mercoledì, Dicembre 1

Violenze religiose in Myanmar Minoranza islamica di nuovo sotto attacco, distrutta una moschea, Aung San Suu Kyi in imbarazzo

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Aung San Suu Kyi è presa tra due fuochi. I buddhisti birmani maggioritari le chiedono di intraprendere una scelta che li escluda dal Paese in via definitiva, la comunità internazionale ha già fatto sapere -attraverso le Nazioni Unite- che si potrebbe applicare la dizione giuridica di “crimini contro l’Umanità” nei confronti dei buddhisti birmani e che appoggiare il loro punto di vista sarebbe conseguenzialmente considerato inaccettabile. Ed Aung San Suu Kyi non vuole certamente farsi interprete di una soluzione che possa bloccare l’integrazione del Myanmar nella comunità internazionale, proprio adesso che -finita la dittatura militare, il Myanmar sta vivendo una stagione di chiaro sviluppo sociale ed economico. E così, il primo governo democratico eletto dopo decenni di dittatura ed il premio Nobel per la Pace stanno prendendo tempo, per poter introdurre una qualche soluzione di compromesso tra le due parti, una pacificazione a tappe e sotto traccia, in un certo qual senso.

Durante una sua recente visita negli Stati Uniti il Premio Nobel per la Pace ha espressamente citato il nome della comunità Rohingya, fatto senza precedenti, e questo ha creato uno sconcerto di non lieve entità in Myanmar, stante l’atteggiamento diffuso nella maggioranza buddhista del Paese e contrario alla presenza stessa della comunità Rohingya. Come è facile arguire, in presenza di uno dei suoi principali estimatori al Mondo, ovvero Barak Obama, Aung San Suu Kyi ha sentito di potersi consentire questa mossa apprezzabile in un contesto diplomatico lontano dalla sua Madre Patria. Già nel successivo viaggio nella più vicina Thailandia (oltretutto nel momento in cui veniva assalita la moschea di cui si tratta) il Premio Nobel ha voluto stemperare gli animi semplicemente ammantando la intera cosa di divino silenzio, quel silenzio che potrebbe far stemperare gli animi in Patria ma che più volte, all’estero,, è stato accusato d’essere improntato ad inanità e mancanza di coraggio proprio da parte di una attivista (poi insignita del Nobel per la Pace) che proprio all’ombra dei temi inerenti i Diritti Umani ha dedicato la gran parte dei suoi studi e della sua stessa vita. Sarebbe quindi un paradosso ulteriore se, dopo tanti anni di sanzioni economiche da parte di UE e USA soprattutto affinché il Myanmar si liberasse della dittatura militare, oggi ci si trovasse in una condizione per la quale un Nobel campione della difesa dei Diritti Umani, al proprio interno non riesca ad imporre la pacificazione nazionale. I prossimi tempi, quando ormai le cose richiederanno gioco forza una risposta netta sulla questione, vedremo se Aung San Suu Kyi riuscirà a dirimere la controversia in atto da anni tra la maggioranza buddhista del Paese e la minoranza islamica.

 

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