domenica, Maggio 9

Vita da profugo o profugo a vita? La vita dei profughi moderni, che non possono più tornare a casa

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Istanbul – Un gruppo di siriani non identificati sarebbe stato intercettato mentre, superato l’anello di sicurezza, cercava di introdursi nel campo profughi di Zaatari portando con sé dei bagagli. Alla richiesta della gendarmeria giordana, addetta al controllo di sicurezza del campo, di identificarsi e sottoporsi a perquisizione, il gruppo si sarebbe rifiutato e avrebbe richiesto aiuto ai connazionali residenti all’interno del campo.
Da questo diverbio sarebbe scaturita la protesta che ha preso piede lo scorso sabato 6 aprile nel secondo campo profughi più grande al mondo, secondo quanto riportato in conferenza stampa da Waddah Hmoud, responsabile del campo.

Alcune tende in fiamme, insieme a tre caravan adibiti ad abitazione, almeno ventotto agenti feriti ed un giovane siriano, appena venticinquenne, deceduto a seguito di una ferita da arma da fuoco.

Queste le conseguenze rese note al termine dell’intervento del servizio d’ordine, che ha sedato il focolaio con cariche di alleggerimento e l’utilizzo di gas lacrimogeni.

A Sidone, nel sud del Libano, durante la giornata di domenica 7 aprile, gli abitanti hanno assistito all’avanzata in città dell’Esercito, che ha circondato integralmente il campo profughi di Mieh Mieh fino a sigillarne le uscite.

All’interno della struttura, popolata prevalentemente da rifugiati palestinesi, tensioni fra i supporters del Presidente Mahmoud Abbas, sostenuto da Fatah, e quelli di Jamal Suleiman, sostenuto da Ansar Allah, che si sono fronteggiati arrivando allo scontro a fuoco ed al lancio di alcune granate.

Sul terreno sono rimasti otto corpi e decine di rifugiati son dovuti ricorrere alle cure mediche per le ferite riportate.

E ancora a Dadaab, il ventennale campo profughi somalo in Kenya, con i suoi quasi quattrocentomila abitanti il più grande al mondo, a seguito del tentativo di demolizione di abitazioni abusive costruite contiguamente al  campo, nel 2011, si innescarono scontri fra rifugiati e forze dell’ordine che sfociarono in scontri a fuoco.

Il risultato fu la morte di due profughi somali e decine di feriti.

Posti diversi, guerre diverse, ma una costante comune: l’impossibilità di rientrare nei Paesi d’origine e lo stato di rifugiato che, da momento di emergenza, diventa una nuova condizione di vita.

Questa è la nuova realtà dei campi profughi nel mondo.

Quanto si sta assistendo dal Corno d’Africa , ad Ankara, fino al centro Asia, è un nuovo, spinoso, punto a cui le realtà politiche devono far fronte: la stabilizzazione entro confine di quella porzione di popolazione in fuga, che dopo aver atteso per anni il momento del rimpatrio nella propria terra, in condizioni di sicurezza, iniziano a realizzare che questo non succederà.

La progressione degli eventi e, soprattutto, l’aumentare del tempo trascorso nel limbo dei campi, è un fenomeno che crea forti collaterali, sia fra la popolazione all’interno del campo, sia tra quella all’esterno.

Le zone, infatti, in cui i campi sorgono, raramente sono consenzienti: il campo diviene così una conseguenza naturale dell’approdo degli esuli che, una volta trovata una zona ospitale, iniziano ad aumentare fino che le autorità locali intervengono creando un campo ufficiale.

Il campo di Zaatari, nel Nord della Giordania a soli 12 chilometri dal confine siriano, è uno dei più organizzati della regione, oltre che il più grande.

Dalla sua apertura, nel luglio di due anni fa, l’affluenza è stata continua ed ha sfiorato picchi di settemila arrivi al giorno.

Al momento, la popolazione ospitata, ha subito una flessione ma, nonostante questo, il Governo ha deciso di inaugurare un nuovo centro dove smistare gli ospiti.

Il nuovo campo, cosiddetto di ‘overflow’, sarà ultimato a breve ed avrà capacità di ospitare fino a centotrentamila rifugiati, l’area prescelta è la zona desertica di Azraq, all’imbocco del corridoio est del Paese.

Alla base dei problemi interni, comuni pressochè a tutti i campi profughi moderni, vi è la creazione di un sistema parallelo di vita conseguente alla lunga permanenza nella struttura.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), le Organizzazioni Internazionali di vario tipo che operano nelle strutture ed i governi ospitanti, provvedono, infatti, alle necessità minime della popolazione (a Dadaab, per esempio, ogni mese si distribuiscono quindici chili di grano, un litro d’olio ed alcune saponette procapite), in un’ottica di massimizzazione delle risorse, ma questo, dopo il prolungarsi della permanenza, non risulta più sufficiente per la popolazione, in particolare per i giovani, che vivono costantemente una sensazione di sospensione della vita.

Così, nei campi, si sviluppano veri e propri servizi paralleli, che necessitano di moneta per mantenersi vivi: come i taxi, i negozi e gli altri tipi di attività commerciali visibili nei maggiori insediamenti.

Il reperimento di denaro e beni di scambio avviene, quindi, tramite il conferimento di servizi nelle zone in cui il denaro è presente, e cioè al di fuori del campo.

Si crea così un regime di concorrenza su base lavorativa con la popolazione autoctona, ampiamente documentato sia in Libano che in Kenya, che impatta direttamente sulle economie locali, il più delle volte già prostrate da crisi economiche dovute alla vicinanza con le aree belliche, e ciò va ad esasperare la popolazione locale creando intolleranza verso i rifugiati.

Nei casi più estremi, fortunatamente non diffusi, il reperimento dei beni avviene in maniera completamente illegale, il tempo dà vita a veri e propri sistemi che sviluppano traffici illeciti di merci e, talvolta, di esseri umani.

E sono i giovani i più a rischio in questo ambito: il cinquanta percento della popolazione profuga mondiale  (pari a quindici milioni di persone) è al di sotto dei trent’anni, a maggioranza femminile e con esperienze terribili legate ai conflitti accumulate precedentemente l’arrivo alle strutture.

Per questi giovani cadere nella rete delle organizzazioni è piuttosto facile.

Molti di loro, quindi, stufi di attendere l’esito positivo della richiesta d’asilo in un paese occidentale che, seppure previsto dalla maggior parte delle costituzioni europee, non arriva mai, intraprendono  i loro percorsi clandestini nella speranza di varcare i confini e, così,  poterlo richiedere in loco.

Il rischio diviene in questo modo duplice: da un lato vi è il rischio della traversata verso il suolo europeo, lunga e rischiosa, dall’altra quello di finire nelle reti delle organizzazioni criminali che, proprio sulle rotte migratorie, attendono il passaggio dei migranti.

La vita del profugo moderno, quindi, presenta una serie di difficoltà che vanno a sommarsi alla precedente situazione di disagio che ha causato la fuga dalla terra d’origine.

La popolazione ,nei campi, è soggetta in proporzione ben dieci volte maggiore a chi ne vive al di fuori, a disturbi mentali, del tutto assimilabili a disturbi post-traumatici.

Durante la permanenza nei centri, in particolare quelli dotati di assistenza psicologica, i pochi che riescono ad intraprendere un percorso di terapia, riescono a fare passi avanti nella battaglia verso il ristabilimento di un equilibrio mentale ma, secondo le recenti ricerche in materia, lo stress subito crea strascichi per quasi tutto il reso della vita.

 

 

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