sabato, Settembre 25

Visti da fuori: gli occhi del mondo sull’Italia prima del voto A un passo dal rinnovo del Parlamento, l’Italia si ‘scompone’ sotto lo sguardo della stampa estera. Intervista a Alberto Martinelli, dell’Università statale di Milano

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Mentre il ‘Times’ oggi riporta, in un articolo di Tom Kington, il tentativo «esacerbante» del leader leghista Matteo Salvini di «combinare cattolicesimo e politica anti-migranti» accostando il Vangelo alla Costituzione repubblicana, nella maggior parte dei Paesi europei – Regno Unito compreso – si ritengono poco prevedibili gli sviluppi successivi al 4 marzo, a prescindere dalla forza politica che uscirà vincitrice.

Due aspetti, in particolare, alimentano la discussione sulla stampa estera: la natura camaleontica del Movimento 5 Stelle e l’ euroscetticismo diffuso tra i cittadini. In effetti, entrambi risultano collegati nella misura in cui il Movimento agisce da rivelatore di dissenso rispetto alle politiche dell’Unione. Secondo il recentissimo Rapporto curato da tre ricercatori dell’Istituto Jacques Delors di Parigi e della rete di ricerca Kantar Public, l’indicatore italiano di appartenenza all’UE è drasticamente calato nel 2008 (durante la c.d. ‘grande crisi’ interna all’eurozona) e, in seguito, contestualmente al fallimento del referendum costituzionale promosso dall’allora premier Matteo Renzi. Per l’autunno del 2016, infatti, la ricerca ha evidenziato il livello di consensi più basso raggiunto nell’arco di un trentennio: 33% degli italiani erano a favore dell’Unione, 25% contrari e 38% neutrali. Il leggero miglioramento (36% a favore) registrato nel 2017 non è valso, tuttavia ad allineare l’Italia alla media europea del 57%.

Se, agli occhi dei media che osservano l’Italia, una ‘Italexit’ appare improbabile (secondo l’opinione diffusa nella stampa britannica e francese) così come una coalizione post-voto tra M5S e Lega (scettico, in proposito, lo spagnolo Daniel Verdu, giornalista di ‘El Paìs’) o Centrosinistra e Forza Italia, la tensione sugli effetti potenzialmente disgreganti, a livello internazionale, del 4 marzo è avvertita da più parti. Nell’introduzione al Rapporto sopra citato, intitolato ‘Gli italiani e l’Europa, cronaca di un disincanto’, si legge in forma di ‘monito’  che «uno tra i Paesi fondatori dell’unità europea e tra i più densamente abitati dell’Unione è afflitto da una instabilità politica conseguente alle elezioni del 2013, una nuova tappa nell’indebolimento del bipartismo allora prevalente, che sarà aggravato dal fallimento del referendum del 2016».

Contro i rischi di una paralisi parlamentare, alla speranza riposta da Sylvie Kauffmann (‘Le Monde’) in +Europa, fanno riscontro forti critiche sulle carenze non solo sistemiche – il rapporto tradizionale partiti-elettori, secondo Kauffmann, «implode» -, ma di proposte concrete al di là dell’ambito nazionale. Tali carenze pesano sul discorso di «partiti fantasma», nell’espressione del noto corrispondete dall’Italia della ‘Frankfurter Allgemeine ZeitungTobias Piller, che faticherebbero non poco a proporsi come validi referenti politici sul piano internazionale. È, questa, la diagnosi del giornalista libanese Talal Khrais, direttore dell’ufficio romano di Al-Manar TV, che parla di «caduta di autorevolezza» dell’Italia, un Paese meritevole per la sua presenza militare in Libano, che ha il pieno supporto del «popolo di Hezbollah», eppure incapace con la sua classe dirigente di formulare proposte di politica estera e formare alleanze stabili e aperte al futuro.

Il tema dell’integrazione europea rispetto al ruolo centrale giocato da un Paese diviso sul voto e non ancora uscito dalle crisi (finanziaria, migratoria, del welfare) è la pietra angolare capace di tradurre il 4 marzo in un ‘affare comune’: non solo per l’offerta politica e le scelte degli elettori, ma per la percezione e, rispettivamente, le conseguenze che tutto ciò comporta fuori dall’Italia.

Ne abbiamo discusso con Alberto Martinelli, Professore di Scienze Politiche e di Governo dell’Università statale di Milano.

Professor Martinelli, qual è lo sguardo portato dalla stampa estera sulle proposte avanzate dalle nostre forze politiche? Pensiamo, in particolare, al rapporto con le istituzioni europee, al rapporto tra livello di integrazione effettiva ed euroscetticismo diffuso nell’opinione pubblica, e alle relative conseguenze di tali aspetti sulla tenuta dell’Europa come istituzione unitaria.

Per la stampa estera, parlerei di Germania e Francia che, rispetto al discorso sull’Europa unita, sono i due Paesi di riferimento. In entrambi i contesti nazionali c’è preoccupazione, ma anche molta prudenza. Infatti, è noto che molti in Italia (soprattutto le forze contrarie a ciò che rappresenta oggi l’UE) interpretano le manifestazioni di interesse per la prossima tornata elettorale e il suo esito come ‘interferenze indebite’ e, quindi, che tale interesse potrà essere giocato da diversi esponenti in chiave anti-europea. Per questa ragione, sia Angela Merkel che Emmanuel Macron sono molto prudenti. Quest’ultimo, devo dire, lo è in misura maggiore, perché nei fatti Merkel ha parzialmente sponsorizzato Forza Italia, sempre per ragioni di stabilità: ossia, in modo che prevalga sulle altre componenti dell’alleanza di Centrodestra, che sono euroscettiche o dichiaratamente antieuropee. La preoccupazione, tuttavia, rimane.

