venerdì, Aprile 16

Violenze religiose in Myanmar Minoranza islamica di nuovo sotto attacco, distrutta una moschea, Aung San Suu Kyi in imbarazzo

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Bangkok – Di fatto è una delle principali sfide per il nuovo governo che si incarna nella figura del Premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi. Paradossalmente si tratta di scontri violenti e spesso contornati da decessi e feriti mentre la guida politica reale del Paese ha ricevuto il Nobel per la Pace nel 1991 dopo tanti anni di esilio ed emarginazione da parte del potere militare. Si tratta degli scontri avviati dalla comunità nazionale maggioritaria buddhista ai danni della ben più piccola comunità religiosa islamica del Myanmar.

La scorsa settimana si è replicata la scena conflittuale nel Myanmar Centrale, anche stavolta ai danni di un villaggio popolato in gran parte da cittadini di estrazione islamica, gli scontri innescati dalla violenza prevaricatrice della comunità buddhista (spesso capeggiata dagli stessi monaci birmani) hanno avuto come ulteriore effetto nefasto la distruzione di una moschea. La sfida al ruolo pacificatorio (così si spera) di Aung San Suu Kyi in realtà, ha preso avvio dal 2012 e sporadicamente si ripresenta sul proscenio nazionale come un lampo che scheggia il paese che ha grande desiderio di risorgere dopo tanti anni di dittatura militare ed è desideroso di entrare a peno titolo nel Consesso mondiale. Queste recenti violenze hanno preso avvio da un corteo ed annessa manifestazione di circa duecento buddhisti che si sono diretti verso l’area del villaggio compreso nella Provincia di Bago dopo una accesa polemica nata in relazione alla costruzione di una scuola islamica. La Polizia non ha potuto far altro che schierare ben un centinaio di poliziotti per evitare che gli animi continuassero ad esacerbarsi ulteriormente. In ogni caso, per la vicenda della distruzione della moschea non è stato (almeno finora) disposto alcun arresto. La comunità locale, come avrebbe confermato lo stesso segretario della moschea in oggetto, si sente a forte rischio, la tensione in effetti ancora cova e serpeggia, tanto che molti locali hanno deciso di spostarsi (almeno momentaneamente) in un vicino centro abitato, nel caso in cui dovessero nuovamente evidenziarsi comportamenti ed atti volenti ai loro danni.

Il sentimento anti-islamico si è sviluppato nel Myanmar soprattutto negli ultimi anni, così si sono evidenziati sempre più spesso atti di violenza vera e propria nei confronti della comunità islamica nazionale, per certi aspetti sembrerebbe tutto più manifesto man mano che si è sviluppato il processo di conquista democratica del Paese a partire dal 2011. I casi di violenza peggiori si sono verificati nella zona centrale del Paese e nello Stato Rakhine, ovvero la sede principale della comunità Rohingya, una minoranza islamica birmana, comunità della quale decine di migliaia di appartenenti sono ancor oggi sparsi nei campi accoglienza dopo le devastazioni degli assalti, incendi e uccisioni verificatesi nella loro terra di origine.

Tutti i movimenti che fanno capo ai monaci buddhisti duri e puri così come alle opposizioni buddhiste più bellicose continuano ad opporsi nettamente a qualsiasi riconoscimento di status di minoranza etnica per i Rohingya e continuano a definirli “bengalis” una abbreviazione sprezzante per la quale meriterebbero di andarsene via dal Myanmar e finire nel territorio del Bangladesh perché considerati corpo estraneo nel senso antropologico-culturale prima ancora che religioso. Infatti, per le ali oltranziste buddhiste, i Rohingya sono equiparati a migranti illegali, quindi non dovrebbero nemmeno esserci in Myanmar.

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