sabato, Settembre 25

Violenza e donne

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La Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993 all’art.1 così si esprime in merito alla violenza stessa: «Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata». Eppure una vittima ogni due giorni, 179 donne uccise nel corso dell’anno: secondo il rapporto Eures il 2013 è stato un periodo nero per i femminicidi in Italia, aumentando al Sud del 27% e raddoppiando al Centro, mentre il Nord detiene il record di uccisione di donne nell’ambito della famiglia.

Tramite la risoluzione numero 54/134 del 17 dicembre 1999, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha designato il 25 novembre come Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e le ONG a organizzare attività volte a sensibilizzare per quel giorno l’opinione pubblica.

L’Assemblea Generale dell’ONU ha ufficializzato una data che fu già scelta da un gruppo di donne attiviste, riunitesi nell’Incontro Femminista Latinoamericano e dei Caraibi, tenutosi a Bogotà nel 1981. Questa data è in ricordo del brutale assassinio avvenuto nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, nate a Ojo de Agua, provincia di Salcedo, della Repubblica Dominicana e dissidenti politiche opposte alla dittatura allora in corso, considerate esempio di donne rivoluzionarie per l’impegno con il quale tentarono di contrastare il regime di Rafael Leónidas Trujillo, il dittatore che tenne la Repubblica Dominicana nell’arretratezza e nel caos per oltre 30 anni (nel 1930 giunse al potere con elezioni truccate, deponendo il presidente Horacio Vásquez, ma nel 1961 i suoi protettori americani, di fronte all’indignazione mondiale, lo abbandonarono al suo destino, cosicché perì nell’agguato tesogli il 30 maggio di quell’anno).

Il 25 novembre 1960, mentre le tre sorelle Mirabal si recavano a far visita ai loro mariti in prigione, intercettate da agenti del Servizio Militare di Intelligence, furono bloccate sulla strada. Esse furono dapprima torturate, massacrate di colpi e poi strangolate dopo essere state condotte in un canneto delle vicinanze, e per poter simulare un incidente, rimesse nel veicolo nel quale viaggiavano e gettate in un precipizio. Tale assassinio è ricordato come uno dei più truci della storia dominicana e provocò gran dolore in tutto il Paese ma al tempo stesso fortificò lo spirito patriottico della comunità, desiderosa di avere un governo democratico che garantisse il rispetto della dignità umana.

In Italia soltanto dal 2005 alcuni Centri antiviolenza e le Case delle donne hanno iniziato a celebrare questa giornata. Negli ultimi anni però anche altre istituzioni e vari enti, come Amnesty International, la festeggiano attraverso iniziative politiche e culturali. Nell’ambito della violenza domestica e del femminicidio Amnesty International con la campagna ‘Ricordati che devi rispondere. L’Italia e i diritti umani’ richiede l’attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e contro la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), ratificata dall’Italia nel giugno 2013. Richiede inoltre l’attuazione delle raccomandazioni contenute nel rapporto della Relatrice Speciale ONU sulla violenza contro le donne, e fra queste, l’adozione di una legge specifica sulla parità di genere e contro la violenza misogina. Amnesty International Italia è inoltre lieta di collaborare con la casa di distribuzione Satine a una serie di anteprime del film ‘La moglie del poliziotto’ di Philip Groening (Germania, 2013), premio speciale della giuria alla Mostra internazionale del cinema di Venezia.

Nel 2007 100.000 donne (40.000 secondo la Questura) hanno manifestato a Roma ‘Contro la violenza sulle donne’, senza alcun patrocinio politico. È stata la prima manifestazione su questo argomento che ha ricevuto una forte attenzione mediatica, anche per le contestazioni che si sono verificate a danno di alcuni ministri e di due deputate. Dal 2006 la ‘Casa delle donne per non subire violenza’ di Bologna promuove annualmente il festival ‘La Violenza Illustrata, unico esempio nel panorama internazionale interamente dedicato alla Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ormai centinaia di iniziative in tutta Italia vengono organizzate in occasione del 25 novembre per dire no alla violenza di genere in tutte le sue forme.

