lunedì, Maggio 17

Violenza nello Yemen field_506ffb1d3dbe2

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Smoke rises from the Defence Ministry's compound after an attack, in Sanaa

Un’esplosione è tornata a lacerare i fragili equilibri dello Yemen, Paese alle prese con un complesso processo di costruzione delle istituzioni nazionali e con una difficile transizione verso la democrazia dopo i decenni di dominio del Presidente Saleh. Nella mattinata di giovedì, u’autobomba  è esplosa dopo lo schianto contro un muro del palazzo del Ministero della Difesa, nel cuore della capitale Sana’a. Contemporaneamente, un gruppo di militanti armati apriva il fuoco contro un’altra ala dell’edificio, dando il via a una serie di scontri armati con le forze armate yemenite. Al momento della pubblicazione dell’articolo non è stato ancora definito con chiarezza il numero delle vittime dell’attacco, che si teme però superiore alle venti.

L’attentato di Sana’a giunge ad accentuare le complessità interne dello Yemen, aumentando il livello d’allarme nei confronti di uno degli Stati più instabili della regione. A fine novembre, fuori da una moschea di Sana’a, un motociclista a volto coperto sparò e uccise Abdulkarim Jadban, uno dei leader del movimento Shabaab al-Moumineen – ramo politico della ribellione sciita zaydista degli Houthi. L’uccisione di Jadban è giunta a sancire la definitiva escalation delle tensioni tra il movimento sciita e i salafiti sunniti dello Yemen, la cui roccaforte Dammaj nel nord del Paese è stata messa sotto assedio fino a metà novembre scorso da militanti Houthi, che accusavano i sunniti di aver accolto armi e militanti jihadisti nell’area. Nella cittadina di Dammaj è presente la scuola islamica Dar al-Hadith, una delle più importanti e influenti del Golfo, in cui studiò anche l’attuale leader di al-Qaeda nella Penisola Arabica Naser al-Wuhayshi.

Dallo scorso marzo i rappresentanti dei maggiori partiti, organizzazioni e gruppi tribali del Paese sono al lavoro per cercare di stabilire le basi su cui dovrà essere costruito lo Yemen del futuro. Sin dalla caduta del Presidente Ali Abdullah Saleh e dalla nomina a suo successore di Abd Rabbo Mansour al-Hadi si è iniziato a tentare di definire le tappe che dovranno condurre alla formazione di uno Yemen democratico. La presenza di gruppi di interesse in frequente concorrenza reciproca e la permanenza di spinte centrifughe nelle varie province del Paese e di movimenti attivi nel combattere le autorità statali sul territorio nazionale hanno causato un notevole aumento delle tensioni e impedito che il processo di state-building ottenesse lo slancio necessario. Nonostante la durata della Conferenza  avrebbe dovuto essere di sei mesi, ancora non è in vista una possibile conclusione del dialogo, né una risoluzione delle tensioni che dividono le parti. Lo stallo politico sembra aver preso il sopravvento sulla capacità delle parti in causa di giungere a una soluzione dei problemi del Paese.

Il frequente ricorso alla violenza per risolvere dispute e controversie e il rafforzamento del pericolo estremista rappresentano due dei principali ostacoli che si prospettano per il futuro dello Yemen. «A novembre, lo Yemen Times, un giornale locale di lingua inglese, ha riportato che 93 membri delle forze di sicurezza e dell’Esercito sono stati assassinati nei sei mesi conclusi il 31 ottobre» ha scritto su ‘al-Jazeera’ il giornalista Peter Salisbury. «Dozzine di altri attacchi hanno avuto luogo contro i civili, e il Governo è diventato così preoccupato da aver bandito l’uso dei motocicli».

Non sono solo la guerriglia jihadista e la pressione dei ribelli Houthi nel Nord le minacce per la stabilità dello Yemen. Ad Aden, già capitale del disciolto Stato dello Yemen del Sud, crescono le pressioni separatiste da parte dei gruppi di potere e delle popolazioni dell’area. I rappresentanti del movimento politico al-Hirak hanno cercato a più riprese di far deragliare le trattative del Dialogo Nazionale, esercitando pressioni affinché si tornasse a parlare in maniera concreta della possibilità di una two states solution, sulla base dei vecchi confini tra Yemen del Nord e Yemen del Sud.

Due anni fa, sulle pagine della rivista ‘National Interest’, il compianto analista Christopher Boucek elencava le maggiori problematiche che Sana’a si sarebbe trovata ad affrontare nell’immediato: «Lo Yemen sta affrontando un gran numero di sfide di primaria importanza, tutte allo stesso momento. La lunga lista include una cattiva governance, corruzione in aumento, preoccupazioni sullo stato della sicurezza, disoccupazione e la mancanza di risorse disperatamente necessarie – soprattutto l’acqua. Inoltre, il Paese soffre anche di una situazione economica catastrofica».

Per evitare il definitivo collasso dello Yemen, sarebbe stato necessario che l’aiuto dei principali attori internazionali non si fosse concentrato esclusivamente sul problema del terrorismo di Al-Qaeda nella Penisola Arabica, ma che uno sforzo venisse fatto anche per garantire la solida ricostruzione delle nuove istituzioni yemenite. «Gli Stati Uniti, l’Europa e soprattutto l’Arabia Saudita dovranno impegnarsi per far sì che Saleh non ritorni in Yemen. Devono far pressione per impedire che suo figlio e i suoi nipoti abbandonino il potere di cui dispongono dietro le quinte […] per dar il via a una transizione immediata». Il focus internazionale andava posto sul rafforzamento dei poteri del nuovo Presidente Al-Hadi, alla disperata ricerca del credito necessario per rilanciare il Paese.

A distanza di due anni, le parole del compianto analista (Boucek è morto a soli 38 anni nel dicembre 2011) possono fungere da cartina tornasole per comprendere quali progressi siano stati fatti nella direzione da lui indicata e per chiarire la natura strutturale di alcuni dei difetti dello Yemen. Lungi dal rappresentare un’occasione per stabilire una roadmap e per generare coesione tra le parti attorno a un bisogno condiviso di stabilità, la Conferenza per il Dialogo Nazionale sta mettendo in mostra la profondità delle divisioni tra gli attori in gioco. La presenza di interessi politici, sociali, clanici e settari in aperto conflitto è oggi troppo forte per far sì che sia possibile trovare una soluzione alle divisioni. La permanente influenza esercitata dal destituito Presidente Saleh su parte di questi gruppi d’interesse – da tempo si parla dell’intenzione dell’ex Capo di Stato di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali – rappresenta un ulteriore segnale dell’incapacità del Paese di superare l’attuale situazione di instabilità.

 

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