mercoledì, Maggio 12

Violenza ostetrica: dati allarmanti di un fenomeno in crescita Ne parliamo con Elena Skoko, fondatrice di OVO Italia, Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia

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Sono un milione le donne italiane che affermano di aver subìto una forma di violenza durante la gravidanza.  Il concetto di ‘violenza ostetrica’, soprattutto in Italia, non è molto conosciuto, se non per le singole campagne di alcuni gruppi femministi e di alcune associazioni di donne che si sono occupate del tema.

Come possiamo definire la violenza ostetrica? “La violenza ostetrica viene definita in ambito giuridico per la prima volta nella ‘Ley Orgánica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia’ del Venezuela, nel 2007, Articolo 15(13), come: “appropriazione del corpo e dei processi riproduttivi della donna da parte del personale sanitario, che si esprime in un trattamento disumano, nell’abuso di medicalizzazione e nella patologizzazione dei processi naturali avendo come conseguenza la perdita di autonomia e della capacità di decidere liberamente del proprio corpo e della propria sessualità, impattando negativamente sulla qualità della vita della donna”, ci dice Elena Skoko, fondatrice di OVO Italia (Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia).

Il termine, quindi, è apparso, per la prima volta, in alcuni Paesi del Sud America, quando alcune organizzazioni non governative e i gruppi femministi cominciarono a battersi per favorire una migliore assistenza sanitaria alle donne. Successivamente, l’uso dell’espressione si è diffuso nel mondo anglosassone e, recentemente, nel resto d’Europa.

In un articolo, pubblicato sulla rivista Slate France’ e intitolato ‘Violences gynéco-obstétricales: comment on a pérennisé des régimes autorisant la maltraitance de femmes’, si spiega perché non è un argomento che viene affrontato apertamente. Nonostante le ripetute testimonianze, la violenza ostetrica non è ancora considerata un problema e c’è molta diffidenza nei confronti delle donne vittime di abusi.

Nel 2014 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha scritto un documento intitolato ‘La prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere‘ , nel quale si sostiene che molte donne durante il parto, in ospedale, fanno esperienza di trattamenti irrispettosi e abusanti. Questi trattamenti non solo violano il diritto delle donne ad un’assistenza sanitaria rispettosa , ma possono anche minacciare il loro diritto alla vita, alla salute e all’integrità fisica e morale. Fra i maltrattamenti che vengono citati, vi sono: l’abuso fisico o verbale, procedure mediche coercitive, rifiuto di offrire un’adeguata terapia per il dolore, gravi violazioni della privacy, trascuratezza nell’assistenza al parto e così via. Inoltre, adolescenti, donne nubili o in pessime condizioni economiche, donne appartenenti a minoranze etniche o affette da HIV sono, particolarmente, vittime di abusi frequenti.

Ma da chi viene praticata questo tipo di violenza? “Il termine violenza ostetrica si riferisce all’abuso realizzato nell’ambito delle cure ostetrico-ginecologiche e può essere realizzata da tutti gli operatori sanitari che prestano assistenza alla donna e al neonato“, continua la fondatrice dell’Osservatorio

Il fenomeno, soprattutto in Italia, è stato finora sottovalutato, ma con la campagna #bastatacere, effettuata sui social media, ad aprile del 2016, si sono raccolte migliaia di testimonianze che confermano la gravità del problema. Inoltre, la presa di coscienza è avvenuta grazie all’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia, che ha visto la partecipazione di moltissime donne vittime di questi abusi.

OVOItalia si occupa soprattutto di raccogliere le testimonianze e produrre dati e documenti riguardo al fenomeno della violenza ostetrica. Inoltre, facciamo formazione e organizziamo convegni, eventi, meeting per promuovere il tema e, soprattutto, per promuovere il coinvolgimento attivo delle madri nell’assistenza alla nascita, sia al livello individuale sia al livello politico”, ci spiega Elena Sosko.

Per far luce sul tema della violenza ostetrica ed informare coloro che erano ignari del tema, su commissione dell’Osservatorio, è stata condotta, fra il 2 e il 9 marzo 2017, da Doxa, società italiana indipendente di ricerca e analisi di mercato nata nel 1946, in collaborazione con le associazioni La Goccia Magica e CiaoLapo Onlus, l’indagine nazionale ‘Le donne e il parto’.

I dati, raccolti su un campione rappresentativo di circa 5 milioni di donne italiane, di età compresa tra i 18 e i 54 anni e con almeno un figlio di meno di 14 anni, sostengono che «il 21% delle mamme italiane dichiara di aver subìto un maltrattamento fisico o verbale durante il primo parto». Un’esperienza così traumatica che avrebbe spinto il 6% delle donne a scegliere di non affrontare una seconda gravidanza, provocando la mancata nascita di circa 20.000 bambini in Italia.

L’indagine ha rilevato, inoltre, che per 4 donne su 10 (41%) l’assistenza al parto era lesiva della propria dignità e integrità psicofisica. Una delle pratiche più dolorose che le partorienti hanno subìto è stata l’episiotomia. Un tempo considerata un aiuto per agevolare l’espulsione del bambino, oggi, viene vista come una pratica dannosa da non effettuare assolutamente. L’episiotomia è un intervento chirurgico che consiste nel taglio della vagina e del perineo per allargare il canale del parto nella fase di espulsione del nascituro e può causare infezioni ed emorragie. Molte delle donne intervistate hanno dichiarato di non aver autorizzato l’intervento. In Italia, poi, il 32% delle partorienti ricorre al parto cesareo e solo il 15% racconta di essere ricorsa ad un cesareo d’urgenza. Nel 14% dei casi, rivela l’indagine, si è trattato di un cesareo programmato su indicazione del medico, mentre solamente il 3% di donne ne ha fatto esplicita richiesta.

Infine, il 4% (circa 14.000 donne all’anno) afferma di non essere stata assistita nel migliori dei modi da parte del personale medico con l’insorgenza di complicazioni e traumi. L’Istituto Superiore della Sanità stima che in Italia, ogni anno, ci siano oltre 1259 casi di ‘near miss’, ovvero infortuni documentati; mentre le morti materne sono sottostimate del 60%.

E nelle altre aree del mondo cosa succede? “Il fenomeno è globale e riguarda tutti i Paesi. Ci sono osservatori di violenza ostetrica anche in Francia, Spagna, Germania, Portogallo, Grecia, Argentina, Brasile, Chile, Colombia, Messico, Perù, Puerto Rico”, precisa Sosko.

Dunque, la situazione è alquanto allarmante e il Governo italiano dovrebbe prendere dei provvedimenti affinché il fenomeno venga, finalmente, riconosciuto come un reato.

Anche se “la violenza ostetrica non è riconosciuta come reato in Italia e non è nemmeno percepita culturalmente come una cosa sbagliata. Pertanto, è difficile anche per i magistrati capire di che cosa si tratta. Tuttavia, i nostri dati dimostrano che non solo ci può essere un eccesso di interventi non appropriati, ma anche trascuratezza che mette a rischio la vita e la salute della donna e del bambino. Quando una donna non è coinvolta nelle decisioni riguardanti l’assistenza al suo parto, si mina la sicurezza e aumenta il rischio, con esiti a volte nefasti per la madre e il neonato“, conclude la fondatrice dell’Osservatorio.

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