lunedì, Settembre 27

Vitalizi: i furbetti dello ‘stipendino’ Barnum Italia. Leoni, funamboli, ippopotami e pagliacci / 15

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Rimpiangiamo vivamente l’auspicabilmente momentanea eclissi dalla scena, non economicafinanziaria ché in questo caso è stato un bene quanto piuttosto da quella politologica, di uno dei maggiori analisti di cose ed animi dei vertici politico-imprenditoriali nazionali. Stefano Ricucci. L’odontotecnico di Zagarolo, stoppato ad un passo dal papparsi il ‘Corriere’ (mentre nessuno l’ha fermato dal ‘papparsi’ Anna Falchi, che comunque son soddisfazioni) seppe illuminare una non obliata stagione del nostro scontento definendo autocriticamente «furbetti del quartierino» il gruppo dei suoi sodali nelle spericolate imprese di cui si resero protagonisti agli albori di questo secondo millennio.

(Ricucci allargò poi i propri orizzonti, e la profondità degli stessi, parlando di un Paese, il nostro, in cui tanti «vogliono fare i froci col culo degli altri». Raramente fummo descritti, come popolo e genìa, in maniera sì calzante).

Rammemoriamo ora, grati, un sì insigne soggetto poi ingiustamente ridotto a qualche comparsata sui settimanali popolari con polli d’allevamento (metaforici e reali) e Naike Rivelli, perché da furbetti a furbetti questa volta ad occupare la scena sono i difensori del proprio vitalizio parlamentare, i «furbetti dello ‘stipendino’». Quelli che non solo vogliono tenersi stretto quanto maturato, ma spericolatamente ideano fantastiche motivazioni in proposito. Così per l’occasione lietamente riscopriamo la pur superflua permanenza in vita di personaggi già indebitamente protagonisti che la storia, anzi ‘la Storia’, aveva già serenamente relegato all’oblio. Che ricompaiono come il fantasma di Banquo per ricordarci chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, ma soprattutto quanto gli diamo. Da Gerardo Bianco al mitologico Silverio Corvisieri, da Enzo Ciconte sino a Paolo Cirino Pomicino (le cui tracce non si erano però sfortunatamente affatto perse). Certo hanno delle ragioni, anche giuridiche, ma altrettanto certamente non hanno ragione. Non entriamo nel dettaglio, ché ognuno ha ampiamente gli elementi per operare la propria sintesi ed esprimere un proprio fondato giudizio. E’ però strepitoso osservare certe arrampicate sugli specchi: chi se la prende con «un atto illiberale» (Pomicino), chi parla di «rapina a mano armata» (Ciconte) e chi lamenta addirittura il possibile fallimento della propria azienda causa trasformazione del vitalizio (tal Francesco Ferrari, già ‘antico’ parlamentare della Democrazia Cristiana).

Ma pur nel notare ed apprezzare queste ardite imprese (ed altre), non si può non restare ammirati di fronte al miglior campione della categoria. Silverio Corvisieri, oggi quasi ottantenne e già esponente di spicco della cosiddetta (molto cosiddetta) ‘nuova sinistra’ rivoluzionaria. Che pur di difendere i propri forti emolumenti tira in ballo addirittura «i poteri forti» che intenderebbero in questo modo «limitare l’autonomia e la forza della politica». Chapeau.

(I fantomatici ‘poteri forti’, così come la persecuzione giudiziaria, quella purtroppo reale, di Enzo Tortora, sono come le camicie azzurre: vanno bene su tutto. E se poi se uno dovesse chiedersi come mai in Italia l’anelito non diciamo rivoluzionario, che da queste nostre parti è ormai parolone impronunciabile, ma almeno riformatore, sia finito come è finito, si sarebbe già dato con la domanda anche la risposta. Ma al confronto di certi soggetti Gigi Marzullo è Kant).

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Sull'autore

Giornalista. Editore con ‘La Voce multimedia’

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