I trattati internazionali sui diritti umani e le dichiarazioni delle Nazioni Unite che richiedono agli stati di adottare misure in difesa dei diritti delle donne comprendono: la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (Cedaw, 1979), la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne (Dedaw, 1993) e la Dichiarazione di Pechino e la Piattaforma d’Azione (1995). I diritti umani per le donne sono riconosciuti anche nelle costituzioni nazionali e dalle carte regionali, oltre che in altri fondamentali trattati, come il Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966) e il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1966). Lo Statuto della Corte penale internazionale (1998) e le risoluzioni 1325 (2000), 1820 (2008), 1888 (2009), 1889 (2009) e 1960 (2010) contengono disposizioni specifiche in materia di violenza sessuale e riconoscono il ruolo delle donne nel mantenimento della pace internazionale e della sicurezza.

Nel nostro Paese mancano però le politiche, le ricerche, i progetti di sensibilizzazione e di formazione contro la violenza sulle donne. Le ricerche compiute negli ultimi dieci anni dimostrano che tale violenza è endemica, si attua sia nei Paesi industrializzati, sia in quelli in via di sviluppo. Le vittime e i loro aggressori appartengono a tutte le classi sociali o culturali, e a tutti i ceti economici. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nel corso della vita di una donna almeno una su cinque ha subito abusi fisici o sessuali da parte di un uomo: il rischio maggiore è costituito dai familiari, mariti e padri, seguiti dagli amici, dai vicini di casa, dai conoscenti stretti e dai colleghi di lavoro o di studio. Esiste la violenza domestica esercitata soprattutto nell’ambito familiare, o nella cerchia di conoscenti, attraverso minacce, maltrattamenti fisici e psicologici, atteggiamenti persecutori, percosse, abusi sessuali, delitti d’onore, uxoricidi passionali o premeditati. Sono sottoposti inoltre maggiormente all’incesto i bambini, gli adolescenti, ma in primo luogo le bambine e le ragazze adolescenti.

Le donne sono esposte nei luoghi pubblici e sul posto di lavoro a molestie, ricatti e ad abusi sessuali, oltre che a stupri. In particolare verso le lesbiche sono agiti i cosiddetti ‘stupri correttivi’. In molti Paesi le ragazze giovani sono vittime di matrimoni coatti, o riparatori, oppure sono costrette alla schiavitù sessuale, mentre altre vengono indotte alla prostituzione forzata e/o sono vittime di tratta. Altre forme di violenza sono le mutilazioni genitali femminili o altri tipi di mutilazioni, come in un recente passato le fasciature dei piedi, le cosiddette ‘dowry death’ (morte a causa della dote), l’uso dell’acido per sfigurare, lo stupro di guerra e quello etnico. In alcuni Paesi, come in India e in Cina, il femminicidio si concretizza nell’aborto selettivo (le donne vengono indotte a partorire soltanto figli maschi, perché socialmente più riconosciuti e accettati), mentre in altri si arriva addirittura nell’uccisione sistematica di donne adulte. Esistono infine violenze relative alla riproduzione (aborto forzato, sterilizzazione forzata, contraccezione negata, gravidanza forzata).

A partire dagli anni Settanta del XX secolo in Occidente il movimento delle donne e il femminismo hanno iniziato a mobilitarsi contro la violenza di genere, sia per quanto riguarda lo stupro, sia per quanto riguarda il maltrattamento e la violenza domestica. Il movimento ha messo in discussione la famiglia patriarcale e il ruolo dell’uomo nella sua funzione di ‘marito/padre-padrone’, non volendo più accettare alcuna forma di violenza esercitata sulla donna fuori o dentro la famiglia.

