domenica, Giugno 20

Visco: Europa investa in infrastrutture field_506ffb1d3dbe2

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Più investimenti per le infrastrutture e meno per il settore pubblico. A chiederlo è Ignazio Visco, Governatore della Banca D’Italia, intervenuto oggi alla seconda giornata dello Strategic Forum Iea-Isi, il convegno dell’International Economic Association, organizzato a Roma.

Per il numero uno di palazzo Koch la vera sfida dei Paesi dell’Eurozona è sull’economia reale. «La politica monetaria resterà accomodante ma non è sufficiente» ha chiarito Visco. «Deve essere invertito il calo degli investimenti pubblici, mentre l’investimento in infrastrutture deve tornare a occupare un posto alto nell’agenda politica».

Poi il Governatore di Bankitalia ha affrontato il tema della disoccupazione, che non ha esitato a definire drammatico: «nell’area euro il tasso dei senza lavoro a luglio era dell’11,5% mentre in Italia è più che raddoppiato rispetto al 2007 dal 6% al 12%», con un record per la disoccupazione giovanile «schizzata dal 20% a oltre il 40%».

«La crisi potrebbe lasciare ferite permanenti anche sul fronte occupazionale» ha ammesso Visco, anzitutto in Italia, dove gli effetti della globalizzazione sono stati maggiori che altrove «vista la nostra specializzazione in prodotti tradizionali». Ma non è tutto.

Un altro pericolo che potrebbe colpire il lavoro in Italia è rappresentato dall’automazione e dalla computerizzazione dei sistemi produttivi. Visco ha citato uno studio della Oxford University, secondo cui nel Belpaese le macchine e i computer metterebbero a rischio il 56% dei posti di lavoro nel giro di dieci o vent’anni. I posti a rischio sono invece il 47% negli Stati Uniti, 47% nel Regno Unito, 50% in Francia e 51% in Germania. «Potremmo non aver ancora visto tutto l’impatto dell’innovazione tecnologica» ha messo in guardia il Governatore.

Infine Visco ha lanciato un appello per la legalità e l’efficienza nella pubblica amministrazione. «Rappresentano gli interventi più urgenti» ha ricordato. «Il buon funzionamento della pubblica amministrazione migliora l’operatività dei mercati e la concorrenza, riduce i costi per le imprese a si riflette sulla qualità e sui costi dei servizi pubblici a quindi sul carico fiscale. L’efficacia delle riforme dipende da essa» ha concluso.

A gettare altre ombre sui conti italiani è stato invece il rapporto Cerved, primo gruppo in Italia nell’analisi del rischio del credito e una delle principali agenzie di rating in Europa, sul numero dei fallimenti tra le imprese. Secondo l’agenzia di rating in Italia nel secondo trimestre del 2014 un vero e proprio boom: circa 4mila imprese hanno chiuso i battenti, facendo così registrare un incremento del 14,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. La crescita a doppia cifra porta i default oltre quota 8mila se si considera l’intero semestre, +10,5% rispetto al livello già elevato dell’anno precedente e record assoluto dall’inizio della serie storica risalente al 2001. Per Gianandrea De Bernardis, Amministratore Delegato di Cerved, le cause di ciò vanno ricercate nella stretta del credito e nella mancanza di commesse. «Stiamo vivendo una fase molto delicata per il sistema delle Pmi italiane» ha commentato l’ad Cerved. «La nuova recessione sta spingendo fuori dal mercato anche imprese che avevano superato con successo la prima fase della crisi e che stanno pagando il conto al credit crunch e di una domanda da troppo tempo stagnante».

Secondo lo studio i fallimenti riguardano indistintamente tutta la Penisola, e l’incremento più sostenuto si osserva tra le società di capitale, la forma giuridica in cui si concentrano i tre quarti dei casi, che superano nel primo semestre quota 6mila. Minore invece l’incremento del fenomeno tra le società di persone (+5,9%) e tra le altre forme (+1,8%).
In questo contesto l’area più virtuosa è quella del Nord Est, in cui si registra un incremento del 5,5%, il livello più basso di tutto il territorio. In crescita del 14% rispetto al primo semestre 2013 i fallimenti nel Mezzogiorno e nelle Isole, del 10,7% nel Nord Ovest e del 10,4% nel Centro.
A livello settoriale, invece, la maglia nera spetta ai servizi, che contano un aumento del 15,7%, in netta accelerazione rispetto al primo semestre del 2013. Continuano, anche se con dei ritmi più lenti, le procedure nelle costruzioni e nella manifattura: i fallimenti di imprese edili crescono nei primi sei mesi del 2014 dell’8,2% (+12,8% nel 2013), mentre per le imprese manifatturiere l’aumento è del 4,5% (+10,5% nel primo semestre dello scorso anno).

La pubblicazione dello studio ha suscitato le immediate reazioni delle associazioni di categoria, in particolare di Confcommercio, che ha chiesto al Governo di accelerare sulle riforme economiche. «Occorrono meno tasse e meno spesa pubblica, altrimenti il Paese è destinato a rimare ancora fermo al palo» è il commento della confederazione degli imprenditori. Secondo Confcommercio cui il quadro economico nazionale è interessato da una crisi strutturale, per cui le imprese pagano «per il perdurare della stagnazione dei consumi, per una pressione fiscale che non accenna a diminuire, per l’impossibilità di far fronte ai fabbisogni finanziari, come della scarsa offerta del credito, e per il calo di fiducia».

Sul piano europeo va segnalato invece la pubblicazione dell’indice pmi relativo all’Eurozona, che a settembre frena a 52,3 punti, ai minimi da 9 mesi, ma sopra quota 50 che separa le fasi di espansione da quelle di contrazione economica. Ad agosto era a quota 52,5 punti. L’indice PMI, Purchasing managers index, cioè indice dei direttori agli acquisti calcolato da Markit, è considerato molto affidabile nel tracciare e anticipare la congiuntura. Lo stesso indice negli Usa è rimasto a 57,9 a settembre, invariato rispetto al massimo da 52 mesi segnato in agosto.

Chiusura in calo per le principali borse europee, con ribassi compresi tra il -1 e -2 %. La peggiore è Parigi (-1,87). Milano (-1,55%). Francoforte (-1,58%). Londra (-1,44%). Amsterdam è la migliore e riesce a contenere il calo facendo registrare un -0,76%.

 

 

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