venerdì, Maggio 14

Violenza sulle donne: rapporto choc field_506ffb1d3dbe2

0

FRA-Violence against Women

Bruxelles – Il fenomeno della violenza contro le donne in Europa emerge per la prima volta in tutta la sua gravità dal rapporto presentato ieri, 4 marzo, all’Europarlamento, a Bruxelles, di fronte a un pubblico di cento giornaliste provenienti dai 28 Paesi membri dell’Unione europea e di numerose europarlamentari. ‘Violence against women: an EU-wide survey’, è il titolo del report.

Il rapporto, curato da European Union Agency for Fundamental Rights (FRA – l’Agenzia per i Diritti Fondamentali di Vienna), fotografa gli abusi subiti dalle donne a casa, al lavoro, nei luoghi pubblici ma anche sul web. Si tratta della più ampia inchiesta mai effettuata sull’argomento in tutto il mondo che ha coinvolto 42.000 donne tra 15 e 70 anni nei 28 Paesi membri, circa 1.500 donne per Paese.

Secondo lo studio -basato su interviste condotte da esperti appositamente addestrati al delicato compito e durate da 30 minuti a due ore su donne tra 15 e 70 anni-  una cifra ancora più elevata (43%) è stata vittima di violenze psicologiche inflitte dal partner attuale o da quello precedente con umiliazioni di ogni genere (chiuse a chiave in casa, umiliate in pubblico, costrette a guardare scene pornografiche, minacciate di violenza).

Il dato più preoccupante è forse quello delle violenze (fisiche, sessuali o psicologiche) subite da bambine (prima dei 15 anni):  il 35% delle donne interrogate ha risposto positivamente indicando di essere rimasto vittima in tenera età di almeno una delle tre forme di violenza indicate. Per la violenza fisica subita da bambine (percosse e altro) la percentuale è del 27%.

Di queste, il 12% ha chiarito di essere stato vittima in tenera età di abusi sessuali da parte di un adulto. In cifre, tale percentuale equivale a 21 milioni di donne costrette da un uomo adulto a pericolosi giochi sessuali (esposizione di genitali, o palpeggiamenti di genitali o seni della bambina fino allo stupro).

Le domande riguardavano episodi di violenza o abuso sperimentati sin dall’età di 15 anni e negli ultimi 12 mesi prima dell’intervista.

Un altro elemento sorprendente dell’indagine è l’elevata percentuale di molestie sessuali denunciate da donne laureate o professionalmente impegnate ai livelli più elevati. Ben il 75% delle top manager e il 74% delle professioniste ha detto di essere stato vittima di molestie. Tra le operaie tale percentuale scende al 44% mentre per le donne che non hanno mai avuto un rapporto di lavoro retribuito la percentuale è ancora più bassa (41%).  La lettura offerta dagli esperti dell’Agenzia per i Diritti Fondamentali è in questo caso duplice: una maggiore esposizione delle donne in carriera a questi pericoli, dato l’ambiente in cui si trovano a lavorare, e una loro maggiore tendenza a denunciarli.  E’ interessante comunque notare che per il 68% delle vittime di molestie sessuali il responsabile non era una persona conosciuta.  Per il 35% invece il responsabile era qualcuno collegato all’ambiente di lavoro (collega o capo), un cliente nel 32 % dei casi e un amico nel 31%.

Sul versante delle denunce dei casi di molestie, le percentuali sono interessanti e rivelano come le statistiche in questo campo siano sottostimate: il 35% delle vittime, infatti, ha risposto di non aver parlato con nessuno delle molestie subite, il 28% ne ha parlato con un amico, il 24% con un familiare e il 14% con il partner. Ma solo il 4% lo ha denunciato alla Polizia o ne ha parlato con un collega di lavoro e meno dell’1% si è rivolto ad un avvocato, ad una organizzazione di supporto delle vittime di violenza sessuale o a un rappresentante sindacale.

L’elemento curioso è la diversa distribuzione geografica dei casi di violenza e molestie contro le donne. Secondo gli esperti le variazioni tra Paesi europei potrebbero dipendere dalle diverse sensibilità nazionali sull’argomento. In alcuni  Paesi, infatti, le questioni legate al sesso vanno rigorosamente gestite in famiglia, specialmente quando si tratta di violenza ad opera del partner della vittima. Per molti si tratta di questioni private che non vanno condivise con estranei e tanto meno con la polizia. Da qui una comprensibile reticenza a parlarne con gli esperti dell’indagine.

Inoltre nei Paesi dove la parità dei sessi è più avanzata, diventa più  facile esporre il colpevole al pubblico ludibrio. Anche i contatti con la Polizia e i servizi sanitari sono più facili rendendo più agevole il compito di chi vuole che i colpevoli vengano puniti. Altra considerazione è che in alcune società dove l’occupazione femminile al di fuori delle mura domestiche è più bassa,  anche i rischi di violenza risultano minori. Altro importante elemento, soprattutto nei casi di violenza da parte del partner,  che differenzia i Paesi nordici da quelli del sud, è la maggiore propensione dei primi ad alzare il gomito. Il vizio del bere diventa quindi un elemento importante se non la causa scatenante di violenze domestiche contro il partner, generalmente donna.

Sulla persecuzione delle donne via web  -alcuni parlano di molestie cibernetiche-  infine,  l’indagine indica che il 20 % di giovani donne (18-29 anni) sono vittime di questa sofisticata forma di sopruso. La percentuale di ‘cyberharassment’  -invio di e-mail o messaggi sms sessualmente espliciti o proposte sconvenienti attraverso i social media- relativo alle donne di tutte le età è comunque inferiore: 11%.

Secondo Morten Kjaerum, direttore dell’Agenzia Europea per i diritti fondamentali, che ha sede a Vienna, «i dati emersi da questa indagine non si possono ignorare. Essi dimostrano che le violenze fisiche, sessuali e psicologiche contro le donne rappresentano un abuso contro i diritti umani. L’enormità di questo problema indica che il fenomeno non riguarda soltanto un piccolo gruppo di donne ma tutta la società nel suo complesso».
E’ quindi necessario, a suo avviso, che i politici, la società civile e gli operatori del settore, sappiano dare il giusto peso a questo fenomeno riconoscendone la portata e cercando di mettere in atto tutti gli strumenti necessari perchè la violenza contro le donne diventi un ricordo del passato.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->