La violenza sulle donne – in qualunque forma si presenti, e in particolare quando si tratta di violenza intra-familiare – è uno dei fenomeni sociali più nascosti; è considerato come punta dell’iceberg dell’esercizio di potere e controllo dell’uomo sulla donna e si manifesta in diverse forme, quali violenza fisica, psicologica e sessuale, fuori e dentro la famiglia. Già negli anni Settanta le donne hanno istituito i primi Centri antiviolenza e le Case delle donne per ospitare coloro che hanno subito violenza e che là potevano trovare ospitalità, anche se in Italia tali Case sono state realizzate soltanto negli anni Novanta del Novecento (si ricordano tra le altre la ‘Casa delle donne per non subire violenza’ di Bologna e la ‘Casa delle donne maltrattate’ di Milano). I Centri antiviolenza in Italia si sono riuniti in una Rete nazionale che comprende anche le Case delle donne. Nel 2008 è nata una federazione nazionale che riunisce 65 Centri antiviolenza in tutta la penisola: ‘Donne in Rete contro la violenza alle donne(‘D.i.Re’). ‘D.i.Refa parte dell’organizzazione europea WAVE, network Europeo dei Centri antiviolenza, che raccoglie oltre 5.000 associazioni di donne.

Recentemente si è assistito a un dibattito più intenso sui media italiani in seguito all’introduzione del termine femminicidio e del provvedimento, oggetto di critiche anche da parte di molte delle associazioni che si occupano di violenza di genere, in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere.

Dal 2006 anche in Italia si stanno sviluppando campagne di sensibilizzazione dirette agli uomini e, più recentemente, promosse dagli stessi uomini. Resta comunque un dato: secondo uno studio del 2013 della World Health Organization, la violenza fisica o sessuale colpisce più di un terzo delle donne nel mondo (35%), e quella domestica, inflitta dal partner, è la forma più comune (30%). Il Sud-est asiatico è il Paese dove le donne sono più a rischio e dove più della metà (58,8%) degli omicidi avviene per mano di mariti, fidanzati o compagni. A seguire, troviamo i Paesi ad elevato reddito (41,2%), tra i quali è anche l’Italia, le Americhe (40,5%) e infine l’Africa (40,1%).

Nel 2006 secondo i dati di un’indagine ISTAT condotta su tutto il territorio nazionale tramite telefono, nella quale però non sono stati raccolti dati sulle molestie verbali, il pedinamento, gli atti di esibizionismo e le telefonate oscene, è risultato che le donne tra i 16 e i 70 anni che dichiaravano di essere state vittime almeno una volta nella vita di violenza, fisica o sessuale, erano 6 milioni e 743 mila (il 31,9% della popolazione femminile totale); considerando il solo stupro, la percentuale è del 4,8% (oltre un 1.000.000 di donne). Il 14,3% delle donne afferma di essere stata oggetto di violenze da parte del partner: per la precisione, il 12% di violenza fisica e il 6,1% di violenza sessuale e il 93% di queste donne non ha sporto denuncia alle autorità, mentre la percentuale per l’indagine condotta nel 2004 era del 91,6%, anche se a differenza di quella condotta nel 2006, distingueva tra violenze sessuali (non meglio definite) e molestie sessuali. Tale studio statistico comprendeva entro quest’ultime – oltre a molestie verbali, telefonate oscene, esibizionismo e pedinamenti – anche atti di natura prettamente fisica (donne avvicinate, toccate, oppure baciate contro la loro volontà). Tale percentuale d’indagine nel 2006 saliva al 96% se l’autore della violenza non era il partner. Del rimanente 24,7% (violenze provenienti da conoscenti o estranei), si contano 9,8% di violenze fisiche e 20,4% di violenza sessuale. Per quanto riguarda gli stupri, il 2,4% delle donne afferma di essere stata violentata dal partner e il 2,9% da altre persone. Gli appuntamenti per tutta Italia sono visibili sul sito di Rainews.

Anche le Biblioteche Comunali di Roma hanno creato eventi ad hoc su questa tematica, racchiudendo tali manifestazioni sotto il titolo Sebben che siamo donne.. ‘25 novembre’ contro la violenza di genere. Sono previsti all’interno di questo titolo tavole rotonde, reading per raccontare e testimoniare vicinanza a tutte le donne vittime di violenza, presentazioni di progetti e dialoghi con personaggi importanti e di rilievo legati a questa tematica, vetrine di libri e dvd, proiezioni di film e anche canti e parole alternate in incontri con focus sulla violenza di genere, ossia quella sulle donne e i racconti dell’esperienza di alcuni centri antiviolenza, allo scopo di sensibilizzare e prevenire tali forme di violenza sulle donne.

In occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Marilù Manzini, poliedrica scrittrice, pittrice e scultrice, presenterà al Deposito 54 di Milano, un luogo dove si svolgono eventi culturali e sono presenti prodotti dedicati e realizzati dalle donne, un video che ha proprio lo scopo di denunciare e sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento.

Un cortometraggio (del quale è possibile vedere il trailer alla fine dell’articolo stesso) dal messaggio forte, che contrappone in pochi istanti morte e vita, odio e amore. Quando tutto sembra finito… tutto sembra cambiare. La miglior vendetta nei confronti del carnefice è data dal dono della vita. Abbiamo intervistato la stessa Marilù Manzini sul tema e sul suo recente cortometraggio.

Secondo i dati Uniric delle ricerche svolte dall’UNESCO una donna su tre al mondo, è stata picchiata, forzata ad avere rapporti sessuali, o ha comunque subito abusi almeno una volta nella sua vita, secondo fonti statistiche ONU. Il suo cortometraggio cade nella Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, il 25 novembre come ricorda la portata patologica di questo problema e le terribili conseguenze per la salute e il benessere individuali, così come per lo sviluppo sociale ed economico?

La violenza contro il genere femminile è una vera e propria piaga che si sta infiltrando sempre di più nella nostra società. Che una donna venga picchiata, violentata e/o subisca abusi di qualsiasi genere è sintomatico di come alla base manchino l’educazione e il rispetto sin dalle prime fasi educative.

Facciamo un esempio: Un bambino che cresce in un contesto familiare dove la madre non ha nessun tipo di indipendenza e magari un padre ‘padrone’ che le impone tutto trattandola anche con inferiorità e male, crescerà a sua volta con questa immagine femminile del tutto sbagliata e contorta. Da qui un circolo vizioso destinato a non concludersi mai, con conseguenze gravi per lo sviluppo sociale e psicologico di intere generazioni che dovrebbero essere il proseguo di un Paese. L’educazione e la formazione primaria del bambino in questo senso sono importantissime.

Ha mai subito violenze e minacce di questa sorta? Se sì sono il motivo scatenante di questo cortometraggio? Se no perché questo tema?

Fortunatamente non sono mai stata vittima di abusi e violenze, però sento questo tema molto vicino a me. Penso che qualunque donna si immedesimi in chi si è trovata a dover subire violenze verbali, fisiche, sessuali e morali e d’istinto si chieda: e se capitasse a me? La domanda sorge dunque spontanea così come il sentimento di impotenza e disperazione. Ho capito che era importante per me non stare a guardare e lasciare che queste domande rimanessero solo nella mia testa. Ho sentito l’esigenza di fare qualcosa e così è stato già in passato con altri lavori dedicati a questo tema e quest’anno con questo cortometraggio per tentare di lanciare un ‘grido’ più forte che venga sentito da tutti.

Il suo cortometraggio è stato definito con un messaggio forte. Secondo Lei tale messaggio arriverà anche all’ambiente maschile coinvolto nelle violenze?

Penso che l’uomo quando intelligente e quando davvero ‘innamorato’ delle donne, della loro bellezza, del loro fascino, del loro essere, non possa che ascoltare questo messaggio e farne tesoro

Proteggendole ancora di più. Fortunatamente sono convinta che siano molto gli uomini così.

Come può un uomo che ama una donna ridurla in certe condizioni di dolore? Quali meccanismi perversi della mente scattano nell’uomo?

Purtroppo non so rispondere a questa domanda se non con una supposizione: ci sono uomini che non sanno accettare un no, un rifiuto e si comportano da bestie in modo quindi bestiale dal latino bestialis – aggettivo che indica la perdita di controllo e un conseguente comportamento da leggere in questo caso come negativo.

Crede nel valore sociale del perdono per questa forma di violenza?

