolo. “La terra è molto fertile. Qui la bellezza è grande. Siamo ricchi di minerali, le possibilità per il nostro paese sono enormi“, ha detto. Ma con tutti i combattimenti, i progressi sono lenti. Eppure, “senza Don Bosco Ngangi diverse centinaia di orfani sarebbero morti e migliaia non avrebbero ricevuto un’istruzione. Molti ancora sarebbero diventati bambini soldato o prostitute“.

Anche se la Maison Marguerite offre un rifugio a decine di ragazze, Gavioli vorrebbe che aumentasse il numero delle giovani donne che la struttura aiuta, dando alle vittime di stupro il tempo per recuperare, per imparare nuove abilità, e per vedere che altri si preoccupano di loro. Vuole guarire il loro corpo, la mente e l’anima, permettere a queste giovani donne di iniziare una nuova vita.

Joséphine Malimukono, direttore della Ligue pour la Solidarité Congolaise (Lega per la solidarietà congolese), organizzazione non-profit che sostiene i diritti delle donne e la giustizia sociale, chiede maggiore sostegno per le organizzazioni come quella di Don Bosco e la Maison Marguerite. La domanda è troppo grande. Il centro e il rifugio sono entrambi travolti dalle richieste e non possono rispondere alla stragrande maggioranza di esse. Il Governo congolese deve onorare il suo impegno con i giovani del Paese, dice.

 

 

Farsi carico

Yolande è una giovane donna alla quale è stata data una seconda possibilità. Ce ne sono altre. Sophie (il nome è stato cambiato) era al Maison Marguerite da otto mesi, quando l’abbiamo incontrata. Stava studiando matematica cucito e sartoria.

Sophie è nata a Uvira, nel Sud Kivu, dove il padre è morto quando lei aveva solo tre mesi. Sophie viveva da sola con la madre, separata da suo fratello e da sua sorella. La scorsa primavera, lei e sua madre tornavano a casa dalla chiesa quando i combattenti della milizia conosciuta come Mai Mai hanno afferrato sua madre “e l’hanno portata verso le colline“. L’hanno picchiata e aggredita. Mentre ci raccontava quello che è successo, Sophie ha iniziato a piangere.

Sophie ci ha detto che lavora duro e rilegge i suoi appunti di scuola durante il tempo libero. Legge anche la Bibbia.

Dice che mangia bene, soprattutto pesce e verdure. Ha finito il suo apprendistato di sartoria. Non appena passerà gli esami scolastici, si aspetta di uscire e trovare un lavoro.

Per un’istituzione come la Maison Marguerite è così che deve andare. Per riuscire ad aiutare le molte ragazze che hanno bisogno del suo aiuto è essenziale che loro imparino un mestiere e passino a condurre una vita indipendente.

Questo non è facile per giovani donne come Yolande e Sophie che hanno sofferto tanto e per le quali la Maison Marguerite è stata una fonte di rifugio, conforto e sostegno.

Sophie si preoccupa. Può essere difficile trovare lavoro, una volta andata via. Una parte dei suoi desideri è quella di continuare arrestare nella Maison Marguerite.

 

 

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Democratic Republic of Congo: Survivors of Sexual Violence Find Hope and a New Start‘ è un reportage realizzato per il  Pulitzer Center, disponibile anche in eBook, in lingua originale anche qui, pubblicato in esclusiva per l’Italia da ‘L’Indro‘.
Responsabile contenuti esteri e traduzioni Valeria Noli @valeria_noli
Relazioni con i media esteri Maurizio Porcu

 

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