lunedì, Ottobre 18

Violenze elettorali in Kenya 2007, la verità della Commissione Waki

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Il rapporto Waki smentisce le indagini internazionali. Prima della Commissione Waki, la comunità internazionale aveva incaricato il giudice sudafricano Johan Kriegler che creò la Indipendent Review Commission. La Commissione Kriegler aveva il preciso mandato di far luce sui brogli elettorali, stabilire chi fosse il reale vincitore delle presidenziali e le responsabilità delle violenze etniche. Essendo una Commissione indipendente straniera tutti pensavano che non avrebbe subito pressioni da parte del Governo e avrebbe prodotto un rapporto imparziale. Al contrario il rapporto Kreigler fu immediatamente politicizzato.

Nel rapporto si ammette che vi furono forti irregolarità durante le elezioni non dovute ad un premeditato piano politico ma causate da incompetenze del personale addetto ai seggi e della Commissione elettorale keniota. Essendo gli errori così numerosi, secondo Kreigler, era impossibile stabilire il reale vincitore delle elezioni e consigliava un Governo di unità nazionale. Sulle responsabilità delle violenze nemmeno un accenno. Kriegler spiegò che non era di competenza della sua Commissione indagare sugli episodi di violenza. L’opinione pubblica nazionale decretò con amarezza e rabbia che il rapporto Kriegler non rendeva giustizia ed era stato manipolato a livello internazionale con l’obiettivo di non perturbare gli equilibri del governo di unità nazionale Kibaki-Odinga formatosi dopo le violenze post elettorali.

Paradossalmente fu una Commissione nazionale a chiarire a livello imparziale la verità sulle violenze, nonostante che a rigore di logica doveva subire maggior pressioni politiche essendo composta da giudici e investigatori kenioti e capitanata dal giudice Waki, cugino del Giudice Mutula Kilonzo il consigliere personale del secondo presidente Danila Arap Moi di etnia Kalenjine, tribù coinvolta assieme ai Luo e Kikuyu nelle violenze.

La prima verità che emerge dal rapporto Waki è la smentita che le violenze post elettorali erano state causate da antichi odi tribali, tesi ripresa in modo assai superficiale dai media occidentali. Al contrario le violenze furono cinicamente e freddamente organizzate mesi prima delle elezioni e per attuarle Kibaki e Odinga fecero ricorso a bande di criminali e giovani sbandati, utilizzando tecniche di lavaggio dei cervelli riscontrabili nella regione solo durante il genocidio in Rwanda del 1994. La seconda verità è che i responsabili di queste violenze furono gli stessi partiti che formarono successivamente il Governo di unità nazionale. Secondo il Giudice Waki l’aver precedentemente pianificato le violenze costituiva una aggravante che dimostrava l’intento criminale dei due leader e partiti politici.

Il Giudice Waki, conoscendo bene il sistema giudiziario keniota non si fidò e consegnò la lista dei mandanti solo a Kofi Annan, all’epoca Segretario Generale ONU, suggerendo che i sospettati fossero giudicati da organi giudiziari eteri per impedire interferenze e pressioni politiche in caso che i processi avvenissero in Kenya. Purtroppo Waki non si immaginava che le interferenze e pressioni politiche che voleva evitare furono riproposte alla CPI da Unione Africana, Stati Uniti e Unione Europea.

Dopo aver consegnato il rapporto a Kofi Annan la Commissione Waki suggerì di creare entro 60 giorni un tribunale indipendente internazionale per giudicare i colpevoli delle violenze (Kibaki e Odinga compresi). Nessuna amnistia doveva essere concessa ai mandanti delle violenze etniche che si sarebbero trasformate in genocidio se la popolazione non avesse compreso la follia in corso, rifiutando di continuare ad ammazzare fratelli di etnie diverse. A questo punto occorre sottolineare che la comunità musulmana giocò un ruolo cruciale per la fine delle violenze. L’amnistia doveva essere applicata solo per i casi minori di violenza in cambio di informazioni che potessero portare all’arresto di altri organizzatori che non comparivano sulla lista dei criminali redatta da Waki. Un processo di riappacificazione nazionale doveva essere promosso al più presto assieme ad una radicale riforma della Polizia per renderla nazionale e non etnicamente controllata. Un riforma che si doveva basare su un equilibrio etnico e un codice morale e penale che evitasse crimini contro l’umanità perpetuati dai corpi di Polizia.

A causa delle interferenze politiche nazionali e delle principali potenze occidentali nessuna di queste raccomandazioni sono state rispettate. Sul banco degli imputati finirono solo Uhuru Kenyatta, William Ruto e Joshua Arap Sang un giornalista che incitò al genocidio durante le sue trasmissioni radiofoniche di gennaio e febbraio 2008. Kibaki e Odinga non furono mai indagati nonostante le inconfutabili prove presentate dalla Commissione Waki. L’ex Presidente Kibaki si è tranquillamente ritirato in pensione gestendo lucrosi affari con il denaro pubblico rubato durante il suo primo mandato e  il governo di unità nazionale. Appassionato di golf, Kibaki è mebro del prestigioso Golf Club di Muthaiga. Dichiaratosi cattolico fervente, attende alla messa domenicale presso la chiesa della Consolata a Nairobi protetto da pesante scorta armata nonostante che non eserciti più cariche istituzionali. Odinga si sta presentando alla guida del Paese. Questo di fatto significa l’applicazione della amnistia generalizzata totalmente sconsigliata dal Giudice Waki. L’ultimo degli indagati, William Ruto, è riuscito a bloccare il corso della giustizia grazie a pressioni internazionali. Nell’aprile 2016 la CPI è stata costretta ad abbandonare il caso.

Nessuna riforma della Polizia è stata attuata. Il corpo rimane strettamente sotto il controllo della etnia al potere dagli anni Sessanta: i Kikuyu. La Polizia rimane corrotta ed estremamente violenta. I crimini commessi dalla Polizia a partire dal 2010 contro la comunità musulmana e quella somala ingiustamente accusate di favorire le attività terroristiche di Al-Shabaab sono l’esempio più evidente della immunità che gode la polizia nazionale. Le violenze e crimini commessi non hanno fermato l’ondata terroristica in Kenya perpetuata dal gruppo salafista somalo Al-Shabaab. Il Paese rimane il primo target regionale del terrorismo islamico e forti sono le connivenze all’intero della Polizia.

A distanza di 10 anni dal tentativo di genocidio promosso da Kibaki, Kenyatta, Odinga, Ruto, il Kenya si ritrova nuovamente sull’orlo del baratro. Le elezioni dell’agosto 2017, dove due criminali contro l’umanità (Kenyatta e Odinga) si presenteranno come candidati alla Presidenza, potrebbero generare violenze simili o peggiori di quelle verificatesi nel gennaio febbraio 2008, compromettendo non solo la stabilità nazionale ma quella regionale, già seriamente in forse causa le dittature sanguinarie in Congo e Burundi e l’orribile guerra etnica in Sud Sudan. Una domanda viene spontanea.

Philip Waki fu sospeso dall’albo dei giudici nel 2009 e riammesso solo nell’aprile 2012.  Il rapporto Waki non è più consultabile, nè fisicamente nè online, custodito presso polverosi archivi di Stato o forse distrutto. Rimane qualche traccia sul alcuni siti web ovviamente oscurati dal Ministero delle Telecomunicazioni keniota.

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