Credo che il perdono sia un sentimento talmente soggettivo che non mi permetto di esprimere altro.

Crede che il diritto italiano sia adeguato per quanto attiene alle pene previste per questo tipo di reati?

Credo di no… credo che non ci sia cosa peggiore della violenza applicata a terzi in ogni sua forma.

Le pene come risulta da quanto si può ascoltare nei tg e leggere sui giornali sono davvero ridotte all’osso. Basti pensare ad esempio alla pena inflitta a Fabrizio Corona e alle pene invece per chi commette certi tipologie di omicidi…..Il paragone non proprio del tutto bilanciato in senso di pena è subito chiaro.

“La violenza contro le donne è una violazione dei diritti e delle libertà fondamentali delle donne”, ha affermato Irina Bokova, Direttrice Generale dell’UNESCO. Penso che sia realmente così o coinvolge anche la mente e crea disagi in altri campi? Se sì quali fondamentalmente?

La violenza è un vero e proprio cancro sociale, crea disagi su tutti i fronti perché impedisce a chi la subisce di vivere la propria vita.

La donna violentata si sente esclusa o si esclude essa stessa per paura o per altre cause?

La donna violentata penso si senta sola esclusa e si escluda anche perché ormai priva di fiducia negli altri. Ma questi argomenti sono molto delicati questa è una mia opinione personale frutto di un ragionamento generalizzato. Nessuno che non ha subito tali violenze può immaginare cosa si provi. Penso sia qualcosa di devastante.

È convinta che la miglior forma di vendetta nei confronti del carnefici di tale violenza sia il dono della vita. Eppure alcune donne vittima di violenza ricorrono all’aborto o non vogliono vedere il bambino frutto di violenza e lo abbandonano, alcune e fortunate volte in ospedale, altre in altri luoghi arrivando al rischio di una morte certa. Come si conciliano le due realtà quella da lei proposta e quella descritta nella domanda?

Trattasi li libertà di scelta. Le posizioni sono entrambe validissime se pur totalmente opposte. Penso che la vita sia un dono unico e prezioso ed è per questo che nel mio film ho puntato molto su quello. Ma ritengo anche ce ogni storia ogni caso siano a se, impossibili da giudicare.

Le donne e le ragazze che vivono in Paesi colpiti da conflitti armati, sono particolarmente a rischio di violenze sessuali, specie durante l’approvvigionamento d’acqua, secondo il rapporto presentato dall’ONG Earthscan per il Progetto ONU del Millennio. Il timore di violenze sessuali provoca conseguenze come squilibri di genere nelle iscrizioni scolastiche, dovute al fatto che le famiglie temono per le proprie figlie. Crede che tale discriminazione si crei a volte anche in Italia e come è cambiata negli anni la denuncia e l’atteggiamento nei confronti di queste donne?

Purtroppo come accennavo prima le violenze sono davvero delle piaghe sociali che coinvolgono il singolo e a catena la collettività. E’ brutto sapere che delle bambine che stanno mettendo i primi mattoncini per la loro istruzione, ad esempio, non vengano iscritte a scuola per poter essere protette. Diciamo anche che però la situazione di donne che vivono in zone di guerra o di estrema povertà è ulteriormente complicata e compromessa da tanti altri fattori. Certo è che la cosa peggiore come conseguenza di tutto ciò è che la paura fa perdere la propria libertà ed è una privazione gravissima.

Come mai è passata dalla visual art al cortometraggio e quali differenze tra le due forme d’arte?

Sono passata dalla Visual Art al cortometraggio perché è un modo per mettersi alla prova, una sorta di palestra artistica. La regia è una nuova esperienza per me, un nuovo inizio. Amo molto le novità e amo mettermi alla prova sperimentando, non ho paura del nuovo anche se sono consapevole di avere davanti una lunga strada costellata di prove che dovrò superare. Le idee che ho sono tante così come la voglia fare che non mi manca mai. Il mio sogno è quello di realizzare, quando sarò pronta e avrò maturato le giuste esperienze nel settore, un film tratto da un mio romanzo o da una storia scritta da me.

 

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