Cosa pensa dellacuriosità esternasull’Italia?

Personalmente, non sono d’accordo nel considerare ‘interferenze’ il fatto che altri Stati membri dell’Unione Europea siano interessati alle nostre elezioni. Anche noi – e a ragione – lo siamo rispetto a loro, posto che siamo parte di una Unione sovranazionale in cui ogni Paese è autonomo, ma, nello stesso tempo, è legato agli altri. Pertanto, quello che succede altrove ha ripercussioni dirette sulla nostra realtà nazionale. Sembra ovvio a dirsi: non vedo perché le opinioni dei vari Paesi, vicini o meno vicini, si debbano considerare ‘interferenze straniere’.

Qual è stata la reazione più evidente?

In Italia, appena il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker si è permesso di esprimere la sua preoccupazione per l’esito delle elezioni italiane, che potrebbero costituire un elemento di instabilità tale da ripercuotersi anche sul progetto europeo, gli anti-europei hanno espresso rimostranze contro l’ingerenza di uno ‘straniero’ nella ‘nostra’ cosa pubblica. Ciò non ha senso: si può discutere sul modo e la forma, ma come farlo sul diritto dei partner europei di interessarsi alle nostre elezioni? Dov’è l’anomalia? Per tornare alla domanda iniziale, l‘atteggiamento è di preoccupazione, anche se non esagerata. Del resto, l’Italia è il terzo Paese membro per importanza economica e politica, perciò una sua instabilità prolungata potrà generare, in concreto, conseguenze negative.

In che senso questi timori non sarebbero ‘esagerati’?

Pensiamo alla Spagna, che ha avuto per anni un Governo di minoranza con una situazione economica anche più grave della nostra: un processo che, in sé, non ha prodotto drammi. Il problema catalano è indipendente dal fatto che ci sia un Governo di minoranza a Madrid. Mi ha, invece, un po’ stupito un’attenzione molto forte sui media francesi per quanto riguarda gli scontri: un rischio, cioè, che si ritorni allo scontro ideologico-politico tra estremismi radicalizzati (con, da un lato, CasaPound e, dall’altro, la Sinistra antagonista). A ciò si è dato molto rilievo, come anche ai fatti di Macerata. Non parlo solo della stampa francese: un giornalista polacco mi ha scritto chiedendomi – forse con un allarmismo eccessivo – se stesse risorgendo il fascismo in Italia.

Nondimeno, è probabile che sottovalutiamo la rilevanza che questi fatti hanno all’estero. Certamente non facciamo bella figura. Ho notato una notevole sensibilità per questo: su eventi circoscritti nel tempo, soprattutto gli scontri di piazza, c’è grande attenzione. Comunque sia, è un fatto che, per la prima volta, sulla scheda elettorale troveremo CasaPound: un movimento che si dichiara in linea di continuità con il fascismo, senza filtri. Quindi obiettivamente è una sensibilità che si può anche comprendere.

Si tratta di eventi registrati con un livello di allarme comparabile anche negli Stati Uniti?

Da parte degli USA (mi riferisco soprattutto alla reale risonanza in ambito ‘CNN’ e ‘New York Times’), mi sembra che ci sia minore attenzione, malgrado le preoccupazioni giungano anche da oltreoceano. Un altro elemento saliente, da parte della stampa estera, è che si parla molto di possibili grandi intese, governo di coalizione allargata post-voto, il che naturalmente ha indotto i leader del Partito Democratico e di Forza Italia – i più indiziati per questa grande coalizione del ‘dopo’ – ma anche altri, ad esempio i 5 Stelle rispetto alla Lega e viceversa, a dire naturalmente che ‘no, non è vero’. Certo, queste cose non si possono dire… Però è interessante che, appunto, fuori dall’Italia ne parlino: in Germania perché è nella logica tedesca il fatto di uscire da situazioni simili con larghe intese, anche se – lo abbiamo visto – quest’ultima volta è stato molto più complicato del solito; in altri Paesi perché la individuano come possibile soluzione nel caso piuttosto probabile che non ci sia un vincitore in grado di ottenere la maggioranza dei due rami del Parlamento. Questi sono elementi che risultano con una certa chiarezza.

Rispetto alla presenza di +Europa e alla proposta – innovativa sul piano delle riforme istituzionali – di una federazione di «Stati Uniti d’Europa» da parte della lista guidata da Emma Bonino, Sylvie Kauffmann ha scritto che «Se l’Europa fosse una persona, si chiamerebbe Emma Bonino».

Certo, ma come abbiamo visto non c’è stato un appoggio esplicito a quella lista in particolare a partire dalla carica che ispira la sua denominazione: Bonino è vista con favore, ma non c’è una mobilitazione forte per il suo movimento.  Ci si poteva attendere anche qualcosa di più. D’altronde si muovono un po’ anche i grandi partiti europei. La differenza è che, in quel senso, si è mosso maggiormente il Partito Popolare europeo con riguardo a Forza Italia di quanto non abbia fatto il Partito Socialista europeo rispetto al PD. Si nota che non c’è stata una predisposizione chiarissima anche se, in tempi abbastanza recenti, sia Macron che Merkel hanno incontrato Gentiloni: c’è, insomma, un sostegno per il Governo attuale, questo è evidente.

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